L'ultimo sogno |
Associazione "Colombre" |
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Edizione 2000 - Racconto segnalato | |
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Ora
non ho più un nome. Circa
un mese fa ho perso i contatti con il gruppo, da allora nessuno mi ha più
chiamato. Mi
è capitato di notte, quando il cielo buio macina un temporale, di sentire
nel vento la voce del mio vecchio padrone; Fulmine va, ci sono quei
maledetti bastardi". I
bastardi a quel tempo erano i lupi che venivano ad attaccare il nostro
gregge. Se, vedete, io oggi non so più con certezza chi siano i veri
bastardi. Il
tempo, l'esperienza, ti regalano i dubbi. Eravamo
arrivati ormai in pianura forse la metà di maggio. Una notte il gregge
partì prima del solito, probabilmente dovevano attraversare una strada
trafficata. Forse ero malato, non lo sentii muovere. Quando mi svegliai un
profondo torpore mi annebbiò la vista. Cominciai a seguire la scia, ma
anche l'olfatto mi aveva abbandonato. tentai di mettermi a correre ma le
gambe non rispondevano più. "Avranno pensato che fossi morto" continuavo a
ripetere dentro di me e forse avevano ragione. Ora
giorno per giorno si muore un po' per davvero. Qui,
in questa zona dell'Italia è ormai tempo di mietitura, il grano maturo
spande nell'aria un profumo che in montagna non siamo abituati a
sentire. Cammino
per le strade, a volte di polvere. Capita che qualche contadino mi
allunghi un pezzo di pane ma sempre con un po' di diffidenza. Sono un cane
da pastore vecchio, questo la gente lo capisce, il mio pelo è molto ispido
e vedo negli occhi di chi incontro una sorta di paura. Vi
siete mai chiesti che fine fanno i cani da pastore quando invecchiano? La
mia. Ciò che il Grande Spirito a riservato per me, è la solitudine dei
randagi. Ora non ho più un dovere, non ho più un'autorità non sono più
utile a nessuno. Sapeste
quanto mi manca il mio gregge... Fulmine
èra abituato a camminare, ora lo faceva in maniera automatica, lentamente
con le sue grosse zampe, ma senza più una meta. Una
sera trovò un riparo vicino a una baracca, un ricovero di attrezzi, poche
cose in disuso. Decise dì passare lì la notte. Ogni sera sì riproponeva la solita
scelta. S'addormentò. Ogni
notte faceva un sogno nuovo ma tutti ripescati dal passato. La stanchezza
e il sentirsi ogni giorno più debole gli aveva fatto il sonno pesante un
po' come quando era un cucciolo. Quella notte sognò di quando salvò due
agnellini scivolati giù per la riva di un canale.
Il gregge ormai si stava allontanando mentre lui continuava ad abbaiare in
mezzo le canne. Il pastore non vedendolo rientrare con il gregge ritornò
sui suoi passi e lo trovò sulle rive mentre tentava di spingere i due
sfortunati con il muso. “Bravo
Fulmine, sei un campione!?” disse
il pastore
battendogli la mano sul manto della schiena. “Bravo
Fulmine." Erano parole queste che gli andavano giù in fondo ai cuore, le
sentiva vive come gli corressero dentro alle vene. Avrebbe fatto qualsiasi
atto eroico Fulmine per guadagnarsi quelle carezze. Ora non c'era più un
padrone che gli batteva sulla schiena e non ci sarebbe più
stato. Quella
mattina fu svegliato da un abbaiare insistente. “Ehi,
giovanotto! Che c'è tanto da schiamazzare?" disse Fulmine alzandosi. “E'
che non si vedono spesso stranieri da queste parti." Disse l'altra cane un
po' impaurito. Era una specie di barbone che non gli arrivava nemmeno alta
pancia. Si
annusarono. "Hai
perso il gregge?" “Forse
sono loro che hanno perduto me." Disse Fulmine. “lo
sono Zorro per il circondano." “Fulmine,
ragazzo.?” “Se
vuoi posso dirti da che parte è andato il gregge, ho la situazione sotto
controllo." Disse Zorro. “Lo
so da che parte è andato ma ora non gli servo più, è inutile.” “Hai
voglia di giocare?" “Senti
giovanotto, quando tu succhiavi la tettarella io avevo già ricevuto un
sacco di medaglie al valore del salvataggio, io ho dovuto sempre far sul
serio nella vita." “lo
non ho ricordi di mia madre, sono stato recuperato dentro un cassonetto
dell’immondizia,
mi
ha tirato
su il mio
padrone con il ciuccio." Disse Zorro in tono deciso. “Bravo
giovanotto ce l'hai fatta." Disse Fulmine In tono deciso. “Per
ogni
bastardo che ti vuole uccidere ce n'è uno che ti può dare una zampa."
Aggiunse Zorro. “Sì,
forse hai ragione; ma guarda se mi tocca imparare qualcosa da un
principiante..." disse Fulmine quasi tra sé. “Se
ti serve aiuto devi strillare forte, prima o poi arriva qualcuno." “lo
ho passato una vita ad aiutare gli altri, per me è molto difficile." "O.K.
allora sarà io ad aiutarti. Prima di tutto andrò a recuperare del pane
nella dispensa del mio padrone. i' “Ne
hai libero accesso?" “No,
ma chiedi e ti sarà dato." “Te
ne sarei veramente grato, giovanotto." Disse Fulmine. “Perché
continui a chiamarmi giovanotto?" "Perché
sei giovane, perché hai tutto l'entusiasmo dei giovani." “Va
bé, io vado." Disse Zorro. Il
barbone tornò un paio d'ore più tardi. Aveva in bocca un mezzo montasù, un
pane tipico nelle venezie. “C'è
voluto parecchio per convincere il mio padrone che avevo fame generalmente
non mangio mai al mattino." Disse Zorro depositando il pane vicino al
pastore. Fulmine
guardò il giovane barbone, non poteva negare la fame che lo assaliva ormai
da giorni, ugualmente era restio ad accettare. “Non
devi offenderti, io non ho mai patito la fame e vorrei che fosse così
anche per gli altri." Si
vedeva che Zorro era un cane felice e sebbene non avesse conosciuto i
genitori ora viveva bene. “Bé
giovanotto, io accetto." Disse alla fine Fulmine. “lo
vado, sai non sono abituato a stare lontano da casa per molto tempo. Se
vuoi rimanere io ti porterà qualcosa.” E scappò a gambe levate come una
lepre. “Che
tipo di barbone...”disse Fulmine e si mise a mangiare il pane. Passarono
così alcuni giorni. Zorro
riusciva a recuperare sempre del cibo che prontamente portava vicino alla
baracca. Fulmine non aveva scelta gironzolava un po' per ritornare sempre
nei pressi del suo ricovero. “Fulmine,
Fulmine dove sono i tempi gloriosi? Ora costretto a farti servire da un
barbone.” Diceva Fulmine tra sé. Passò
così tutta l'estate e Zorro era felice di essersi preso cura di qualcuno
come tre anni prima qualcun altro si era preso cura di lui. Ma Fulmine era
smagrito visibilmente, la vecchiaia e un po' la solitudine si erano fatte
sentire, così improvvisamente. Aveva sempre quel fare autoritario: “Ehi,
giovanotto, cosa hai fatto oggi? E il tuo padrone come se la passa ho
sentito che fa l'artista?" Zorro
con appena i suoi tre anni faceva il moralista: “Aiutati che il ciel
t'aiuta, mai scoraggiarsi." Diceva, e poi scappava di corsa perché il so
pensiero che il suo padrone fosse lontano lo rendeva irrequieto. Si vedeva
lui stesso vecchio incapace di correre magari con i denti che gli facevano
male, ma lui aveva il suo padrone, il suo padrone non l'avrebbe
abbandonato mai, il suo padrone non sarebbe modo mai. La
stagione maturò l'uva delle vigne. Nuovi profumi si fecero avanti e con
loro nuove sensazioni. Fulmine
per la verità non aveva mai abbandonato l'idea di poter con l'inverno
tornare in montagna. Con il passare del tempo troppe erano le cose che
avevano subito un cambiamento. Una
sera d'autunno Fulmine comunicò a Zorro le sue intenzioni. “Credo
che dovrò partire prima che arrivi l'inverno, dovrò trovare un luogo
sicuro.” “Ma
non è possibile, non sei ancora in forze, ci vorrà del tempo perché tu
guarisca i tuoi malanni, ci vuole pazienza." Diceva Zorro. “lo
te ne sono veramente grato giovanotto per tutto ciò che hai fatto per il
vecchio Fulmine, tu mi hai sfamato, io ti ho solo raccontato della
vita." “Domani
ho intenzione di guidare qui il mio padrone, tu sei un tipo ingombrante,
ma sono sicuro che lui dirà che dove mangiano due bocche ce ne possono
stare anche tre. lo conosco il mio padrone Fulmine, io lo conosco." Zorro
non poteva pensare che il vecchio pastore potesse andarsene, dove
poi? “Buona
notte pastore Fulmine, a domani." “Buona
notte giovane barbone." C'era
un amaro in bocca quella sera, sapete quegli amari che ti mettono con le
spalle al muro. Quel sapore che a volte ha la vita. La notte d'autunno
abbracciò tutte le stelle e le fece dormire nel paniere del cielo. S'addormentò
Fulmine. Soavemente. Era
ritornato in montagna, oh sì! Erano proprio le sue montagne con i declivi
verdeggianti. D'un tratto vide apparire di lontano un pastore come lui dal
pelo lungo. E più sì avvicinava più gli sembrava di conoscerlo, sebbene
non l'avesse mai visto. Aveva sognato tutta la vita Fulmine di fare
quell'incontro, ed ora era lì a pochi passi, ancora una breve corsa. Come
gli assomigliava quei vecchio pastore gli sembrava quasi di vedersi. “Fulmine!"
abbaiò il cane, “Fulmine sono io, mi riconosci?" “Padre,
padre mio." Rispose Fulmine, con quella voce forte che aveva posseduto un
tempo. Si
misero a giocare a ruzzolarsi sui prati appena irrugiardati “Padre,
non te n'andare più ora, fa che non arrivi più il mattino”. Disse
Fulmine. “Non
arriverà più il mattino figlio mio, c'è un gregge che ci aspetta ci sono
gli agnellini nati da poco. C'è bisogno di noi”. Disse il vecchio
pastore. I
due partirono. Splendeva
una bella luna quella notte, una di quelle lune che solo gli occhi di un
cane possono vedere. | |
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un racconto per settembre / 2000, racconto segnalato: Ultimo sogno, di Andrea Zelio Bertolotti |