L'ultimo sogno
 di Andrea Zelio Bertolotti 

Associazione "Colombre"
Premio letterario
"Un racconto per
settembre"

Edizione 2000 - Racconto segnalato

Ora non ho più un nome. 

Circa un mese fa ho perso i contatti con il gruppo, da allora nessuno mi ha più chiamato.

Mi è capitato di notte, quando il cielo buio macina un temporale, di sentire nel vento la voce del mio vecchio padrone; Fulmine va, ci sono quei maledetti bastardi".

I bastardi a quel tempo erano i lupi che venivano ad attaccare il nostro gregge. Se, vedete, io oggi non so più con certezza chi siano i veri bastardi.

Il tempo, l'esperienza, ti regalano i dubbi.

Eravamo arrivati ormai in pianura forse la metà di maggio. Una notte il gregge partì prima del solito, probabilmente dovevano attraversare una strada trafficata. Forse ero malato, non lo sentii muovere. Quando mi svegliai un profondo torpore mi annebbiò la vista. Cominciai a seguire la scia, ma anche l'olfatto mi aveva abbandonato. tentai di mettermi a correre ma le gambe non rispondevano più. "Avranno pensato che fossi morto" continuavo a ripetere dentro di me e forse avevano ragione.

Ora giorno per giorno si muore un po' per davvero.

Qui, in questa zona dell'Italia è ormai tempo di mietitura, il grano maturo spande nell'aria un profumo che in montagna non siamo abituati a sentire.

Cammino per le strade, a volte di polvere. Capita che qualche contadino mi allunghi un pezzo di pane ma sempre con un po' di diffidenza. Sono un cane da pastore vecchio, questo la gente lo capisce, il mio pelo è molto ispido e vedo negli occhi di chi incontro una sorta di paura.

Vi siete mai chiesti che fine fanno i cani da pastore quando invecchiano? La mia. Ciò che il Grande Spirito a riservato per me, è la solitudine dei randagi. Ora non ho più un dovere, non ho più un'autorità non sono più utile a nessuno.

Sapeste quanto mi manca il mio gregge...

Fulmine èra abituato a camminare, ora lo faceva in maniera automatica, lentamente con le sue grosse zampe, ma senza più una meta.

Una sera trovò un riparo vicino a una baracca, un ricovero di attrezzi, poche cose in disuso. Decise dì passare lì la notte. Ogni sera sì riproponeva la solita scelta.

S'addormentò.

Ogni notte faceva un sogno nuovo ma tutti ripescati dal passato. La stanchezza e il sentirsi ogni giorno più debole gli aveva fatto il sonno pesante un po' come quando era un cucciolo. Quella notte sognò di quando salvò due agnellini scivolati giù per la riva di un canale. Il gregge ormai si stava allontanando mentre lui continuava ad abbaiare in mezzo le canne. Il pastore non vedendolo rientrare con il gregge ritornò sui suoi passi e lo trovò sulle rive mentre tentava di spingere i due sfortunati con il muso.

“Bravo Fulmine, sei un campione!?” disse  il pastore battendogli la mano sul manto della schiena.

“Bravo Fulmine." Erano parole queste che gli andavano giù in fondo ai cuore, le sentiva vive come gli corressero dentro alle vene. Avrebbe fatto qualsiasi atto eroico Fulmine per guadagnarsi quelle carezze. Ora non c'era più un padrone che gli batteva sulla schiena e non ci sarebbe più stato. 

Quella mattina fu svegliato da un abbaiare insistente.

“Ehi, giovanotto! Che c'è tanto da schiamazzare?" disse Fulmine alzandosi.

“E' che non si vedono spesso stranieri da queste parti." Disse l'altra cane un po' impaurito. Era una specie di barbone che non gli arrivava nemmeno alta pancia.

Si annusarono.

"Hai perso il gregge?"

“Forse sono loro che hanno perduto me." Disse Fulmine.

“lo sono Zorro per il circondano."

“Fulmine, ragazzo.?”

“Se vuoi posso dirti da che parte è andato il gregge, ho la situazione sotto controllo." Disse Zorro.

“Lo so da che parte è andato ma ora non gli servo più, è inutile.”

“Hai voglia di giocare?"

“Senti giovanotto, quando tu succhiavi la tettarella io avevo già ricevuto un sacco di medaglie al valore del salvataggio, io ho dovuto sempre far sul serio nella vita."

“lo non ho ricordi di mia madre, sono stato recuperato dentro un cassonetto dell’immondizia, mi ha tirato su il mio padrone con il ciuccio." Disse Zorro in tono deciso.

“Bravo giovanotto ce l'hai fatta." Disse Fulmine In tono deciso.

“Per ogni bastardo che ti vuole uccidere ce n'è uno che ti può dare una zampa." Aggiunse Zorro.

“Sì, forse hai ragione; ma guarda se mi tocca imparare qualcosa da un principiante..." disse Fulmine quasi tra sé.

“Se ti serve aiuto devi strillare forte, prima o poi arriva qualcuno."

“lo ho passato una vita ad aiutare gli altri, per me è molto difficile."

"O.K. allora sarà io ad aiutarti. Prima di tutto andrò a recuperare del pane nella dispensa del mio padrone. i'

“Ne hai libero accesso?"

“No, ma chiedi e ti sarà dato."

“Te ne sarei veramente grato, giovanotto." Disse Fulmine.

“Perché continui a chiamarmi giovanotto?"

"Perché sei giovane, perché hai tutto l'entusiasmo dei giovani."

“Va bé, io vado." Disse Zorro.

Il barbone tornò un paio d'ore più tardi. Aveva in bocca un mezzo montasù, un pane tipico nelle venezie.

“C'è voluto parecchio per convincere il mio padrone che avevo fame generalmente non mangio mai al mattino." Disse Zorro depositando il pane vicino al pastore.

Fulmine guardò il giovane barbone, non poteva negare la fame che lo assaliva ormai da giorni, ugualmente era restio ad accettare.

“Non devi offenderti, io non ho mai patito la fame e vorrei che fosse così anche per gli altri."

Si vedeva che Zorro era un cane felice e sebbene non avesse conosciuto i genitori ora viveva bene.

“Bé giovanotto, io accetto." Disse alla fine Fulmine.

“lo vado, sai non sono abituato a stare lontano da casa per molto tempo. Se vuoi rimanere io ti porterà qualcosa.” E scappò a gambe levate come una lepre.

“Che tipo di barbone...”disse Fulmine e si mise a mangiare il pane. Passarono così alcuni giorni.

Zorro riusciva a recuperare sempre del cibo che prontamente portava vicino alla baracca. Fulmine non aveva scelta gironzolava un po' per ritornare sempre nei pressi del suo ricovero.

“Fulmine, Fulmine dove sono i tempi gloriosi? Ora costretto a farti servire da un barbone.” Diceva Fulmine tra sé.

Passò così tutta l'estate e Zorro era felice di essersi preso cura di qualcuno come tre anni prima qualcun altro si era preso cura di lui. Ma Fulmine era smagrito visibilmente, la vecchiaia e un po' la solitudine si erano fatte sentire, così improvvisamente. Aveva sempre quel fare autoritario: “Ehi, giovanotto, cosa hai fatto oggi? E il tuo padrone come se la passa ho sentito che fa l'artista?"

Zorro con appena i suoi tre anni faceva il moralista: “Aiutati che il ciel t'aiuta, mai scoraggiarsi." Diceva, e poi scappava di corsa perché il so pensiero che il suo padrone fosse lontano lo rendeva irrequieto. Si vedeva lui stesso vecchio incapace di correre magari con i denti che gli facevano male, ma lui aveva il suo padrone, il suo padrone non l'avrebbe abbandonato mai, il suo padrone non sarebbe modo mai.

La stagione maturò l'uva delle vigne. Nuovi profumi si fecero avanti e con loro nuove sensazioni.

Fulmine per la verità non aveva mai abbandonato l'idea di poter con l'inverno tornare in montagna. Con il passare del tempo troppe erano le cose che avevano subito un cambiamento.

Una sera d'autunno Fulmine comunicò a Zorro le sue intenzioni.

“Credo che dovrò partire prima che arrivi l'inverno, dovrò trovare un luogo sicuro.”

“Ma non è possibile, non sei ancora in forze, ci vorrà del tempo perché tu guarisca i tuoi malanni, ci vuole pazienza." Diceva Zorro.

“lo te ne sono veramente grato giovanotto per tutto ciò che hai fatto per il vecchio Fulmine, tu mi hai sfamato, io ti ho solo raccontato della vita."

“Domani ho intenzione di guidare qui il mio padrone, tu sei un tipo ingombrante, ma sono sicuro che lui dirà che dove mangiano due bocche ce ne possono stare anche tre. lo conosco il mio padrone Fulmine, io lo conosco."

Zorro non poteva pensare che il vecchio pastore potesse andarsene, dove poi?

“Buona notte pastore Fulmine, a domani."

“Buona notte giovane barbone."

C'era un amaro in bocca quella sera, sapete quegli amari che ti mettono con le spalle al muro. Quel sapore che a volte ha la vita. La notte d'autunno abbracciò tutte le stelle e le fece dormire nel paniere del cielo.

S'addormentò Fulmine. Soavemente. 

Era ritornato in montagna, oh sì! Erano proprio le sue montagne con i declivi verdeggianti. D'un tratto vide apparire di lontano un pastore come lui dal pelo lungo. E più sì avvicinava più gli sembrava di conoscerlo, sebbene non l'avesse mai visto. Aveva sognato tutta la vita Fulmine di fare quell'incontro, ed ora era lì a pochi passi, ancora una breve corsa. Come gli assomigliava quei vecchio pastore gli sembrava quasi di vedersi.

“Fulmine!" abbaiò il cane, “Fulmine sono io, mi riconosci?"

“Padre, padre mio." Rispose Fulmine, con quella voce forte che aveva posseduto un tempo.

Si misero a giocare a ruzzolarsi sui prati appena irrugiardati

“Padre, non te n'andare più ora, fa che non arrivi più il mattino”. Disse Fulmine.

“Non arriverà più il mattino figlio mio, c'è un gregge che ci aspetta ci sono gli agnellini nati da poco. C'è bisogno di noi”. Disse il vecchio pastore.

I due partirono.

Splendeva una bella luna quella notte, una di quelle lune che solo gli occhi di un cane possono vedere.

un racconto per settembre /  2000, racconto segnalato: Ultimo sogno, di Andrea Zelio Bertolotti