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Gli itinerari |
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25
APRILE |
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25 aprile 1945, o forse no. Forse era il 27, S.Liberale, il patrono di Treviso. La cosa non ha importanza, dato che, giorno più, giorno meno, era il momento della fine della guerra. Lo zio Bruno, il più giovane dei fratelli di mio padre, s’era fatta la ritirata di Russia. Era tornato intero, senza un graffio e neanche un dito congelato. Due volte al giorno correva da Ponzano, dov’eravamo sfollati, a Treviso, in bici, a far la corte alla Rosetta. Lo
zio Arturo, l’altro fratello, aveva mandato a quel paese il Regio
Esercito, disertando già molto prima dell’otto settembre. Il suo gruppo
d’artiglieria era sempre sul piede di partenza per l’Africa, ma non
partiva mai. - Un giorno mancano le divise, un
altro mancano i cannoni, un altro le navi
– aveva spiegato alla nonna. Ed aveva aggiunto – C’è poco da fare, la
guerra è persa, e mi no me presento. Pianti della nonna. Ma lo zio
Arturo, temperamento irruento e spiccata balbuzie, era fatto così. Mai
clandestinità fu meno clandestina della sua, e mai renitenza alla leva fu
tanto perentoria, quanto motivata a titolo personale. Da quel momento, lo
si vide a casa solo per dormire e per mangiare. Nessuno venne mai a
cercarlo, né si seppe mai dove trascorresse le sue giornate. Treviso
offriva tanti posti discreti ed accoglienti in cui trascorrere
piacevolmente tempo. Il massimo della politica, a casa
mia, era riassumibile in una lamentazione della nonna: - Mussolini non doveva mettersi
coi Tedeschi! La zia Elsa, invece, era delusa e
scandalizzata per la relazione del Duce con Claretta Petacci.
Mio padre, dal canto suo,
era indignato per il ruba ruba a cui aveva assistito, impotente, nel Regio
Esercito. A spese di quei
disgraziati dei soldati al fronte, naturalmente. Dava della situazione
storica un giudizio sferzante: - Dal capitano in su, hanno
tradito tutti. E commentava: - In che condizioni ci hanno
mandati in guerra! Fu così che l’Italia,
banalissimamente, cominciò a morire in molti cuori. Quel 25 aprile, mio padre tornava
in bicicletta da Forno di Canale. Sul Quero, tra Feltre e Cornuda,
incrociò la testa di una colonna corazzata tedesca che si dirigeva verso
Nord. Gli autocarri, le autoblindo ed i carri armati formavano un
serpentone lungo chilometri e chilometri, fino a Signoressa. I soldati
erano vigili. Brandivano le armi, pronti a respingere un eventuale
attacco, ma non facevano la faccia feroce. Qualcuno salutò agitando il
braccio. Lungo la statale, una delle prime strade asfaltate d’Italia,
orgoglio del regime, c’erano solo i Tedeschi e mio padre. Il quale si
chiese, di fronte a tanto spiegamento di forze, che cosa stesse
succedendo. Poi, dopo lungo ponzare, finalmente capì: - Tornano a casa! Ma come! Hanno
già perso la guerra? Salutò col braccio, anche
lui. Nel libretto distribuito a cura
dell’Amministrazione Comunale di S.Donà, si fa intendere che, dei nostri
XIII Martiri, dodici
erano Eroi della Resistenza. Più un impiegato, Enzo
Gusso. Il 25 aprile, ricorrenza di
S.Marco, il Doge mangiava risi e bisi.
Quest’anno si sono
commemorati a Verona, per la prima volta dopo duecentosei anni, i martiri
delle Pasque, massacrati nel 1797 dai soldati di Napoleone. Furono tanti,
più di dieci volte tutti i martiri del Risorgimento messi insieme. Fra
loro c’erano anche molti Schiavoni della guarnigione. Il loro crimine era
la fedeltà alla patria veneta ed alla Serenissima Repubblica. Per
distinguersi dai giacomini complici dei Francesi nel massacro, i
quali inalberavano la coccarda tricolore, loro ne indossarono una
azzurro ed oro. Nei libri di testo sono ricordati con molti ma e
molti se, forse perché erano solo anonimi impiegati, come
Enzo Gusso. Tante le coccarde azzurro ed oro,
i colori della Repubblica. Santa Messa tridentina in latino, donne col
velo. Liturgia bella e severa della nostra infanzia, col vecchio prete che
non volgeva le terga al tabernacolo. Omelia lunga un’ora, esaltazione di
Lepanto, condanna del pacifismo rinunciatario. Al Sanctus, salva di fucileria del Primo Reggimento Veneto Real, nei costumi dell’epoca, e presentazione delle armi da parte degli Schiavoni schierati a fianco dell’altare da campo. Anche loro in costumi d’epoca. |
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gli itinerari di oggi / 25 Aprile / 2003 |