Gli itinerari

Anna del passo (*)

(*) nel racconto di Mario Pettoello tratto dal libro: 
"Le donne, nella mia città ...", 2002
 

Le donne di un tempo avevano un rapporto particolare con l’acqua, necessaria alla vita; ma anche con i canali e il fiume. Con il fiume Piave, anzi la Piave, proprio al femminile come la fecondità e, appunto, l'acqua.
Al Museo della Bonifica si può trovare un basto, cioè quel caratteristico attrezzo usato dalle donne per trainare una barca lungo il fiume. Assieme al bigol ci dà la misura della fatica  cui la donna, un tempo, era sottoposta.

La fatica, lungo il fiume, voleva anche dire custodire i traghetti, i passi, i luoghi di attracco e di scarico delle merci; soprattutto, traghettare la gente da sponda a sponda.


So ’a Piave de Passarea
va morendo straca, fiaca

'a vecia barca de'a Nanea
(1)

Anna detta Nanea, classe 1910,  era nata a Passarella ed è stata testimone per decenni di un mondo di pescatori, di traghettanti, di passi; vite spese lungo le rive del Piave e dei canali, piene di problemi ma anche cariche di vicende vissute. (2)
Come tante altre donne, è stata testimone delle vicissitudini, grandi o piccole, felici o tragiche, che si sono sviluppate lungo il corso del fiume.
Sono le storie dei pori cristi, che vivevano di espedienti per sopravvivere; dei lavoratori o degli innamorati da sponda a sponda; dei pescatori occasionali; dei giovani con le loro nuotate; degli scambi tra paese e paese; anche del contrabbando.
E poi c’è la morte, quella che l’immane conflitto ha distribuito lungo le rive del Piave ma anche quella degli annegati, per sbadataggine o per disperazione.
Quando Anna si sposò andò a vivere, come un tempo era costume o necessità, nella famiglia del suocero che el  'vea el pass, 'a barca sol Piave. Poi, quando il suocero l'è mort, el s'à negà là sul Piave, fu lei a prendere in mano questo lavoro mentre gli altri  uomini di casa  andavano a trebbiare per conto terzi oppure a lavorare alla draga.

Il passo serviva a traghettare la gente che abitava a Intestadura, alla Chiavica, ad Isiata, a Palazzetto, a Ca’ Turcata, a Tombolino; venivano persino dall’allora Grisolera, per utilizzare quel passo e andare oltre il fiume.
In tanti andavano a Passarella, chi per la messa, chi per la  scuola, chi per la dottrina; a Palazzetto non c’era una Chiesa, c’erano solo case. La devozione era molto forte e si manifestava  specialmente in tempo di Quaresima quando … che jera  'ste prediche del Quaresimal, se 'fea de que'e barcade!
E par poc, par gnent! 
Quel poc, par gnent, poco o forse nulla, voleva dire un abbonamento, saldato a fine anno con un sacco di granoturco.
Poi, la conduzione dei campi cambiò e quelli di Passarella cominciarono ad andare a lavorare come salariati nelle grandi tenute di Palazzetto; pagavano l’abbonamento ogni quindici giorni quando ritiravano, a loro volta, il salario e davano …chi çento, chi dusento, chi otanta franchi par poder passar.
Traghettare persone o cose era un lavoro duro, fatto solo con i remi, di giorno e di notte. Quando i contadini andavano a lavorare di là dal Piave, magari per tagliare il frumento, passavano anche alle due del mattino, più tardi era la volta dei famigliari che andavano a portare la merenda e, più tardi, anche il pranzo, e così di seguito sino a sera iera un tragheto continuo!
Con le persone, sul passo si poteva trasportare la moto, il motorino, la bicicletta, ma la vera difficoltà sorgeva quando c’era vento e l’alta marea e magari faceva freddo e c’era la pioggia. Ma ci sono anche storie di guerra, quando bisognava pur mangiare e questo era il solo lavoro che dava da mangiare; quando alla fatica si aggiungeva il rischio, spesso mortale.
C’era il coprifuoco, il permesso di traghettare andava dalle otto di mattina alle otto di sera, c’erano in giro tanti disperati, sbandati, prigionieri fuggiti, gente che si era nascosta per attraversare il fiume. Con il coprifuoco non era possibile e, allora, bisognava nasconderli per poi, al momento opportuno, farli passare.
Sul traghetto si portavano i vivi, ma nella Piave se ciapea anca i morti. Una delle tante storie che si raccontano è quella di un ragazzo, un paesano di Passarella che lavorava in un’agenzia agricola di Palazzetto.
Era un tosat e faceva il meccanico, al tempo in cui si trebbiava il frumento; quella mattina, nel passare, si rivolse ad Anna con una sorta di saluto … Stasera finisco e prima di venire a casa mi faccio un bel bagno. Lo trovarono solo dopo tre giorni, quando il Piave restituì il cadavere di quel povero ragazzo e … i morti sol Piave, i vien su un pochetin co'e spae, ingrumai e i resta cussì a peo de aqua, co' fora a nuca e 'e spae …

Anca i brazi de' a Nanea
no' à pi forza de remar
e 'a vogada no' l'è pi quea. (1)

Anna se n’è andata da qualche anno; la sua è una delle tante storie del Piave, fatte di fatica e di dolore, di rabbia e di orgoglio. Una storia di un tempo lontano, quando si poteva andare con il vaporetto a Venezia e …i Veneziani i vegnea qua col pesse, co'e masanete, i partia da Buran e si fermavano a Palazzetto e a Passarella.
Quando, per trainare le barche lungo il fiume, gli uomini annodavano la corda al petto e le donne ad una spalla.

 

(1) M. Mariuzzo: “Nanea ‘a barcara”, in “I quaderni di Passarella”.
(2) “Anna del passo” è liberamente tratto da un’intervista pubblicata su “Le storie dei senza storia”, a cura del Gruppo “El Solzariol” di Passarella.

persone e personaggi / Anna del passo / 2002