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Le
donne di un tempo avevano un rapporto particolare con l’acqua,
necessaria alla vita; ma anche con i canali e il fiume. Con il fiume
Piave, anzi la Piave, proprio al femminile come la fecondità e, appunto,
l'acqua.
Al
Museo della Bonifica si può trovare un basto, cioè quel
caratteristico attrezzo usato dalle donne per trainare una barca lungo il
fiume. Assieme al bigol ci dà la misura della fatica
cui la donna, un tempo, era sottoposta.
La fatica, lungo il fiume, voleva anche dire custodire i traghetti, i
passi, i luoghi di attracco e di scarico delle merci; soprattutto,
traghettare la gente da sponda a sponda.
So ’a Piave de Passarea
va morendo straca, fiaca
'a vecia barca de'a Nanea …
(1)
Anna
detta Nanea, classe 1910, era
nata a Passarella ed è stata testimone per decenni di un mondo di
pescatori, di traghettanti, di passi; vite spese lungo le rive del Piave e
dei canali, piene di problemi ma anche cariche di vicende vissute.
(2)
Come tante altre donne, è stata testimone delle vicissitudini, grandi o
piccole, felici o tragiche, che si sono sviluppate lungo il corso del
fiume.
Sono
le storie dei pori cristi, che vivevano di espedienti per
sopravvivere; dei lavoratori o degli innamorati da sponda a sponda; dei
pescatori occasionali; dei giovani con le loro nuotate; degli scambi tra
paese e paese; anche del contrabbando.
E poi c’è la morte, quella che l’immane conflitto ha distribuito
lungo le rive del Piave ma anche quella degli annegati, per sbadataggine o
per disperazione.
Quando Anna si sposò andò a vivere, come un tempo era costume o necessità,
nella famiglia del suocero che el
'vea el pass, 'a barca sol Piave. Poi, quando il suocero
l'è mort, el s'à negà là sul Piave, fu lei a prendere in mano
questo lavoro mentre gli altri uomini
di casa andavano a trebbiare per conto terzi oppure a lavorare alla
draga.
Il
passo serviva a traghettare la gente che abitava a Intestadura, alla
Chiavica, ad Isiata, a Palazzetto, a Ca’ Turcata, a Tombolino; venivano
persino dall’allora Grisolera, per utilizzare quel passo e andare oltre
il fiume.
In
tanti andavano a Passarella, chi per la messa, chi per la
scuola, chi per la dottrina; a Palazzetto non c’era una Chiesa,
c’erano solo case. La devozione era molto forte e si manifestava
specialmente in tempo di Quaresima quando … che jera
'ste prediche del Quaresimal, se 'fea de que'e barcade!
E
par poc, par gnent!
Quel poc, par gnent, poco o forse nulla, voleva dire un
abbonamento, saldato a fine anno con un sacco di granoturco.
Poi, la conduzione dei campi cambiò e quelli di Passarella cominciarono
ad andare a lavorare come salariati nelle grandi tenute di Palazzetto;
pagavano l’abbonamento ogni quindici giorni quando ritiravano, a loro
volta, il salario e davano …chi çento, chi dusento, chi otanta
franchi par poder passar.
Traghettare persone o
cose era un lavoro duro, fatto solo con i remi, di giorno e di notte.
Quando i contadini andavano a lavorare di là dal Piave, magari per
tagliare il frumento, passavano anche alle due del mattino, più tardi era
la volta dei famigliari che andavano a portare la merenda e, più tardi,
anche il pranzo, e così di seguito sino a sera iera un tragheto
continuo!
Con
le persone, sul passo si poteva trasportare la moto, il motorino, la
bicicletta, ma la vera difficoltà sorgeva quando c’era vento e l’alta
marea e magari faceva freddo e c’era la pioggia.
Ma ci sono anche
storie di guerra, quando bisognava pur mangiare e questo era il solo lavoro che dava da
mangiare; quando alla fatica si aggiungeva il rischio, spesso
mortale.
C’era il coprifuoco, il
permesso di traghettare andava dalle otto di mattina alle otto di sera,
c’erano in giro tanti disperati, sbandati, prigionieri fuggiti, gente
che si era nascosta per attraversare il fiume. Con il coprifuoco non era
possibile e, allora, bisognava
nasconderli per poi, al momento opportuno, farli passare.
Sul
traghetto si portavano i vivi, ma nella Piave se ciapea anca i morti.
Una delle tante storie che si raccontano è quella di un ragazzo, un
paesano di Passarella che lavorava in un’agenzia agricola di Palazzetto.
Era
un tosat e faceva il meccanico, al tempo in cui si trebbiava il
frumento; quella mattina, nel passare, si rivolse ad Anna con una
sorta di saluto … Stasera finisco e prima di venire a casa mi faccio
un bel bagno. Lo trovarono solo dopo tre giorni, quando il Piave
restituì il cadavere di quel povero ragazzo e …
i
morti sol Piave, i vien su un pochetin co'e spae, ingrumai e i resta cussì
a peo de aqua, co' fora a nuca e 'e spae …
Anca i brazi de' a
Nanea
no' à pi forza de remar
e 'a vogada no' l'è
pi quea.
(1)
Anna se n’è andata da
qualche anno; la sua è una delle tante storie del Piave, fatte di fatica
e di dolore, di rabbia e di orgoglio. Una storia di un tempo lontano,
quando si poteva andare con il vaporetto a Venezia e …i Veneziani i
vegnea qua col pesse, co'e masanete, i partia da Buran e si
fermavano a Palazzetto e a Passarella.
Quando,
per trainare le barche lungo il fiume, gli uomini annodavano la corda al
petto e le donne ad una spalla.
(1)
M. Mariuzzo: “Nanea ‘a barcara”, in “I quaderni di Passarella”.
(2) “Anna del passo”
è liberamente tratto da un’intervista pubblicata su “Le storie dei
senza storia”, a cura del Gruppo “El Solzariol” di Passarella. |