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Come ogni terra
piana, il Basso Piave non ha confini immediatamente percepibili. Puoi
entrarci ed uscirne senza accorgersene. Così che è difficile farsene
subito un'idea d'insieme, come d'una valle o d'un'isola. È terra di
transito, aperta in tutt'i sensi. La qual cosa gli offre più opzioni
culturali, antropologiche, economiche, sociali. Per apprenderlo,
comprenderlo, affezionarglisi, occorre tempo, bisogna percorrerlo in lungo
e in largo, 'viverci, parlare con la gente. Il panorama più vasto s'ha ad
altezza d'argine: non c'è nulla da fare, si rimane legati alla
terra. La conoscenza del Basso Piave non può dunque che essere empirica
ed immanente, ogni approccio teoretico e trascendente essendo dalla stessa
natura abolito. Ed è così che questa terra ha plasmato i suoi figli. Essa
si aggrega attorno al basso corso del Fiume, il quale raccoglie nel
suo bacino tutte le precipitazioni atmosferiche dall'ampia chiostra delle
Alpi orientali.Una trentina di chilometri lungo i quali f l'imponente
massa d'acqua procede solenne, maestosa, serpeggiando da Zenson a San
Donà, per poi puntare decisamente, incanalata dall'opera dell'uomo, in
direzione sud-est, fino a Cortellazzo. Scende fra cortine d'alberi grandi,
sì che l'effetto paesaggistico è degno della maggiore pittura
rinascimentale. Il Fiume è costantemente presente nella coscienza
degli uomini, sornione, benevolo, ma talvolta terribile come un dio
antico, per le sue collere incontenibili. Si scatena poche volte nel
suolo, ma quando accade, nulla gli resiste. Non gli serbano rancore,
però. È il Fiume che rende straordinariamente feconda questa contrada, ed
è il fiume sacro alla Patria. Quando, nei quartieri di Peschiera, dopo
Caporetto, i capi militari italiani ed alleati, intendevano attestare le
loro armate sul Mincio, Vittorio Emanuele III scosse il capo, s'alzò e
disse, puntando il dito sulla carta: «Resisteremo qui». Uomo di poche
parole, l'indice del sovrano mostrò il nostro Fiume, che divenne il
simbolo della Vittoria. La pianura, strappata alla palude con la
successiva bonifica, è ora coltivata a mais ed a barbabietola. Pochi gli
amichevoli platani (che scompaiono sui limiti del Trevigiano}, in questa
terra giovane, ma ampie distese coltivate a giro d'orizzonte, che
confinano col bordo d'una laguna fitta di canneti, e con i pineti e la
macchia mediterranea del litorale sabbioso. Il clima è uniforme, gli
eventi atmosferici qui possono essere capricciosi, mai tremendi. Non si
conoscono venti dominanti. Non vi giunge in pieno la gelida bora
apportatrice d'inquietudini carpatiche, né austro, scirocco o garbino la
fanno da padrone; i venti insomma non contribuiscono, se non per assenza,
a formare il carattere degli abitanti. Gli insediamenti umani seguono
il corso della via d'acqua, sulla riva destra e sinistra. Se ne discostano
Meolo, Jesolo, Ceggia e Torre di Mosto. Il capoluogo, San Donà, è
geograficamente centrale rispetto al territorio, così com'è centrale
l"antica capitale, la favoleggiata Heraclia. Queste brevi note, che
tentano di dare un 'idea generale del territorio, sono l'introduzione ad
una serie di servizi che appariranno nei prossimi numeri, sotto il titolo
complessivo di «Itinerari umani e non del Basso Piave». Parleremo
dell'indole degli uomini, del loro dialetto, della loro storia. Toccheremo
i più svariati argomenti: i figli più celebri, l'atteggiamento comunemente
accettato nei confronti dei problemi ultimi, le tradizioni, la cucina, la
cultura, il lavoro, la politica, il divertimento. Non è, confessiamo
lo, un 'idea originale. La novità sarà però nell'approccio a tutto questo.
Un approccio fuori da ogni spirito di sistema, ma personale, talvolta
paradossale, che cercherà di evitare i luoghi comuni, avente come fine la
ricerca d'un 'identità collettiva. Nulla di quanto diremo avrà il rigore
del dato socio logico o statistico, ma sempre la simpatia e la relatività
sovrana della prima impressione, dell 'intuizione, dell'osservazione
estemporanea. |