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Mario
Masala ha fissato l’appuntamento al Bar
Mio,
dieci e un quarto.
- Ti presento Bing Crosby – dice, indicando il signore che lo
accompagna. – Non ti pare che gli assomigli?
Il signore è un uomo di statura un po’ inferiore alla media,
asciutto, elegante e diritto nella persona. Nell’insieme ha una vaga
somiglianza con il cantante americano e porta assai bene i suoi ottantadue
anni. Il suo vero nome è Pietro
Fornasier,
di Croce, classe
1922. Si capisce subito che è un gran parlatore. Neanche il tempo d'ordinare
i caffè, che attacca subito. Rapido racconto dell’infanzia. Abitava in
una baracca vicino ai Tre Scalini. Il padre, giardiniere, non lavorava
d’inverno. Era dura. Fornasier ha fatto il commerciante per trent’anni,
dai quaranta ai settanta, Ora si gode la meritata pensione.
Il fatto determinante della sua vita è stata la ritirata di Russia. Non si
stanca mai di raccontare e non so quanto, via via, la storia si sia
arricchita di particolari nuovi.
Lui era della Divisione Vicenza, fanteria. Partirono per la Russia in
tradotta il 21 gennaio del 1942. I Sandonatesi erano ventuno. Solo in tre
tornarono. Oltre a lui, solo Giuseppe Amadio e Giuseppe d’Elia.
La Vicenza
doveva dare il cambio alla Julia
(?) nelle retrovie (la Julia
è sempre stata di riserva in Russia, combatté solo durante la ritirata.
Del resto, quella divisione alpina aveva patito i guai suoi sul fronte
greco, poco più di due anni prima. Il sacrificio del nostro esercito sui
monti dell’Epiro è raccontato in modo magistrale ne Il
mandolino del capitano Corelli,
di Louis De Bernières. Fu allora che l’Italia capì, e disprezzò, n.d.a.).
Pietro Fornasier arriva subito a parlare della ritirata su Gromel. Aveva
perso ogni collegamento col suo reparto. Era uno dei tanti sbandati e vagava
nella steppa ghiacciata con una coperta sulle spalle. Con lui erano due
amici, Guiotto e Masarin, da Stretti. Trovarono un’isba disabitata e vi
entrarono per riposare un poco. Guiotto si tolse le scarpe e srotolò le
mollettiere (mio padre odiava le fasce da piedi. “Se stringi troppo, il
sangue non scorre. Se non le stringi, ti cadono sui piedi”, diceva. Erano
per lui il simbolo dell’insipienza, del cinismo, dell’impreparazione con
cui ci avevano mandati in guerra). Guiotto scoperse di avere gambe e piedi
congelati. Stavano andando in gangrena. Masarin era febbricitante per la
polmonite. “Tu puoi ancora farcela, gli dissero. Vai, Pietro. Avverti le
nostre famiglie”. Fornasier partì nella tormenta e percorse a piedi i
milleduecento chilometri che separavano il fronte del Don e Gromel.
I Russi avevano sfondato, racconta, e ci avevano accerchiati. Ci si liberava
di tutto ciò che non fosse coperte o viveri. I primi ad essere buttati via
furono i fucili. L’accerchiamento fu rotto dagli Alpini della Julia.
Fornasier li descrive che ti pare di vederli. Si battevano come furie.
Andavano contro i carri armati, praticamente a mani nude. Infilzavano i
fanti russi con le baionette e poi giravano contro i loro compagni le
mitragliatrici catturate. La lotta durò tre giorni.
Poi Fornasier racconta per flash.
Faceva la staffetta ed il portaferiti fra le trincee della prima linea e
Rostov, dov’era il quartier generale dell’armata. Venti chilometri a
piedi, ogni volta.
Un giorno i Russi bombardano l’ospedale da campo con le catiusce.
Una salva (sedici razzi caricati a shrapnel
)
cade vicino a lui. Strage. Lamenti tutto intorno. I due barellieri che erano
con lui non rispondevano ai suoi richiami. In preda al panico fugge verso le
trincee del caposaldo. Lo rifocillano con pane nero tedesco. Del sangue gli
cola dall’elmetto, lo curano con alcol ed antigelo. Ha una piccola
scheggia sotto la pelle della tempia sinistra. Quella scheggia è ancora là,
non gli ha mai causato alcun inconveniente, a meno che non passi nel metal
detector
di un aeroporto…
Un’altra volta è perfino catturato da una pattuglia russa, che
aveva passato il Don. Erano invisibili, con le loro tute bianche. Stavo
correndo in un camminamento, racconta, per andare a prendere un ferito,
quando sento la neve crollarmi addosso e due mani che mi afferrano. Sono
due, ed urlano “Davài!”.
Vogliono trascinarmi di là dal fiume, per estorcermi informazioni. Io tento
il tutto per tutto. Sferro un calcio potente coi miei scarponi da alpino in
pancia ad uno e strattono quell’altro, finché mi libero. Dalle due
opposte linee del fronte hanno visto, e cominciano a sparare. I proiettili
fischiano in ogni direzione. I due Russi tornano verso le loro linee ed io,
a sbalzi, arrivo fino al caposaldo.
Durante la ritirata, ode delle grida d’aiuto. Una slitta si è capovolta
fuori della pista e gli occupanti sono sotto, prigionieri del carico.
Fornasier riesce a liberarli. Sotto la slitta c’era un maggiore bresciano
della sua stessa divisione. Finisce il viaggio in slitta.
“E per mangiare?” chiedo.
I nostri soldati sapevano dove i contadini russi tenevano le provviste
d’inverno. Le seppellivano in buche dietro le isbe. Così s’è nutrito
di zucche, di patate, di cavolfiori. Per bere succhiava palle di neve. Un
giorno, in un’isba abbandonata, trovò nel sottotetto, sotto le stoppie,
del miele congelato. Il miele gli dura dieci giorni, ed è determinante per
la sua sopravvivenza.
Volevo chiedergli come se la cavava coi bisogni corporali, ma me ne
dimentico per la fretta di tener nota dei suoi discorsi. Calarsi i calzoni
all’aperto, costava caro. Morte terribile, con gli intestini ghiacciati.
Quanti crucchi ci avevano lasciato le penne in quel modo, nel primo inverno
di guerra!
A Gromel arriva l’ordine di riorganizzare le unità disarticolate
dall’offensiva russa e di rimandare a casa i feriti ed i soldati di età
superiore ai trent’anni. Fornasier, dato che ha solo vent’anni, dovrebbe
rimanere, ma salta su una tradotta e dopo un paio di settimane arriva a
Vienna. Di là, a Mestre, dove il tenente sandonatese Gino Velludo lo
riconosce e lo accusa di diserzione. Ma non è momento. Il fascismo è agli
sgoccioli, la guerra è irrimediabilmente perduta. Fucilare un disertore
scappato dalla Russia? S’è visto mai? Meglio lasciar perdere. Si fucilano
i disertori solo nelle guerre che si vincono.
Fornasier va dal maggiore bresciano, quello della slitta, che lo porta
con sé, prima a Salerno, poi a Reggio Calabria, dove lo sorprende l’8
settembre. Pietro parte a piedi, risale tutta la penisola e per i Morti, è
a casa.
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