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Gli itinerari |
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LA BONIFICA |
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dal libro "La Città che conosco" di Mario Pettoello |
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Il maestro elementare Francesco Montagner, uomo mite e ricco di cristiane virtù, quando sentiva qualche discorso improntato alla retorica dei “grandi bonificatori” si lasciava prendere da una convita indignazione. L’indignazione era tanto sincera e spontanea che, pur molto schivo, il più delle volte non riusciva a trattenersi dal brontolare, per poi buttare giù, alla prima occasione, un articolo per "La Vita del Popolo" o qualche altro foglio, con un solo pensiero fisso: la bonifica l’hanno fatta i poveri diavoli, con il badile, la cariola, la pellagra e la malaria, mentre lor signori, invece, stavano a Venezia. Non credo che il “maestro” Piero Bertacco, altra scuola, altra disciplina, altro carattere, altro fuoco, abbia goduto di una qualche frequentazione con il maestro Montagner, eppure quella sua scultura, posta davanti al Museo della Bonifica, contiene un uguale messaggio: la bonifica è fatta di terra, di sudore, di lacrime, di mestizia, di dolore, di imprecazioni. Quelle dei badilanti e cariolanti che, prima dell’avvento delle draghe, avevano scavato i canali, fondamentali per il prosciugamento delle terre. Il palazzo più gradevole di Piazza Indipendenza è certamente il Palazzo delle Bonifiche; forse lascia trasparire un qualche segno dell’architettura littoria, ma il bello non è solo antifascista. La maestosità del portale, l’ampiezza delle scalinate, l’altezza delle stanze, la profondità dei corridoi, il pregio dell’arredo, tutto è segno di potenza e imponenza e sembra fatto apposta per evocare l’epopea della Bonifica, ma anche l’immutabilità del primo dei beni materiali, la terra. La strada più importante della Città è intestata a Silvio Trentin. C’è chi lo ricorda ancora; chi ne ha studiato la figura di docente a Ca’ Foscari, precursore del federalismo; chi ha descritto la sua vicenda prima di esule in Francia e poi di capo della Resistenza Veneta, con Meneghetti e Marchesi; chi, infine, ne piange ancora la morte a seguito di un fisico devastato dalla prigionia. Pochi, invece, ne conoscono il ruolo di studioso, antesignano nel sostenere la Bonifica integrale, lo strumento per una autentica rinascita umana e sociale. Così
parlava
Silvio Trentin, nel 1922, al Congresso Regionale delle Bonifiche tenutosi
a San Donà ed entrato poi negli annali della cultura specialistica
italiana: Periodicamente, tra la posta in arrivo, capita di trovare la notifica di un misterioso “tributo terreni con destinazione urbana” con l’indicazione: Ente impositore il Consorzio di Bonifica. Spesso sono quattro lire, ma l’ignoranza che la maggior parte della gente manifesta sulla ragione di questo tributo, porta ad accogliere la notifica come una reale e immotivata “imposizione”. Sino a pochi anni orsono, dietro il campanile della Duomo c’erano ancora le “s-cione”, dove un tempo si legavano le barche; insomma, prima dell'asfalto c'è stata la bonifica e prima della bonifica c'era la palude. Nelle belle giornate, quando prendi la bicicletta e ti immergi nella campagna, non serve certo andare a Cittanova o a Grassaga per capire che senza la bonifica saremmo ancora coe braghese bagnae, basta osservare le strade arginali o i manufatti per la raccolta e lo scolo delle acque. In via Pralungo, accanto al vecchio silo, inizia il canale navigabile Circogno. Venne costruito nel 1929, per mettere in relazione lo scalo ferroviario con il Canale Brian ed è un segno concreto della grande fiducia che si dava allo sviluppo del trasporto via acqua, grazie ai quasi 200 chilometri di canali del Basso Piave. Oggi, quel canale, è solo una muta testimonianza di un grande equivoco, della diffusa convinzione che la bonifica sia una cosa del passato, al massimo un bollettino postale che ti invita a pagare il “tributo terreni con destinazione urbana” emesso dal Consorzio di Bonifica. E’ probabile che lo sviluppo mercantile che ha interessato San Donà in questo secondo dopo guerra abbia innestato una sorta di rimozione della memoria storica che ha investito in particolare la bonifica. E’ probabile che la forte immigrazione che ha interessato San Donà negli ultimi 30 anni, cambiando la composizione della popolazione abbia ridotto il numero delle persone interessate a conoscere la storia e le vicende della città dove sono nate. Ma San Donà e il Basso Piave sono la bonifica. Non per un dovuto tributo alla nostra storia, ma perché il presente esprime esigenze che sono proprie alla cultura della bonifica; la tutela del territorio, il suo risanamento, la conservazione e il miglioramento dell’equilibrio stabilito possono, infatti, dare sempre nuove motivazioni e ragioni alla bonifica. Un tempo, grazie all’insegnamento di Silvio Trentin, a bonifica acquistò, con l’aspetto idraulico, anche un valore igienico, economico, sociale; oggi, grazie alla bonifica, è possibile disporre di utili strumenti per mantenere buono il territorio, nel giusto uso e rispetto delle sue risorse. |
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la bonifica / da "la città che conosco" di m.p. |