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Il
marchese Vivaldi Pasqua, morto da poco, era un vero nobile. Amava i cani
ed i cavalli, era alto, sempre elegante, affabile con tutti ed aveva un
portamento naturalmente aristocratico. Aveva sposato una mia vicina di
casa e veniva spesso a far visita alla suocera. Non arrivava mai solo,
ma tenendo al guinzaglio uno splendido lupo tedesco, alto al garrese
quasi un metro e, nella sua sfera canina, aristocratico quanto il
marchese.
Yoghi, il mio bastardo frutto dell’incrocio tra un colly e chissà
cos’altro, lo detestava cordialmente. Quando passava, lo inseguiva
all’interno della rete abbaiando furiosamente. Il cane del marchese lo
ignorava con una nonchalance che raddoppiava la rabbia del mio cane.
Un bel giorno la scena si ripete per l’ennesima volta, ma con una
variante, il cancelletto aperto. Passa il lupo e Yoghi percorre tutta la
rete, fino ad imboccarle il varco, ritrovandosi in strada. Si lancia
contro il lupo per azzannarlo. Ma quello, con una maestà canina
difficile da immaginare se non si vede, lo afferra per la gola, lo ruota
in aria un numero perfetto di volte, cioè tre, poi lo sbatte a terra.
Senza astio, con padronanza assoluta di sé. Poi riprende la strada, con
il suo portamento nobile.
“Dio!” penso, “mi ha ammazzato il cane!”
Ed invece no, il lupo del marchese ha solo sfoggiato con classe canina
la clemenza di Tito. Yoghi si rialza scombussolato e frastornato dal
“giro della morte”, uso quelli che motociclisti spericolati facevano
nelle sagre di una volta. Non solo non ha la gola squarciata, non ha un
graffio. Rientra in giardino con i propri mezzi, benché assai malfermo
sulle gambe. Da quella volta, imparata la lezione, ha sempre finto di
non notare più il cane del marchese, quando andava e veniva dalla casa
della signora suocera del suo padrone. Il quale, dal canto suo, quando
passava davanti al mio cancello, sembrava avere nello sguardo una luce
lievemente divertita. Ma solo lievemente. |