Gli itinerari

Om, Mus, Caret

 

il dialetto, sorta di itinerario nel tempo e nei luoghi,  Giuseppe Toffolo, in "Sandonàdomani" 3 / '86

Parlando di dialetti si rischia sempre grosso. Non manca mai il Professore che sa tutto del proprio, e dà patenti d'imbecillità a destra ed a manca, tipo "Ma che cosa può capire quel trevigiano del nostro dialetto? Con quale competenza scientifica, poi?", seguite da dotte disquisizioni sull'origine pelasgica del sandonatese.Ma noi, con la faccia tosta che ci distingue, al riparo dell'ombrello paracritiche prudentemente aperto in premessa alla serie degli "itinerari", affrontiamo il rischio.
Ed a tutti gli eruditi di Provincia, fra i quali si trovano numerosissimi geni incompresi (veramente!), diciamo di non leggerci, perché ciò che segue non ha la minima pretesa di essere scienza, ma chiacchierata bonaria ed amichevole, senza pretese.
La prima cosa che si nota nella parlata di San Donà è la pronuncia tronca di parole parosittone nel resto del Veneto, con la conseguente caduta della vocale finale. Vediamo di spiegarci con qualche esempio. La parola italiana "carretto" si pronuncia in veneto, ca-ré-to, con l'accento sulla penultima sillaba, "re". In sandonatese, la stessa parola diventa ca-rét, con l'accento su "ret" che, essendo diventata muta la "o" finale, si trova ad essere l'ultima sillaba. Altri esempi: omo diventa om (uomo); musso, mus(s) (asino); ru-bi-né-to, ru-bi-nét (rubinetto, naturalmente).
È anche vero, però, che questa tendenza fonetica è oscillante e tende a restringersi a pochi tipi di desinenze, subendo il sandonatese una forte pressione dal veneziano. Ed è altrettanto vero (la cosa non sfugge ad orecchio allenato) che non s'è in presenza d'una totale caduta della vocale finale, ma di una sua attenuazione. 
Fateci caso, non si pronuncia "om, mus, carét", ma "Om(e), muss(e), carét(e), tut(e) in te'l foss(e). Esattamente come la e finale delle parole francesi, preceduta da consonante port(e), arbr(e), parol(e). 
La vocale finale è assolutamente muta, e la consonante è schiettamente pronunciata, nei territori dall'alto corso del Piave, da Belluno in su: of (uovo), foc (fuoco), os(s), (osso),. barét, berretto, tut, tutto.
Un 'altra peculiarità del dialetto sandonatese è la pronuncia della zeta: zinque (cinque), zento (cento), imbezil (imbecille).
Sarebbe interessante redigere delle tavole di raffronto con il veneziano per stabilire con precisione le leggi evolutive dal latino del sandonatese, il quale si discosta dagli  altri dialetti veneti quando produce gli stessi esiti dell'italiano nel trattamento fonetico di particolari classi di parole. Danno esse sorda i dialetti veneti sia nel caso di "grassie" (grazie, dal latino gratia), che di ssiegolo (cefalo, dal tardo latino gephalus), mentre il sandonatese dà in ambedue i casi zeta sorda (grazie, ziégolo), nel caso di grazie, come l'italiano. Trattamento diverso dagli altri dialetti veneti, il sandonatese riserva anche a parole d'origine non latina: zucaro (dall'arabo sukkar), contro il veneziano ssucaro.
Notiamo qui la somiglianza con i dialetti dell'alto corso del Piave, che pronunciano la zeta come la th inglese. Possiamo dire allora che esiste una parentela stretta fra il sandonatese e i dialetti del bellunese? Secondo noi si, tanto più che esistono anche comuni particolarità lessicali. Solo ad un tiro di schioppo da qui, in provincia di Treviso, si dice "balbo" (balbuziente). A San Donà si dice "zabot". Ma anche nell'alto bellunese, lontano un centinaio di chilometri, si dice "thabot".
Conclusione: il sandonatese sembra essere una variante dell'ideale dialetto che, storicamente, si è formato lungo tutto il corso del Piave, dalle sorgenti al mare. L'unità di tale parlata, che non è il veneto classico, è stata consolidata dalla presenza della diocesi di Ceneda, che va da Vittorio Veneto a Torre di Mosto, passando, se non andiamo errati, per Grassaga. È risaputo infatti che i confini linguistici non seguono quelli delle province, ma quelli delle diocesi. Oggi, tuttavia, il sandonatese subisce la forte pressione del veneziano che, molto probabilmente, finirà per imporsi. L'ultimo caposaldo della vecchia parlata sarà, pensiamo, proprio la pronuncia della zeta: addio zinquemilazinquezentozinquantazinque, tutti da zinque!
Ma il discorso sul dialetto non finisce qui. Lisa Davanzo ne ha fatto lo strumento della sua arte. Del dialetto e della sua dignità artistica parleremo una delle prossime volte. Arrivederci.

gli itinerari di ieri / Om, Mus, Caret / marzo 1986