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Parlando di dialetti si rischia sempre
grosso. Non manca mai il Professore che sa tutto del proprio, e dà patenti
d'imbecillità a destra ed a manca, tipo "Ma che cosa può capire quel trevigiano del nostro
dialetto? Con quale competenza scientifica, poi?", seguite da dotte disquisizioni
sull'origine pelasgica del sandonatese.Ma noi, con la faccia tosta che ci distingue, al riparo dell'ombrello paracritiche
prudentemente aperto in premessa alla serie degli "itinerari", affrontiamo il rischio.
Ed a tutti gli eruditi di Provincia, fra i quali si trovano numerosissimi geni incompresi
(veramente!), diciamo di non leggerci, perché ciò che segue non ha la minima
pretesa di essere scienza, ma chiacchierata bonaria ed amichevole, senza pretese.
La prima cosa che si nota nella parlata di San Donà è la pronuncia tronca di
parole parosittone nel resto del Veneto, con la conseguente caduta della vocale finale.
Vediamo di spiegarci con qualche esempio. La parola italiana "carretto" si
pronuncia in veneto, ca-ré-to, con l'accento sulla penultima sillaba, "re". In
sandonatese, la stessa parola diventa ca-rét, con l'accento su "ret" che, essendo diventata
muta la "o" finale, si trova ad essere l'ultima sillaba. Altri esempi: omo diventa om
(uomo); musso, mus(s) (asino); ru-bi-né-to, ru-bi-nét (rubinetto, naturalmente).
È anche vero, però, che questa tendenza fonetica è oscillante e tende a restringersi
a pochi tipi di desinenze, subendo il sandonatese una forte pressione dal
veneziano. Ed è altrettanto vero (la cosa non sfugge ad orecchio allenato) che non s'è in
presenza d'una totale caduta della vocale finale, ma di una sua attenuazione.
Fateci caso, non si pronuncia "om, mus, carét", ma "Om(e), muss(e), carét(e),
tut(e) in te'l foss(e). Esattamente come la e finale delle parole francesi, preceduta da consonante
port(e), arbr(e), parol(e).
La vocale finale è assolutamente muta, e la consonante è schiettamente
pronunciata, nei territori dall'alto corso del Piave, da Belluno in su: of (uovo), foc
(fuoco), os(s), (osso),. barét, berretto, tut, tutto.
Un 'altra peculiarità del dialetto sandonatese è la pronuncia della zeta: zinque
(cinque), zento (cento), imbezil (imbecille).
Sarebbe interessante redigere delle tavole di raffronto con il veneziano per
stabilire con precisione le leggi evolutive dal latino del sandonatese, il quale si discosta dagli
altri dialetti veneti quando produce gli stessi esiti dell'italiano nel trattamento
fonetico di particolari classi di parole. Danno esse sorda i dialetti veneti sia nel caso di
"grassie" (grazie, dal latino gratia), che di ssiegolo (cefalo, dal tardo latino
gephalus), mentre il sandonatese dà in ambedue i casi zeta sorda (grazie, ziégolo), nel caso di
grazie, come l'italiano. Trattamento diverso dagli altri dialetti veneti, il
sandonatese riserva anche a parole d'origine non latina: zucaro (dall'arabo sukkar), contro il
veneziano ssucaro.
Notiamo qui la somiglianza con i dialetti dell'alto corso del Piave, che pronunciano
la zeta come la th inglese. Possiamo dire allora che esiste una parentela stretta fra il sandonatese e i
dialetti del bellunese? Secondo noi si, tanto più che esistono anche comuni particolarità
lessicali. Solo ad un tiro di schioppo da qui, in provincia di Treviso, si dice "balbo"
(balbuziente). A San Donà si dice "zabot". Ma anche nell'alto bellunese, lontano un
centinaio di chilometri, si dice "thabot".
Conclusione: il sandonatese sembra essere una variante dell'ideale dialetto che,
storicamente, si è formato lungo tutto il corso del Piave, dalle sorgenti al mare.
L'unità di tale parlata, che non è il veneto classico, è stata consolidata dalla
presenza della diocesi di Ceneda, che va da Vittorio Veneto a Torre di Mosto,
passando, se non andiamo errati, per Grassaga.
È risaputo infatti che i confini linguistici non seguono quelli delle province, ma
quelli delle diocesi. Oggi, tuttavia, il sandonatese subisce la forte pressione del
veneziano che, molto probabilmente, finirà per imporsi. L'ultimo caposaldo della vecchia
parlata sarà, pensiamo, proprio la pronuncia della zeta: addio
zinquemilazinquezentozinquantazinque, tutti da zinque!
Ma il discorso sul dialetto non finisce qui. Lisa Davanzo ne ha fatto lo
strumento della sua arte. Del dialetto e della sua dignità artistica parleremo una delle
prossime volte. Arrivederci.
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