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Avevo parcheggiato la macchina nel piazzale.
M’era venuta in soccorso una graziosa brunetta alla quale chiedo: Di
chi è quel leone? " Nostro", mi risponde. Intendevo dire, chi l’ha
scolpito? "
L’Arte 2000, di Pordenone.". Il primo che ride, gli do un
pugno. Io, a quella risposta, mi sono commosso dentro. Questa è come me,
ho pensato, così concentrata su qualcosa, così timida, che, quando càpita,
non risponde a tono nemmeno alle domande più banali. È una vita, io, che
inciampo così. La brunetta, scoprirò dopo, è la prima delle
tre figlie di Antonio. È laureata a pieni voti in (se ricordo bene)
Gestione Aziendale, parla le lingue, ed è sempre in giro per il mondo a
curare gli affari di una ditta, che esporta metà del fatturato in
Thailandia, USA, Gran Bretagna, Danimarca, Germania e Austria. Alla faccia
di chi ha solo – solo – la lingua sciolta.
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Antonio mi fa fare il giro delle officine e
degli uffici. Tutto nuovo, tutto tecnologicamente all’avanguardia, tutto
ergonomico – si dice così, vero? E tutto curato per dare il senso della
serietà, dell’accoglienza, del bello, anche. "Quando lavori con l’estero, non si
può fare i furbi. Bisogna essere totalmente affidabili – dice. – Noi lo
siamo. A questo
punto, inciampo io, come la brunetta. Nel grande atrio, dominato da un
superbo lampadario in vetro di Murano, è una grande vetrata in cui sono
disegnati dei volti. "Chi è quello?" chiedo. "Mi pare di
conoscerlo." Antonio
mi guarda perplesso. Io ricupero in grave ritardo, come un difensore della
Nazionale a tre quarti partita. "Certo che lo conosco. È
don Giovanni Bosco. E quella è Maria, e l’altro è Gesù
Bambino." Antonio ha altri tre figli, due ragazze ed un maschio.
Tutti bravi a scuola, tutti con la testa a posto. Altre lauree, altri
diplomi. "Tu sai perché lo faccio, vero? – mi dice. – Io
continuo a vivere come prima. Lavoro e ancora lavoro. Certo, sto
bene.". Non
aggiunge altro, sarebbe troppo banale dire che l’ha fatto per loro. E non
sarebbe neanche vero, in fondo. Loro, i figli, non sono uno scopo, sono un
risultato del suo modo di essere. D’un modo di essere, credo, tutto
veneto. Razza Piave. Lo ha fatto per tutti noi, alla fine, per la
comunità, perché anche tutti noi ci avvantaggiamo della prosperità
d’un’azienda così. |
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"Se dovessi chiedere qualcosa ai
politici, che cosa chiederesti?" Non registro la risposta. Che cosa
si può chiedere che non sia meno burocrazia e un po’ più di serietà ed
efficienza? Antonio mi parla di tante cose, di rapporti con
gli operai, coi sindacati – chi va a mettere la firma di garanzia sui
contratti d’affitto degli extracomunitari? Lui, naturalmente - con le
banche, coi politici locali – alcuni bravi, altri un po’ lunatici – per
questi ultimi però non serba rancore, assicura. Una cosa gli sta a cuore,
le regole. Senza il rispetto delle regole, non si va avanti. Lui è il
primo a rispettarle, e pretende che anche gli altri le
rispettino. "Vieni, sabato, alla benedizione? – mi dice. –
Faremo festa fino a tardi." No, non posso. Sabato sarò a Trieste,
hanno amputato una gamba alla Licia. Auguri, Antonio, già ragazzo
dell’Oratorio ed ora
sandonatese importante. Una vita venetamente
spesa. |