Gli itinerari


L'IMPORTANZA 
DI 
CHIAMARSI 
CLAUDIO

 

Noi, i non protagonisti, che non “buchiamo” in tivì,  di Giuseppe Toffolo

Gli “Itinerari” tracciano affettuosamente ritratti di gente comune, nella presunzione che essa sia essenziale per la conservazione della civiltà e la felicità della specie, gravemente messe in pericolo dalla gente protagonista – protagonista in qualsiasi campo. Mi  dice un amico, che per ovvi motivi mi ha chiesto di rimanere anonimo: ”Scrivi per me una breve storia, ho un debito di riconoscenza con Claudio.” 
Ho deciso di accontentare il mio amico, pur trattandosi di una storia personale, proprio per quanto detto in premessa. Esistono tra noi – e la cosa ci conforta - tante persone di cuore come Claudio, lavoratore instancabile, a far da contrappeso ai troppi GGFF (Grandi Fratelli)  celebri che bucano in tivì e che fanno generalmente gran danno.

“Molti anni fa – racconta l’amico – finita la Proposta Estate dell’Oratorio, mio figlio mi dice: “Papà, voglio andare a lavorare!” Durante i mesi estivi, s’intende, non è che volesse lasciare la scuola. In assoluto, sarebbe stata un’ottima cosa. Anch’io, da studente, trascorrevo le vacanze lavorando. Era una libera scelta. Consideravo il lavoro scuola di vita. 
Anche la scelta di mio figlio, oltre che libera, sarebbe stata ottima, non fosse per il fatto che aveva solo dieci anni. Era l’ultima estate di sua vita, ed aveva appena superato gli esami di quinta. Decisi di stare al gioco. 
“Bene, e dove vorresti andare a lavorare?” 
 
“Al supermercato.” 
Aveva già pensato a tutto – era pieno di iniziative; aveva pattuito anche lo stipendio - ed aveva già parlato con Claudio, il principale. 
 
“Avverti tuo padre” gli disse questi.  
Claudio, lo conoscevo di vista, era – ed è – un tipo che non dà confidenza, burbero il suo, ed invece, alla prova, d’animo gentile. Instancabile lavoratore. Allora avrà avuto trent’anni, capelli mossi, sul biondo, occhi chiari.   Perché non accontentare il mio ragazzo, pensai, in fondo un po’ di apprendistato di vita non gli  farà male. Passai al
market, e Claudio mi disse che sarebbe stato contento di dargli un’occhiata quando mio figlio fosse stato in negozio, dalle dieci alle undici e mezzo di mattina. Non ricordo bene di quali mansioni lo avesse incaricato, trappolare con gli scaffali più bassi, forse.    
Gli dico che avrei rimborsato eventuali danni  mi accordai per passare ogni mattina all’apertura, lasciandoli la paga della giornata. Cinquecento lire, mi pare.  
Così, per circa una settimana, mio figlio fu commesso di supermercato. Ogni tanto passavo, con una scusa, e lo vedevo indaffarato ad allineare merendine negli scaffali, sotto l’occhio discreto di Claudio.
 Il mio ragazzo non faceva conto del denaro. Quando qualcuno, nonni o zii, gli regalava qualche banconota o qualche spicciolo, li girava subito a me od alla mamma. Sembrava non sapesse che farsene. Ma come sventolava quelle cinquecento lire, quando tornava dal lavoro! Quelle se le teneva strette. 
Dopo qualche giorno, però, decisi che la cosa doveva finire. Non erano ancora i tempi della political correctness, ma di tartufotti ne giravano già tanti, troppi. Vuoi vedere, pensai, che sia io sia Claudio finiamo per beccarci una bella denuncia per sfruttamento di minore, da parte di uno zelante difensore dei diritti dei bambini? – non erano ancora di moda i maledetti pedofili. 
Così presi mio figlio da parte e gli spiegai questa possibilità. Lui era contento del suo lavoro, ma la possibilità che suo padre e Claudio finissero dietro le sbarre, lo convinse a non fare storie. 
Quando Claudio gli diede le ultime cinquecento lire, gli regalò anche un sacchetto di gocce d’oro – credo si chiamino così, e gli disse: "Sei stato bravo".  
Mio figlio venne a casa trionfante. La mamma ed io gustammo le frutta con grandi mugolii di apprezzamento e gli spiegammo che eravamo veramente commossi per quel suo prezioso contributo al mantenimento della famiglia. Ogni volta che vedo Claudio, dice il mio amico, vorrei esprimergli la mia riconoscenza, ma non esistono parole per farlo, se non raccontando questa storia. Non trovo le parole, come lui non ne ha trovate di circostanza quando mio figlio morì. Mi borbottò solo un “buongiorno!”. Ma lo sguardo disse tutto.  
Perciò approfitto di te per mandargli pubblicamente questo messaggio, attraverso “Sandonàdomani”. Non dimenticherò mai la sua pazienza, la disponibilità, l’attenzione, la comprensione, la gentilezza d’animo e di cuore dimostrata in quella faccenda delicata. E l’affetto che, in fondo, dovette nutrire per quel ragazzino. Il quale, per lui, non era poi nessuno. Ma che gli aveva chiesto così seriamente un lavoro. Di nuovo e sempre grazie, Claudio!”  

gli itinerari di oggi / L'importanza di chiamarsi Claudio / 2002