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“Molti anni fa
– racconta l’amico – finita la Proposta Estate dell’Oratorio, mio
figlio mi dice: “Papà, voglio andare a lavorare!” Durante i mesi
estivi, s’intende, non è che volesse lasciare la scuola. In
assoluto, sarebbe stata un’ottima cosa. Anch’io, da studente, trascorrevo
le vacanze lavorando. Era una libera scelta. Consideravo il lavoro scuola
di vita. Anche la
scelta di mio figlio, oltre che libera, sarebbe stata ottima, non fosse
per il fatto che aveva solo dieci anni. Era l’ultima estate di sua vita,
ed aveva appena superato gli esami di quinta. Decisi di stare al
gioco. “Bene, e dove vorresti andare a
lavorare?” “Al
supermercato.” Aveva già pensato a tutto – era pieno di
iniziative; aveva pattuito anche lo stipendio - ed aveva già parlato con
Claudio, il principale. “Avverti tuo padre” gli disse
questi. Claudio, lo conoscevo di vista, era – ed è – un
tipo che non dà confidenza, burbero il suo, ed invece, alla prova, d’animo
gentile. Instancabile lavoratore. Allora avrà avuto trent’anni, capelli
mossi, sul biondo, occhi chiari. Perché non accontentare il mio
ragazzo, pensai, in fondo un po’ di apprendistato di vita non gli farà male. Passai al market,
e Claudio mi disse che sarebbe stato contento di dargli un’occhiata quando
mio figlio fosse stato in negozio, dalle dieci alle undici e mezzo di
mattina. Non ricordo bene di quali mansioni lo avesse incaricato,
trappolare con gli scaffali più bassi, forse. Gli
dico che avrei rimborsato eventuali danni mi accordai per passare
ogni mattina all’apertura, lasciandoli la paga della giornata. Cinquecento
lire, mi pare. Così, per circa una settimana, mio figlio fu
commesso di supermercato. Ogni tanto passavo, con una scusa, e lo vedevo
indaffarato ad allineare merendine negli scaffali, sotto l’occhio discreto
di Claudio. Il mio ragazzo non faceva conto del denaro. Quando
qualcuno, nonni o zii, gli regalava qualche banconota o qualche spicciolo,
li girava subito a me od alla mamma. Sembrava non sapesse che farsene. Ma
come sventolava quelle cinquecento lire, quando tornava dal lavoro! Quelle
se le teneva strette. Dopo
qualche giorno, però, decisi che la cosa doveva finire. Non erano ancora i
tempi della political correctness, ma di tartufotti ne giravano già tanti,
troppi. Vuoi vedere, pensai, che sia io sia Claudio finiamo per beccarci
una bella denuncia per sfruttamento di minore, da parte di uno zelante
difensore dei diritti dei bambini? – non erano ancora di moda i maledetti
pedofili. Così presi mio figlio da parte e gli spiegai
questa possibilità. Lui era contento del suo lavoro, ma la possibilità che
suo padre e Claudio finissero dietro le sbarre, lo convinse a non fare
storie. Quando Claudio gli diede le ultime cinquecento lire,
gli regalò anche un sacchetto di gocce d’oro – credo si chiamino così, e
gli disse: "Sei stato bravo". Mio figlio venne a casa
trionfante. La mamma ed io gustammo le frutta con grandi mugolii di
apprezzamento e gli spiegammo che eravamo veramente commossi per quel suo
prezioso contributo al mantenimento della famiglia. Ogni volta che
vedo Claudio, dice il mio amico, vorrei esprimergli la mia riconoscenza,
ma non esistono parole per farlo, se non raccontando questa storia. Non
trovo le parole, come lui non ne ha trovate di circostanza quando mio
figlio morì. Mi borbottò solo un “buongiorno!”. Ma lo sguardo disse
tutto. Perciò approfitto di te per mandargli pubblicamente
questo messaggio, attraverso “Sandonàdomani”. Non dimenticherò mai la sua
pazienza, la disponibilità, l’attenzione, la comprensione, la gentilezza
d’animo e di cuore dimostrata in quella faccenda delicata. E l’affetto
che, in fondo, dovette nutrire per quel ragazzino. Il quale, per lui, non
era poi nessuno. Ma che gli aveva chiesto così seriamente un lavoro.
Di nuovo e sempre grazie, Claudio!”
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