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Donella
La
chiesa di S.Ambrogio di Fiera, a Treviso, è un piccolo capolavoro di buon
gusto. La struttura neoclassica, restaurata accuratamente
nell’Ottocento, conserva intatta tutta la sua grazia settecentesca.
L’organo, opera del maestro Gaetano Calido,
è uno dei più preziosi della diocesi. Gli affreschi interni sono firmati
da Giambattista Canal e da Sebastiano Santi.
In un mattino
assolato dello scorso luglio, sono stato alla funzione funebre di
Donella B., quarantasei anni.
Donella, carissima amica e
collega di lavoro, è legata al “Sandonàdomani” di carta, quindi, in
qualche modo, anche a questo giornale. Tra il 1984 ed il 1986, quando
ancora non possedevo un PC, era lei che batteva a macchina le spaventose
male copie degli “Itinerari” che le passavo, fornendo alla tipografia
testi impeccabili, pronti alla stampa. Credo, quindi, che negli
“Itinerari” Donella si meriti un sia pur piccolo ricordo, come questo.
Bionda, capelli lisci,
incarnato chiarissimo, magra, aveva splendide gambe. Veniva al lavoro con
una problematica – dal punto di vista del funzionamento – Cinquecento
giallastra. E, se al lavoro vestiva sempre con grande austerità, nelle
occasioni di festa amava truccarsi ed agghindarsi in maniera vistosa.
Era un’anima bella, sempre
allegra, saggia e felice del proprio stato, incapace di sentimenti
meschini. Cercava Dio, ma intimamente, per se stessa, e non importunava
nessuno con i fatti della propria fede. Incarnava, in un certo senso,
l’humour tipicamente trevisano, alla “parla come che te ga insegnà to
mare”. Un humour che ti può stendere con una battuta al fulmicotone.
Esempio. Arturo precede al buio la moglie. Inciampa malamente.
“Giovanna, sta’ attenta!” “Sta atento ti, baùco!”
A Donella devo la conoscenza
di molte parole dialettali trevisane, ed anche del gergo. Non le sarò mai
abbastanza grato.
Fu il mio insegnante di
lettere, l’esule raguseo (di Ragusa, in Dalmazia, oggi Dubrovnik)
Antonio Busonia, a farmi notare l’importanza del gergo trevisano,
fenomeno unico fra i dialetti veneti ed italiani. Non si tratta di un
linguaggio zingaresco o di un gergo della mala, ma dell’invenzione di
anonimi, spiriti colti e raffinati, anche se parlato dai ragazzacci dei
bassifondi.
“Grimo”, per esempio, in
gergo trevisano vuol dire padre. Si tratta di una parola italiana che
significa rugoso – un milione di dollari a chi lo sapeva. “Ensa”
vuol dire acqua, ed è un relitto dell’indoeuropeo, l’antica lingua
dalla quale hanno avuto origine quasi tutti gli idiomi moderni del nostro
continente. Il “bero”, sempre in gergo trevisano, è il fondo schiena,
ed ha lo stesso significato dell’omologa parola paleoveneta, che ha
superato di slancio la notte dei tempi – varda un po’!
Donella
adorava la memoria del padre, che l’aveva lasciata orfana da piccola. Il
papà aveva un Motom, uno dei ciclomotori di un’Italia che era grande
grande, fino al 1961, e che da allora ha rotolato sempre in peggio. Il
motore era a quattro tempi, ed aveva cinquantuno centimetri cubici di
cilindrata. Vi si poteva viaggiare in due, a benzina normale. Il papà di
Donella aveva fatto fare alla moglie, in sella a quel Motom rosso
fiammante, il viaggio di nozze che a suo tempo i due sposi s’erano
potuti concedere.
Morto il padre, il motociclo
era rimasto abbandonato nel pollaio, finché Donella, più di vent’anni
dopo, non decise di regalarlo a me. Era in stato deplorevole. Lo portai a
S.Donà e lo feci smontare pezzo a pezzo. 
Ivano Tuis fece cromare le parti
arrugginite.
Quando fu rimontato, mi ritrovai in possesso di un signor
motociclo nuovo, rosso come una Ferrari, ed efficientissimo.
Quando
andavo in giro col camper, me lo portavo dietro e, fatta montare la
gentile signora sul sellino posteriore, andavo in giro a visitare le
località più nascoste. Un giorno, ad Orvieto – che salita per arrivare
su! - , un vigile mi fermò.
Giocai d’anticipo: “Bollo, assicurazione: tutto
in ordine, signor vigile!” gli dissi. E lui, con evidente ammirazione
per il mezzo, accennando alla targa, disse: “Sì, sì. Non lo metto in
dubbio. Ma, mi dica: lei viene da Treviso su questo coso qua?”
Il male si rivelò nel
novembre scorso, e da allora per Donella fu il calvario.
Negli ultimi giorni, nei
quali si consumava l’agonia della cara Donella, il suo ricordo mi
tornava continuamente alla mente, benché fossero molti anni che non la
vedevo. Poi, dopo il funerale, ho sentito forte l’urgenza di scriverne,
quasi fosse lei a chiedermelo. Ho capito bene, Donella?
Zaira
Sgarbellin
Zaira Sgarbellin è un personaggio immaginario, madre dei ragazzini
che si fanno un’educazione in TV.
Ogni mattina, appena alzata, Zaira deve affrontare parecchi
problemi domestici, che la impegnano moltissimo. Prima di tutto deve
occuparsi dei figli, Kevin di tre anni e Samantha di otto. Il maschietto
va all’asilo, mentre la femminuccia frequenta la terza elementare.
Oggi Kevin, appena sveglio, ha cominciato a fare il diavolo a
quattro perché vuole il gatto che fa il ruttino, come quello della
pubblicità televisiva. La sorellina, invece, ha messo il broncio. Zaira
ha tentato di spiegarle, senza successo, che è ancora troppo piccola per
prendere “©Lascivia”, il prodotto che “regola il transito
intestinale”. Quella è roba per donne adulte, che vogliono essere
sempre in forma, non per bambine.
Ma Samantha ha ingreppato ancora di più il broncio e, dietro
quella cortina fumogena (unico fumo ammesso in casa di Zaira, che su
questo punto è una belva) e fisiognomica, ha fermamente deciso di non
andare più al bagno, interrompendo volontariamente ogni transito nel suo
pancino, finché non le sarà concesso di provare quel prodotto. Già che
c’è, prolungherà la protesta per avere anche lei, come la mamma, un
piercing sulla valigia ed un tatuaggio sulla natica.
A Kevin, Zaira ha promesso che
comprerà il gattino, ma in cuor suo dubita che riuscirà a mantenere la
promessa, dato che San Donà è una città ancora troppo contadina per
essere adeguatamente aggiornata su tutte le novità della tele. Forse a
Mestre…
Kevin, che è abbastanza
volubile, ha già cambiato l’oggetto della sua rumorosa protesta
mattutina. Rimprovera alla madre di non avergli comprato “Taschy",
il succo di frutta che ti segue dappertutto - in palestra, per strada,
all’asilo e ai gabinetti.
Mentre Zaira prepara la
colazione con le fette biscottate dai cinque cereali, Samantha si lagna di non potersi stravaccare
sul divano come la ragazzina che fa la pubblicità televisiva dello
“yogurt ©Canone”. I suoi pantaloncini hanno il cavallo troppo basso.
Non le permettono di divaricare abbastanza le gambe. A Zaira resta solo da
filosofeggiare:
- Neanche tu possiedi il dono
della cubiquità, Samantha. O ti stravacchi sul divano con le gambe
divaricate come nella pubblicità della televisione, o indossi i panta col
cavallo all’altezza delle puppole e la cintura a mezza culattina. Non
puoi fare queste due cose insieme. Però puoi sempre stravaccarti con le
gambe strette. In ogni modo, quella più alla moda sei tu, non lei, la
bambina dello spot.
Kevin, intanto, si è arrampicato sulla cristalliera ed ha
agguantato un bicchiere.
- El é tant fin – pensa
orgogliosa Zaira. – Gli fa schifo bere a canna, come facciamo tutti.
L’osservazione la porta a fantasticare sul futuro dei figli.
Samantha, secondo lei, è una creativa e sceglierà una professione di
prestigio come la modella o la velina, ed andrà alle feste sullo iokt di
Criatore.
Per Kevin le cose potrebbero essere molto più semplici. Lui è un
tipo sensibile. Magari potrebbe sposare un uomo di successo, uno col
doppio cognome come Stecchetti Crosera, o Luca Mordero di Montesemola.
Zaira s’intenerisce, pensando ai nipotini adottivi, magari United
Colors of Benetton.
Bellatrix
Edizioni
Tiriamo un po’ il fiato, dopo la Zaira e dopo i
progetti di regolarizzazione delle coppie di fatto ed il Leone d’Oro ai
dolcissimi amori gay di due cowboy. Ci sono anche personaggi più
tradizionali, come Rossella, che, insieme con i tre figli, Giulia Maria,
Francesco e Giovanni, ha fatto un delizioso regalo al marito, per il di
lui cinquantesimo compleanno.
Ha
raccolto alcuni scritti – poesie e racconti – dei molti che quello
teneva in un cassetto, e glieli ha riuniti in un pregevole volumetto a
stampa. Dietro il nome di fantasia dell’editore, Bellatrix, si cela,
naturalmente, l’amatissima famiglia. A proposito, come corre il tempo!
Mi sono distratto un momento e mi son ritrovato a dare del lei alla
signorina Giulia Maria, che fino a un momento prima era la ragazzetta
paffuta che giocava nel giardino della casa di fronte.
La
pubblicazione del libellus è stata fatta in gran segreto e, in senso
lato, è stato un regalo anche per S.Donà, che si è ritrovata con un
pregevole autore in più.
Il fortunato cinquantenne è
un giovane veterinario, Sandro Zucchetta. Il quale è un tipo ben
piantato, dal tratto amichevole, dalla parola misurata e dallo sguardo
sornione. Come molti Sandonatesi ha la passione della montagna, alla quale
dedica gran parte del tempo libero e alcuni degli scritti raccolti nel
volumetto con la copertina color carta da zucchero. La scheda biografica
in risvolto di copertina garantisce che trattasi di “un amante
dell’arte in tutte le sue forme”. Se ho ben inteso, è anche in grado
di apprezzare un buon sigaro, di tanto in tanto. Anche un sigaro è arte.
Il titolo del libro è
“Ataiki: il tempo dei cuori che ridono. Poesie e racconti brevi”,
sotto il quale sono raccolti quattro storie e cinquantadue poesie.
L’impianto generale è solido, e riflette buoni studi messi a profitto.
C’è un solo, infimo difetto
di scrittura, ma che, pur nella sua piccolezza, mi fa male al cuore, e non
posso lasciar correre. Non è dovuto all’autore, ma ad una certa qual
poca cura che molti professori di lettere dedicano ad insegnare la
corretta pronuncia e scrittura, nella presunzione errata che l’italiano
si legga come si scrive, ed alla conseguente diffusa ignoranza della
nozione di legamento sintattico.
Esempio. Se scrivo, come ha
fatto il correttore di bozze di Zucchetta, “gl’altri”, devo leggere
un bruttissimo “glaltri”, con la g gutturale. Così, ma non è il caso
di questo Autore, se scrivo “c’ho fame”, devo leggere “co fame”,
non “ciò fame”. Come insegna il Manzoni, per leggere “ciò”
bisogna scrivere “ci ho”, (in virtù della su ricordata regola del
legamento sintattico), che invece i poco avvertiti tendono a pronunciare
“ci-ò” – prego tutti di credere che mi muove non la pedanteria, ma
il supremo amore della nostra bellissima lingua, che oggi in troppi fanno
a gara per massacrare. Esprimiamoci piuttosto in inglese, e non se ne
parli più.
Tanto
premesso, l’approccio di Zucchetta
ai vari temi trattati è di una impeccabile maturità espressiva,
venata di una sottile e spesso surreale ironia. Leggendolo, riconosco,
tradotta in scrittura, l’idea stessa di poesia, che si può riassumere
nel concetto di un completo, totale dominio dello strumento linguistico.
La qual cosa significa, in parole povere, che la parola compie il miracolo
di fermare l’attimo e di fissarlo per sempre, indipendentemente dai
contenuti. Non è la materia che fa la poesia, non i contenuti, che
potrebbero essere anche i più umili o i più laidi, e tantomeno i buoni
sentimenti o le sensazioni ed emozioni. Se così fosse, con un po’ di
sforzo, ed applicando qualche ricetta, saremmo tutti poeti, la qual cosa
invece non è. La poesia è pittura, dicevano gli Antichi, che se ne
intendevano.
L’ispirazione di Zucchetta
è la più varia, ma riguarda sempre la quotidianità, indagata anche nei
suoi aspetti più intimi e spesso condita con riflessioni sulla condizione
umana, buttate là senza parere, senza opprimere più del necessario
l’anima del lettore.
Zucchetta ha compreso anche il
valore del dialetto, capace di esprimere i moti più profondi
dell’animo, ma sempre con il pudore di un certo distacco, di una presa
di distanze dall’autocommiserazione o dall’autocompiacimento.
Completano la raccolta quattro
brevi racconti, in cui l’Autore si dimostra capace di penetranti analisi
psicologiche, soprattutto in quelli dedicati alla montagna.
Il “calepin”, corredato di
disegni a colori della prole ammirata, si legge e rilegge tutto d’un
fiato. Ritagliamo per “Sandonadomani” un piccolo capolavoro di
realismo ed insieme di moralità da favola classica, intitolato “El
bisat”.
EL
BISAT
“Tienlo
in tiro!”
“Vanteo pa’ a coa!”
“No! Ciàpeo pa’ a testa!”
“El schiral, ghe vol el schiral!”
“Daghe
fil!”
Coi
so oceti furbi el bisat l’ ha vardà
tuta chea zente scalmanà
drio e rive, e l’ha pensà:
“A chei mati là
no voe darghe ‘na sodisfathion
pa’ ’na butoea!".
E l’ha vert a boca,
e
‘l s’ ha dat ‘na sgorlada
e
soto l’ é tornà.
“Dioprete,
l’ é scampà!”
A
me scappa invece un solo commento: grande! Bisogna infine dire che lo Zucchetta ha intuito che anche la traduzione è arte, soprattutto per noi
Veneti dal bilinguismo etnico dialetto-lingua nazionale. Quando traduce in
italiano alcune poesie sandonatesi – o viceversa - non sapresti dire
quale sia la versione migliore.
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