Gli itinerari

Donella e gli altri

di Giuseppe Toffolo

Donella

La chiesa di S.Ambrogio di Fiera, a Treviso, è un piccolo capolavoro di buon gusto. La struttura neoclassica, restaurata accuratamente nell’Ottocento, conserva intatta tutta la sua grazia settecentesca. L’organo, opera del maestro Gaetano Calido, è uno dei più preziosi della diocesi. Gli affreschi interni sono firmati da Giambattista Canal e da Sebastiano Santi. 
In un mattino assolato dello scorso luglio, sono stato alla funzione funebre di Donella B., quarantasei anni.   Donella, carissima amica e collega di lavoro, è legata al “Sandonàdomani” di carta, quindi, in qualche modo, anche a questo giornale. Tra il 1984 ed il 1986, quando ancora non possedevo un PC, era lei che batteva a macchina le spaventose male copie degli “Itinerari” che le passavo, fornendo alla tipografia testi impeccabili, pronti alla stampa. Credo, quindi, che negli “Itinerari” Donella si meriti un sia pur piccolo ricordo, come questo.
Bionda, capelli lisci, incarnato chiarissimo, magra, aveva splendide gambe. Veniva al lavoro con una problematica – dal punto di vista del funzionamento – Cinquecento giallastra. E, se al lavoro vestiva sempre con grande austerità, nelle occasioni di festa amava truccarsi ed agghindarsi in maniera vistosa.
Era un’anima bella, sempre allegra, saggia e felice del proprio stato, incapace di sentimenti meschini. Cercava Dio, ma intimamente, per se stessa, e non importunava nessuno con i fatti della propria fede. Incarnava, in un certo senso, l’humour tipicamente trevisano, alla “parla come che te ga insegnà to mare”. Un humour che ti può stendere con una battuta al fulmicotone. 
Esempio. Arturo precede al buio la moglie. Inciampa malamente. “Giovanna, sta’ attenta!” “Sta atento ti, baùco!”

A Donella devo la conoscenza di molte parole dialettali trevisane, ed anche del gergo. Non le sarò mai abbastanza grato.
Fu il mio insegnante di lettere, l’esule raguseo (di Ragusa, in Dalmazia, oggi Dubrovnik) Antonio Busonia, a farmi notare l’importanza del gergo trevisano, fenomeno unico fra i dialetti veneti ed italiani. Non si tratta di un linguaggio zingaresco o di un gergo della mala, ma dell’invenzione di anonimi, spiriti colti e raffinati, anche se parlato dai ragazzacci dei bassifondi.
“Grimo”, per esempio, in gergo trevisano vuol dire padre. Si tratta di una parola italiana che significa rugoso – un milione di dollari a chi lo sapeva. “Ensa” vuol dire acqua, ed è un relitto dell’indoeuropeo, l’antica lingua dalla quale hanno avuto origine quasi tutti gli idiomi moderni del nostro continente. Il “bero”, sempre in gergo trevisano, è il fondo schiena, ed ha lo stesso significato dell’omologa parola paleoveneta, che ha superato di slancio la notte dei tempi – varda un po’!
Donella adorava la memoria del padre, che l’aveva lasciata orfana da piccola. Il papà aveva un Motom, uno dei ciclomotori di un’Italia che era grande grande, fino al 1961, e che da allora ha rotolato sempre in peggio. Il motore era a quattro tempi, ed aveva cinquantuno centimetri cubici di cilindrata. Vi si poteva viaggiare in due, a benzina normale. Il papà di Donella aveva fatto fare alla moglie, in sella a quel Motom rosso fiammante, il viaggio di nozze che a suo tempo i due sposi s’erano potuti concedere. 
Morto il padre, il  motociclo era rimasto abbandonato nel pollaio, finché Donella, più di vent’anni dopo, non decise di regalarlo a me. Era in stato deplorevole. Lo portai a S.Donà e lo feci smontare pezzo a pezzo.

Ivano Tuis fece cromare le parti arrugginite. 

Quando fu rimontato, mi ritrovai in possesso di un signor motociclo nuovo, rosso come una Ferrari, ed efficientissimo.
Quando andavo in giro col camper, me lo portavo dietro e, fatta montare la gentile signora sul sellino posteriore, andavo in giro a visitare le località più nascoste. Un giorno, ad Orvieto – che salita per arrivare su! - , un vigile mi fermò.

Giocai d’anticipo: “Bollo, assicurazione: tutto in ordine, signor vigile!” gli dissi. E lui, con evidente ammirazione per il mezzo, accennando alla targa, disse: “Sì, sì. Non lo metto in dubbio. Ma, mi dica: lei viene da Treviso su questo coso qua?”
Il male si rivelò nel novembre scorso, e da allora per Donella fu il calvario.
Negli ultimi giorni, nei quali si consumava l’agonia della cara Donella, il suo ricordo mi tornava continuamente alla mente, benché fossero molti anni che non la vedevo. Poi, dopo il funerale, ho sentito forte l’urgenza di scriverne, quasi fosse lei a chiedermelo. Ho capito bene, Donella?

Zaira Sgarbellin

Zaira Sgarbellin è un personaggio immaginario, madre dei ragazzini che si fanno un’educazione in TV. 
Ogni mattina, appena alzata, Zaira deve affrontare parecchi problemi domestici, che la impegnano moltissimo. Prima di tutto deve occuparsi dei figli, Kevin di tre anni e Samantha di otto. Il maschietto va all’asilo, mentre la femminuccia frequenta la terza elementare.
Oggi Kevin, appena sveglio, ha cominciato a fare il diavolo a quattro perché vuole il gatto che fa il ruttino, come quello della pubblicità televisiva. La sorellina, invece, ha messo il broncio. Zaira ha tentato di spiegarle, senza successo, che è ancora troppo piccola per prendere “©Lascivia”, il prodotto che “regola il transito intestinale”. Quella è roba per donne adulte, che vogliono essere sempre in forma, non per bambine.  
Ma Samantha ha ingreppato ancora di più il broncio e, dietro quella cortina fumogena (unico fumo ammesso in casa di Zaira, che su questo punto è una belva) e fisiognomica, ha fermamente deciso di non andare più al bagno, interrompendo volontariamente ogni transito nel suo pancino, finché non le sarà concesso di provare quel prodotto. Già che c’è, prolungherà la protesta per avere anche lei, come la mamma, un piercing sulla valigia ed un tatuaggio sulla natica.  
A Kevin, Zaira ha promesso che comprerà il gattino, ma in cuor suo dubita che riuscirà a mantenere la promessa, dato che San Donà è una città ancora troppo contadina per essere adeguatamente aggiornata su tutte le novità della tele. Forse a Mestre…

Kevin, che è abbastanza volubile, ha già cambiato l’oggetto della sua rumorosa protesta mattutina. Rimprovera alla madre di non avergli comprato “Taschy", il succo di frutta che ti segue dappertutto - in palestra, per strada, all’asilo e ai gabinetti.
Mentre Zaira prepara la colazione con le fette biscottate dai  cinque cereali, Samantha si lagna di non potersi stravaccare sul divano come la ragazzina che fa la pubblicità televisiva dello “yogurt ©Canone”. I suoi pantaloncini hanno il cavallo troppo basso. Non le permettono di divaricare abbastanza le gambe. A Zaira resta solo da filosofeggiare:
- Neanche tu possiedi il dono della cubiquità, Samantha. O ti stravacchi sul divano con le gambe divaricate come nella pubblicità della televisione, o indossi i panta col cavallo all’altezza delle puppole e la cintura a mezza culattina. Non puoi fare queste due cose insieme. Però puoi sempre stravaccarti con le gambe strette. In ogni modo, quella più alla moda sei tu, non lei, la bambina dello spot.
Kevin, intanto, si è arrampicato sulla cristalliera ed ha agguantato un bicchiere.  

- El é tant fin – pensa orgogliosa Zaira. – Gli fa schifo bere a canna, come facciamo tutti.
L’osservazione la porta a fantasticare sul futuro dei figli. Samantha, secondo lei, è una creativa e sceglierà una professione di prestigio come la modella o la velina, ed andrà alle feste sullo iokt di Criatore.    
Per Kevin le cose potrebbero essere molto più semplici. Lui è un tipo sensibile. Magari potrebbe sposare un uomo di successo, uno col doppio cognome come Stecchetti Crosera, o Luca Mordero di Montesemola.  
Zaira s’intenerisce, pensando ai nipotini adottivi, magari United Colors of Benetton.  

Bellatrix Edizioni

Tiriamo un po’ il fiato, dopo la Zaira e dopo i progetti di regolarizzazione delle coppie di fatto ed il Leone d’Oro ai dolcissimi amori gay di due cowboy. Ci sono anche personaggi più tradizionali, come Rossella, che, insieme con i tre figli, Giulia Maria, Francesco e Giovanni, ha fatto un delizioso regalo al marito, per il di lui cinquantesimo compleanno.
Ha raccolto alcuni scritti – poesie e racconti – dei molti che quello teneva in un cassetto, e glieli ha riuniti in un pregevole volumetto a stampa. Dietro il nome di fantasia dell’editore, Bellatrix, si cela, naturalmente, l’amatissima famiglia. A proposito, come corre il tempo! Mi sono distratto un momento e mi son ritrovato a dare del lei alla signorina Giulia Maria, che fino a un momento prima era la ragazzetta paffuta che giocava nel giardino della casa di fronte.
La pubblicazione del libellus è stata fatta in gran segreto e, in senso lato, è stato un regalo anche per S.Donà, che si è ritrovata con un pregevole autore in più.
Il fortunato cinquantenne è un giovane veterinario, Sandro Zucchetta. Il quale è un tipo ben piantato, dal tratto amichevole, dalla parola misurata e dallo sguardo sornione. Come molti Sandonatesi ha la passione della montagna, alla quale dedica gran parte del tempo libero e alcuni degli scritti raccolti nel volumetto con la copertina color carta da zucchero. La scheda biografica in risvolto di copertina garantisce che trattasi di “un amante dell’arte in tutte le sue forme”. Se ho ben inteso, è anche in grado di apprezzare un buon sigaro, di tanto in tanto. Anche un sigaro è arte.
Il titolo del libro è “Ataiki: il tempo dei cuori che ridono. Poesie e racconti brevi”, sotto il quale sono raccolti quattro storie e cinquantadue poesie. L’impianto generale è solido, e riflette buoni studi messi a profitto.
C’è un solo, infimo difetto di scrittura, ma che, pur nella sua piccolezza, mi fa male al cuore, e non posso lasciar correre. Non è dovuto all’autore, ma ad una certa qual poca cura che molti professori di lettere dedicano ad insegnare la corretta pronuncia e scrittura, nella presunzione errata che l’italiano si legga come si scrive, ed alla conseguente diffusa ignoranza della nozione di legamento sintattico.
Esempio. Se scrivo, come ha fatto il correttore di bozze di Zucchetta, “gl’altri”, devo leggere un bruttissimo “glaltri”, con la g gutturale. Così, ma non è il caso di questo Autore, se scrivo “c’ho fame”, devo leggere “co fame”, non “ciò fame”. Come insegna il Manzoni, per leggere “ciò” bisogna scrivere “ci ho”, (in virtù della su ricordata regola del legamento sintattico), che invece i poco avvertiti tendono a pronunciare “ci-ò” – prego tutti di credere che mi muove non la pedanteria, ma il supremo amore della nostra bellissima lingua, che oggi in troppi fanno a gara per massacrare. Esprimiamoci piuttosto in inglese, e non se ne parli più.
Tanto premesso, l’approccio di Zucchetta  ai vari temi trattati è di una impeccabile maturità espressiva, venata di una sottile e spesso surreale ironia. Leggendolo, riconosco, tradotta in scrittura, l’idea stessa di poesia, che si può riassumere nel concetto di un completo, totale dominio dello strumento linguistico. La qual cosa significa, in parole povere, che la parola compie il miracolo di fermare l’attimo e di fissarlo per sempre, indipendentemente dai contenuti. Non è la materia che fa la poesia, non i contenuti, che potrebbero essere anche i più umili o i più laidi, e tantomeno i buoni sentimenti o le sensazioni ed emozioni. Se così fosse, con un po’ di sforzo, ed applicando qualche ricetta, saremmo tutti poeti, la qual cosa invece non è. La poesia è pittura, dicevano gli Antichi, che se ne intendevano.
L’ispirazione di Zucchetta è la più varia, ma riguarda sempre la quotidianità, indagata anche nei suoi aspetti più intimi e spesso condita con riflessioni sulla condizione umana, buttate là senza parere, senza opprimere più del necessario l’anima del lettore.
   Zucchetta ha compreso anche il valore del dialetto, capace di esprimere i moti più profondi dell’animo, ma sempre con il pudore di un certo distacco, di una presa di distanze dall’autocommiserazione o dall’autocompiacimento.
Completano la raccolta quattro brevi racconti, in cui l’Autore si dimostra capace di penetranti analisi psicologiche, soprattutto in quelli dedicati alla montagna.
Il “calepin”, corredato di disegni a colori della prole ammirata, si legge e rilegge tutto d’un fiato. Ritagliamo per “Sandonadomani” un piccolo capolavoro di realismo ed insieme di moralità da favola classica, intitolato “El bisat”.

EL BISAT

  “Tienlo in tiro!”

“Vanteo pa’ a coa!”

“No! Ciàpeo pa’ a testa!”

“El schiral, ghe vol el schiral!”

“Daghe fil!”

  Coi so oceti furbi el bisat l’ ha vardà

tuta chea zente scalmanà

drio e rive, e l’ha pensà:

“A chei mati là

no voe darghe ‘na sodisfathion

pa’ ’na butoea!".

E l’ha vert a boca,

e ‘l s’ ha dat ‘na sgorlada

e soto l’ é tornà.

“Dioprete, l’ é scampà!”

 

A me scappa invece un solo commento: grande! Bisogna infine dire che lo Zucchetta ha intuito che anche la traduzione è arte, soprattutto per noi Veneti dal bilinguismo etnico dialetto-lingua nazionale. Quando traduce in italiano alcune poesie sandonatesi – o viceversa - non sapresti dire quale sia la versione migliore.