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Nelle Isole Ioniche, molte donne che oggi
sono sugli ottanta o più, parlano correntemente l’italiano. Eva è tra
quelle, anzi è la prima, data la sua storia. La spiegazione sta nel
fatto che per trenta mesi, dal 1941 al 1943, la divisione Acqui del
Regio Esercito occupò quelle isole predilette dagli dèi, in nome del
nostro Re Imperatore.
In quel periodo, tra i soldati italiani e le ragazze greche fiorirono
molti amori. C’erano anche soldati tedeschi, a Cefalonia, ma molti meno
dei nostri, un battaglione o poco più. Non si mescolavano alla
popolazione locale. “Quando avanzavano del rancio, racconta Eva, per
impedire che i nostri ragazzini affamati raccogliessero ciò che veniva
buttato via, i tedeschi si premuravano di calpestarlo ben bene coi loro
stivali.”
Eva ha oggi ottantadue anni. Il volto aperto e fiero conserva le tracce
dell’antica bellezza. La sua persona, pur conservando solidità e
vigore, ha inevitabilmente perduto la flessuosità e l’armonia di linee
degli anni giovanili. Ma lo sguardo degli occhi nerissimi brilla oggi
come allora, soprattutto quando parla di lui.
“Alla fine del 1942” racconta Eva, “cominciai a frequentare ad Argostoli,
il capoluogo di Cefalonia, l’ultimo anno delle scuole superiori. Nel
pomeriggio me ne andavo a studiare in un oliveto alto sulla costa, con
una stupenda vista sul mare. Sedevo sotto una pianta secolare ed aprivo
il mio libro sulle ginocchia. Lungo il ciglio del precipizio era stato
costruito un muretto a secco con le pietre tolte dai campi. Certi
pomeriggi arrivava un soldato italiano con una fisarmonica. Era un
ragazzo bruno alto e ben fatto. Si sedeva sul muretto, contemplando a
lungo il mare, fumava in silenzio, mentre i suoi commilitoni giocavano a
calcio sulla spiaggia sottostante.
Poi cominciava a sonare col suo strumento motivi ora allegri ora
struggenti. Sonava solo per sé, ore intere. Io ascoltavo stregata la
musica che il vento portava lontano verso il mare. Per giorni e giorni
tornò sullo stesso muretto, alla stessa ora. Non volse mai il capo verso
di me. Pensavo che non m’avesse nemmeno vista.
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Contemplava
a lungo il mare… |
Un pomeriggio – ormai conoscevo esattamente le sue abitudini – ero
seduta sotto l’olivo con il mio libro aperto in grembo, ma lui
non venne. Provai una certa delusione e non riuscii a concentrarmi nella
lettura. Chiusi il libro e lo infilai sotto la maglia. Stavo per alzarmi
ed andarmene, quando sentii una voce dietro di me: - È lei la signorina
che viene qui a leggere nel pomeriggio?
Era il soldato della fisarmonica. Mi sorrideva con un’espressione dolce,
lievemente ironica. Il mio cuore accelerò di colpo i suoi battiti. Mi
sembrò che il sangue mi scorresse più caldo e veloce nelle vene. Visto
così da vicino, il soldato della fisarmonica era ancora più bello. Il
fascino della sua presenza era rafforzato dal gradevole profumo di
tabacco che lo circondava, mescolato a quello di lavanda dei prati
vicini. Riuscii a dire solamente: - Sì, sono io. Poi fuggii verso casa.
Il giorno dopo, mi aspettò a scuola all’uscita dalle lezioni. Come aveva
fatto a sapere? Mi disse che s’era innamorato di me e chiese di
accompagnarmi. La voce mi mancò per l’emozione e lui interpretò la cosa
come un sì. Da quella volta, fino a quando non ci sposammo otto mesi
dopo, venne ogni giorno a prendermi a scuola. Attraversavamo mano nella
mano tutta Argostoli, sotto gli sguardi sempre meno ostili e più
complici degli abitanti.
Ci sposammo con rito greco ortodosso in una cantina di quella città,
arredata con l’essenziale per la celebrazione della messa. Non ci fu un
pranzo di nozze, perché non avevamo nulla da mangiare. Lui non tornò in
Italia. Rimase qui ed ottenne la cittadinanza greca dopo qualche anno. È
morto nel ’96. Siamo rimasti insieme cinquantatré anni.” Mentre lo dice,
negli occhi di Eva brilla tutto l’amore d’una vita. |