Gli itinerari

    Eva, o l’amore d’una vita

di Giuseppe Toffolo

Nelle Isole Ioniche, molte donne che oggi sono sugli ottanta o più, parlano correntemente l’italiano. Eva è tra quelle, anzi è la prima, data la sua storia. La spiegazione sta nel fatto che per trenta mesi, dal 1941 al 1943, la divisione Acqui del Regio Esercito occupò quelle isole predilette dagli dèi, in nome del nostro Re Imperatore.
In quel periodo, tra i soldati italiani e le ragazze greche fiorirono molti amori. C’erano anche soldati tedeschi, a Cefalonia, ma molti meno dei nostri, un battaglione o poco più. Non si mescolavano alla popolazione locale. “Quando avanzavano del rancio, racconta Eva, per impedire che i nostri ragazzini affamati raccogliessero ciò che veniva buttato via, i tedeschi si premuravano di calpestarlo ben bene coi loro stivali.”

Eva ha oggi ottantadue anni. Il volto aperto e fiero conserva le tracce dell’antica bellezza. La sua persona, pur conservando solidità e vigore,  ha inevitabilmente perduto la flessuosità e l’armonia di linee degli anni giovanili. Ma lo sguardo degli occhi nerissimi brilla oggi come allora, soprattutto quando parla di lui.
“Alla fine del 1942” racconta Eva, “cominciai a frequentare ad Argostoli, il capoluogo di Cefalonia, l’ultimo anno delle scuole superiori. Nel pomeriggio me ne andavo a studiare in un oliveto alto sulla costa, con una stupenda vista sul mare. Sedevo sotto una pianta secolare ed aprivo il mio libro sulle ginocchia. Lungo il ciglio del precipizio era stato costruito un muretto a secco con le pietre tolte dai campi. Certi pomeriggi arrivava un soldato italiano con una fisarmonica. Era un ragazzo bruno alto e ben fatto. Si sedeva sul muretto, contemplando a lungo il mare, fumava in silenzio, mentre i suoi commilitoni giocavano a calcio sulla spiaggia sottostante. Poi cominciava a sonare col suo strumento motivi ora allegri ora struggenti. Sonava solo per sé, ore intere. Io ascoltavo stregata la musica che il vento portava lontano verso il mare. Per giorni e giorni tornò sullo stesso muretto, alla stessa ora. Non volse mai il capo verso di me. Pensavo che non m’avesse nemmeno vista.

Contemplava
a lungo  il mare…

Un pomeriggio – ormai conoscevo esattamente le sue abitudini – ero seduta sotto l’olivo con il mio libro aperto in grembo, ma lui non venne. Provai una certa delusione e non riuscii a concentrarmi nella lettura. Chiusi il libro e lo infilai sotto la maglia. Stavo per alzarmi ed andarmene, quando sentii una voce dietro di me: - È lei la signorina che viene qui a leggere nel pomeriggio?
Era il soldato della fisarmonica. Mi sorrideva con un’espressione dolce, lievemente ironica. Il mio cuore accelerò di colpo i suoi battiti. Mi sembrò che il sangue mi scorresse più caldo e veloce nelle vene. Visto così da vicino, il soldato della fisarmonica era ancora più bello. Il fascino della sua presenza era rafforzato dal gradevole profumo di tabacco che lo circondava,  mescolato a quello di lavanda dei prati vicini. Riuscii a dire solamente: - Sì, sono io. Poi fuggii verso casa.
Il giorno dopo, mi aspettò a scuola all’uscita dalle lezioni. Come aveva fatto a sapere? Mi disse che s’era innamorato di me e chiese di accompagnarmi. La voce mi mancò per l’emozione e lui interpretò la cosa come un sì. Da quella volta, fino a quando non ci sposammo otto mesi dopo, venne ogni giorno a prendermi a scuola. Attraversavamo mano nella mano tutta Argostoli, sotto gli sguardi sempre meno ostili e più complici degli abitanti.
Ci sposammo con rito greco ortodosso in una cantina di quella città, arredata con l’essenziale per la celebrazione della messa. Non ci fu un pranzo di nozze, perché non avevamo nulla da mangiare. Lui non tornò in Italia. Rimase qui ed ottenne la cittadinanza greca dopo qualche anno. È morto nel ’96. Siamo rimasti insieme cinquantatré anni.” Mentre lo dice, negli occhi di Eva brilla tutto l’amore d’una vita.