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In occasione
dell'inaugurazione della nuova struttura ospedaliera, mi è venuto naturale
ritornare indietro, nel tempo, al 1966. Ho pensato alla mia prima
esperienza amministrativa, quella che mi costò, il giorno successivo alla
nomina a consigliere di amministrazione dell'Ospedale Civile, un immediato
trasferimento a Stra'. Le banche, allora, erano fatte così. Uno dei primi
argomenti che mi trovai a dover affrontare, assieme agli altri
amministratori dell'Ospedale, fu quello relativo all'ampliamento della
struttura ospedaliera (...) Due le opzioni che emersero come
possibili: una "piastra" sul fronte di Via Nazario Sauro oppure un
completo "rovesciamento" dell'Ospedale (...) nella buona sostanza, vennero
a confronto la soluzione che, alla fine di un lungo travaglio, nel 1968
soprattutto per motivi economici, dovemmo adottare e quella realizzata
solo ora, a distanza di trent'anni (...) Il tempo ha dato il giusto peso
ad entrambe le soluzioni e mi consente di ricordare alcune persone di
grande qualità con le quali ebbi la fortuna di condividere
quell'esperienza, come Marco Pianon e Lorenzo Beatrice. In
particolare ricordo Giuliano Gusso e a
lui si riferisce il titolo di questo capitolo: un
gentiluomo. |
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Sono quasi certo che
l'appellativo non gli sarebbe dispiaciuto; se poi quel "gentiluomo" lo si
fosse completato con un "d'altri tempi", certo avrebbe avuto modo di
ritrovarsi ancora di più in una simile definizione. "D'altri tempi",
non per descrivere un uomo all'antica, ma solo per richiamare un tempo nel
quale vi erano determinate cose, certe e definite che, diversamente da
oggi, erano prerogativa e condizione per essere, ed essere considerato, un
gentiluomo. Giuliano Gusso non era un uomo all'antica. La convinta
passione per la programmazione, come metodo di previsione e strumento di
governo, era una delle caratteristiche che lo facevano profondamente
moderno e attuale in tempi ancora lontani. Senza la sua convinta adesione
noi, eretici della sinistra DC, non saremmo mai riusciti negli anni
settanta ad imporre una visione comprensoriale dello sviluppo
economico. Quello che lo distingueva, in questa sua modernità, era una
sorta di pessimismo o di pudore che lo portava a non esibire troppo le
cose, difficili, nelle quali credeva. In lui, vi era il timore che,
parlando tanto di programmazione, sulla sostanza operativa prevalesse la
mobilitazione di un consenso fine a se stesso. Che la spada di Damocle del
populismo travolgesse e svuotasse la programmazione dei suoi contenuti
rigorosi e della necessità di "dover" sempre scegliere. Passava
ingiustamente per uno che lavorava poco e, in politica, non vi è accusa
più pesante di questa. Invece lavorava e lavorava molto, solo che era
tanto ingenuo da pensare che la fatica dovesse essere spesa per
assolvere bene il ruolo che, di volta in volta, era stato chiamato a
ricoprire: amministratore locale, legislatore, amministratore
pubblico. Proverbiale, infine, la sua intransigenza, la durezza dei
toni che spesso usava con gli avversari, all'interno e fuori del suo
partito. Ma, anche in queste occasioni, veniva fuori la sua natura di
gentiluomo. Egli era ad uso, infatti, a dividere gli avversari in due
grandi gruppi: quelli ai quali riservava uno sprezzante: "Lei mente
sapendo di mentire" e quelli che avrebbe in seguito trattato solo con un
freddo distacco, di maniera più che di sostanza. Pur essendo
appartenuto, per una lunga parentesi, a questo secondo gruppo, ho appreso
da lui almeno due cose: il grande significato della programmazione
nell'amministrazione della cosa pubblica; la necessità di dare risposte ai
problemi sotto forma di nuove regole e nuovi comportamenti, anziché
limitarsi a soddisfare le richieste puntuali. Per questo, e per altri
motivi, mi è facile ricordare, ancora oggi, Giuliano Gusso per quel
gentiluomo che volle e seppe sempre
essere. |