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A proposito di
marineria italiana, meglio veneta. L’aggettivo comprende anche quella
dalmata, naturalmente. Le due marine furono cosa sola fino alla
vittoriosa battaglia di Lissa (1866), in seguito alla quale noi veneti
propriamente detti diventammo taliani ed i dalmati rimasero austriaci
fino al 1918.
Silvio Valles è un capitano di lungo corso in pensione, nativo di Zara.
Aveva il capello biondo ed ha ancora l’occhio ceruleo, eredità del nonno
Walles, scozzese, che brevettò non so più cosa nelle motrici a vapore e
poi perse il brevetto giocando a carte, in una memorabile notte di
bisboccia ad Opicina. Il padre servì come tenente di vascello nella
Regia Marina, durante la seconda guerra mondiale.
Considera con sufficienza i triestini, troppo sbrodoloni ed egocentrici
per un dalmata duro e puro come lui.
- Lo sa - mi dice, - come i triestini iniziano qualsiasi discorso?
- No, mi dica.
- Con questa frase canonica: Lei la ga da saver che mi…
Scoppio a ridere. È vero, verissimo. Sacrosanto.
Zara fu rasa al suolo dai bombardamenti alleati. La città non aveva
alcun valore strategico, ma Tito, che voleva fare terra bruciata attorno
ai dalmati italiani, chiese questo favore agli angloamericani. I quali,
compiacenti, mollarono giù senza risparmio le loro bombe sulla
bellissima città. Ora a Zara parlano italiano solo i croati che vogliono
distinguersi dagli immigrati da altre zone della Iugoslavia. Gli
italiani sono fuggiti tutti. Tra i monumenti spianati fu l’antico duomo,
dal titolo di S.Donato, come il nostro. Mi sono sempre chiesto come mai
gli stessi che approvavano questi comportamenti criminali, oggi
insorgano tanto virginalmente indignati contro i morti involontari fatti
dalla NATO in Afghanistan. E come mai quegli stessi, che applaudirono
alla feroce repressione sovietica in Ungheria, oggi protestino contro le
blande – a confronto dell’Ungheria - violenze della polizia nelle
manifestazioni no global. La vita, a volte!
Nel gergo marinaro dalmata, il comandante veniva chiamato barba e questi
chiamava giovinoti i suoi ufficiali. Il capitano d’armamento della
compagnia per cui lavorava, gli telefonava in questi termini:
- Giovinoto, ti dovarissi inbarcarte su la (nome della nave) come
secondo…
Ma il primo comando gli fu affidato, sempre dallo stesso capitano
d’armamento, abolendo il giovinoto e dandogli del lei:
- Silvio, vorissela tor el comando de…
Si trattava di portare in Italia non so più quale strana nave
dall’Olanda. Da quel momento il comandante Valles ebbe incarichi sempre
più importanti, se non prestigiosi. L’ultimo, quello della nave appoggio
dell’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste alla nostra base in
Antartide.
Ho visto in una registrazione fatta con la sua telecamera le condizioni
del mare a quelle latitudini. Spaventoso. Onde alte anche diciotto
metri. Le navi per l’Antartide non possono essere rompighiaccio, dato
che contengono strumenti scientifici delicatissimi (come abbiamo visto,
il rompighiaccio scassa senza tanti complimenti il pack). Un grande
aiuto alla navigazione sono perciò le polynje. Il nome è russo, ma è già
entrato nel nostro vocabolario. Sono i punti bluastri del cielo che
segnalano da lontano i passaggi nel ghiaccio. In russo, polynja
significa appunto “apertura”.
Il dalmata duro e puro non si piange addosso, come molti altri esuli
dalla Venezia di là dal mar. Ma anche lui coltiva le maldobrìe,
equivalente della saudade portoghese, quella del fado, per capirci.
Le maldobrìe compongono il quadro interiore di una sottile malinconia
per cose antiche e buone irrimediabilmente perdute. Il comandante Valles
mi ha prestato alcuni libri di maldobrìe. Si intitolano "Noi delle
vecchie province" (austriache, n.d.r.). L’Austria era un paese ordinato,
Viva l’A.
Guardandomi attorno, penso proprio di non poter neanche sussurrare, dal
canto mio, Viva l’I. |