Gli itinerari

Polynja e Maldobrìe
di Giuseppe Toffolo




Frederik Sorenson, "La Battaglia di Lissa". Il dipinto, conservato nello
Heeresgeschichtliches Museum di Vienna, mostra la Re d'Italia mentre affonda dopo essere stata speronata dalla Ferdinand Max, nave ammiraglia dell'Ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff.

A proposito di marineria italiana, meglio veneta. L’aggettivo comprende anche quella dalmata, naturalmente. Le due marine furono cosa sola fino alla vittoriosa battaglia di Lissa (1866), in seguito alla quale noi veneti propriamente detti diventammo taliani ed i dalmati rimasero austriaci fino al 1918.
Silvio Valles è un capitano di lungo corso in pensione, nativo di Zara. Aveva il capello biondo ed ha ancora l’occhio ceruleo, eredità del nonno Walles, scozzese, che brevettò non so più cosa nelle motrici a vapore e poi perse il brevetto giocando a carte, in una memorabile notte di bisboccia ad Opicina. Il padre servì come tenente di vascello nella Regia Marina, durante la seconda guerra mondiale.
Considera con sufficienza i triestini, troppo sbrodoloni ed egocentrici per un dalmata duro e puro come lui.
- Lo sa - mi dice, - come i triestini iniziano qualsiasi discorso?
- No, mi dica.
- Con questa frase canonica: Lei la ga da saver che mi…
Scoppio a ridere. È vero, verissimo. Sacrosanto.
Zara fu rasa al suolo dai bombardamenti alleati. La città non aveva alcun valore strategico, ma Tito, che voleva fare terra bruciata attorno ai dalmati italiani, chiese questo favore agli angloamericani. I quali, compiacenti, mollarono giù senza risparmio le loro bombe sulla bellissima città. Ora a Zara parlano italiano solo i croati che vogliono distinguersi dagli immigrati da altre zone della Iugoslavia. Gli italiani sono fuggiti tutti. Tra i monumenti spianati fu l’antico duomo, dal titolo di S.Donato, come il nostro. Mi sono sempre chiesto come mai gli stessi che approvavano questi comportamenti criminali, oggi insorgano tanto virginalmente indignati contro i morti involontari fatti dalla NATO in Afghanistan. E come mai quegli stessi, che applaudirono alla feroce repressione sovietica in Ungheria, oggi protestino contro le blande – a confronto dell’Ungheria - violenze della polizia nelle manifestazioni no global. La vita, a volte!
Nel gergo marinaro dalmata, il comandante veniva chiamato barba e questi chiamava giovinoti i suoi ufficiali. Il capitano d’armamento della compagnia per cui lavorava, gli telefonava in questi termini:
- Giovinoto, ti dovarissi inbarcarte su la (nome della nave) come secondo…
Ma il primo comando gli fu affidato, sempre dallo stesso capitano d’armamento, abolendo il giovinoto e dandogli del lei:
- Silvio, vorissela tor el comando de…
Si trattava di portare in Italia non so più quale strana nave dall’Olanda. Da quel momento il comandante Valles ebbe incarichi sempre più importanti, se non prestigiosi. L’ultimo, quello della nave appoggio dell’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste alla nostra base in Antartide.
Ho visto in una registrazione fatta con la sua telecamera le condizioni del mare a quelle latitudini. Spaventoso. Onde alte anche diciotto metri. Le navi per l’Antartide non possono essere rompighiaccio, dato che contengono strumenti scientifici delicatissimi (come abbiamo visto, il rompighiaccio scassa senza tanti complimenti il pack). Un grande aiuto alla navigazione sono perciò le polynje. Il nome è russo, ma è già entrato nel nostro vocabolario. Sono i punti bluastri del cielo che segnalano da lontano i passaggi nel ghiaccio. In russo, polynja significa appunto “apertura”.
Il dalmata duro e puro non si piange addosso, come molti altri esuli dalla Venezia di là dal mar. Ma anche lui coltiva le maldobrìe, equivalente della saudade  portoghese, quella del fado, per capirci.
Le maldobrìe compongono il quadro interiore di una sottile malinconia per cose antiche e buone irrimediabilmente perdute. Il comandante Valles mi ha prestato alcuni libri di maldobrìe. Si intitolano "Noi delle vecchie province" (austriache, n.d.r.). L’Austria era un paese ordinato, Viva l’A.
Guardandomi attorno, penso proprio di non poter neanche sussurrare, dal canto mio, Viva l’I.