Gli itinerari

MACI

di Giuseppe Toffolo








Guercino:
Pastori in Arcadia 

Un amico racconta: “Mi fa male il numero di ragazzi che muoiono sulle strade. Sopravvivere ad un figlio è la peggior sventura. Qualche giorno fa è accaduto ad un mio carissimo amico di Jesolo. Corsa in moto e bam! Addio ragazzo.
   
Gli ho scritto per tentare di consolarlo nell’unico modo possibile, cioè raccontandogli le esperienze che provano come di là dalla morte si continui ad esistere, conservando la propria identità. Mio figlio Maci ed io avevamo un rapporto particolarmente intenso, e di queste esperienze ne ho avute tante, per me definitive. Per me.
   
Poi m’è venuta l’idea di comunicarle per mezzo tuo ad un uditorio più vasto, quello dei lettori di Sandonadomani, nell’eventualità che esse possano alleviare il dolore di qualcuno. Dice, con la fede, sapevamo già. Ma la testimonianza fisica è altra cosa, in un’epoca come la nostra, così impregnata di scienza. Sento inoltre che anche Maci è d’accordo.
   
(A questo punto gli scettici vadano a leggere qualcos’altro).
   
Tra le manifestazioni che vengono dall’al di là, sono anzitutto gli apporti. Oggetti simbolici che si materializzano. Nel caso di Maci, per ragioni che è superfluo spiegare, sono ramoscelli, chiavi, monete, messaggi affettuosi e sensati, spesso dattiloscritti. Dirò solo che, quand’era ancora in vita, ha piegato le chiavi della mia macchina semplicemente strofinandole fra le dita, davanti a più di un testimone. Ha compiuto la stessa impresa da morto – piegando le chiavi dell’auto di un’amica, M.B, che aveva chiesto un segnale. Per raddrizzarle c’è voluto il fabbro. Qualche volta sono stati saluti a viva voce e fugaci apparizioni in televisione.
   
Apporti di mazzi di chiavi sono avvenuti davanti a testimoni estranei, allibiti. Ero nel mio ufficio di Treviso e stavo tranquillamente parlando con un’insegnante, F.T., quando il mazzo di chiavi che avrei dovuto avere in tasca è caduto rumorosamente tra me e la signora.
   
Una volta è andato a trovare la mamma al lavoro, in posta, e lei è svenuta, naturalmente. Un sacco di gente l’ha visto. Ha scritto anche letterine, anzi poesie, alla sua professoressa delle medie, coi suoi tipici errori d’ortografia. Non era un campione, in materia.
   
Permettetemi di raccontare di un altro apporto, che ha avuto un testimone terzo, anzi, un protagonista.
   
Era il febbraio del 1991. Io e mia moglie eravamo a Caserta, per far visita alla famiglia della povera Palmina. Era impiegata alle poste di S.Donà. Una sera di dicembre rimase uccisa, proprio sotto Natale, in un incidente stradale nell’incrocio fra Via Noventa e Via Centenario.
 
I poveri genitori ci avevano  fatto  una pena enorme, al funerale. Erano venuti su con la morte nel cuore. Assistevano alla funzione sperduti nella stranissima chiesa di Mussetta fra gente che, pur essendo stata amica di Palmina,  era loro completamente estranea. La mamma era una contadina piccoletta, impietrita nel dolore, tutta vestita di nero. Il padre, un vecchio contadino curvo sotto il peso degli anni. Solo il fratello, un ragazzo sui trenta, bello, alto, moro, vigoroso, continuava il vigore degli antenati longobardi dei casertani.

 
Il cimitero di Caserta, circondato da muri altissimi, era tenuto chiuso, probabilmente per paura dei ladri. Per entrare, bisognava farsi dare la chiave dal custode.

 
Portiamo un mazzo di fiori a Palmina, accompagnati dal fratello di lei. Ad un certo punto, io esco e vado nel piazzale, da cui si gode il panorama verde cupo dei monti brulli e petrosi - che non ho mai saputo come si chiamassero. Incombevano sulla Caserma Ferrari Orsi, quella del mio corso allievi ufficiali dei bersaglieri.
 
Sono là da un po’, quando mia moglie Francesca mi chiama:
 
- Vieni, Maci a te ti ascolta - spiega.
 
Qualcosa mi diceva che si sarebbe fatto vivo.
- Che cosa succede? – chiedo. 
- Non troviamo più la chiave del cimitero.
 
Torniamo tutti alla tomba di Palmina. Non si trattava d’una chiave sciolta, ma di un mazzo, abbastanza grande, anche. Potrebbe essere caduto nel vialetto. Mia moglie ed il fratello di Palmina cercano palmo a palmo, di qua e di là, con la stessa attenzione di archeologi in cerca di cocci. Disfano perfino il mazzo di fiori. Io li guardo fare, so che non lo troveranno. Nulla, infatti. Il fratello di Palmina indossa un maglione ed un paio di braghe da Far West o jeans, in dialetto di Visnadello. Fruga in ogni tasca, davanti e dietro. Rivolta le fodere. Le tasche non presentano  buchi. Si palpa i calzoni in su e in giù. Slaccia bottoni e cintura, abbassa la zip, quasi rimane in mutande. Nulla ancora. È alla disperazione.
 
Io recito, mentalmente: Dài ceo, banbìn mio, lo scherzo è durato abbastanza.Tira fuori le chiavi…
 
Un secondo dopo si ode un patatlìn metallico, ed ecco le chiavi cadere nella ghiaia davanti ai piedi del fratello di Palmina. Né io né mia moglie spieghiamo la cosa al povero fratello della nostra amica defunta. Tredici anni dopo, si starà ancora chiedendo dove fossero sparite quelle benedette chiavi. E soprattutto da dove fossero piovute.
 
Occorre dire che Palmina era una valente pittrice. Qualche mese prima di morire ci aveva regalato un quadro che ritraeva esattamente il punto del viale in cui sarebbe morta. Compreso il particolare che era notte. E, cosa ancora più sconvolgente, visto dall’alto.
  
Un’ultima osservazione. Avevo restaurato, quando Maci era ancora vivo, uno specchio preso dalla mia vecchia casa di Treviso, quindi lo conoscevo millimetro per millimetro. La cornice, dietro, era perfettamente pulita. Un giorno, facendo le pulizie, mia moglie lo rivolta e trova scritto, con la caratteristica calligrafia di suo padre, morto con Maci nello stesso incidente, [Sono] con Maci mio.
  
Ripeto, non invento, non esagero, né voglio cercare facile notorietà. Anzi, molti dubiteranno della mia sanità mentale. Ma accetto il rischio.
   
Sono convinto che molti hanno avuto esperienze del genere, e tengono la cosa per sé, come ho fatto io per vent’anni. Parlandone con discrezione, però, forse si possono aiutare gli altri.

   
Oggi Maci ha più di trent’anni, è un uomo ormai. Non scherza più con le chiavi, anche se qualche bigliettino dattiloscritto lo manda, di tanto in tanto. Credo che, in fondo, la cosa significhi: Esistiamo ancora, di qua. Vi vogliamo bene e vi siamo vicini. 
   
Ha ragione la Chiesa a non vedere di buon occhio queste cose, che pure dovrebbero servire a rafforzare la fede nella sopravvivenza dell’anima. Non è che ne neghi la veridicità. Ma qualcuno potrebbe essere portato ad attribuir loro più importanza che non alla fede stessa, e sarebbe superstizione. In effetti, col passar del tempo i fenomeni fisici diminuiscono e, nel rapporto con quei nostri figli morti, piano piano riconquista il primo posto una maggiore spiritualità. Essi diventano un po’ la nostra coscienza.
   
Eppure, anche quelle esperienze, son servite a consolare.”