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Don Carlos, il prete colombiano assegnato
alla parrocchia di S. Donato, ha fatto una bella quanto spoglia predica
sul significato della morte alla messa funebre di Giuseppe S. Prima
della benedizione del feretro dice:
- Ascoltiamo Ilaria.
Ilaria va al microfono. Giuseppe era suo nonno. La giovane è sui trent’anni,
ha indomiti capelli ricci che le cadono sulle spalle, un bel viso ed un
bel personale. Vive a Roma. Non sa trattenere le lacrime:
- Caro nonno, ho un solo grande rimpianto, quello di non esserti stata
più vicina in questi ultimi giorni. Ed ancor più quello di non aver
potuto esaudire il tuo ultimo desiderio. Quel tuo desiderio segreto,
espresso non dalle parole, ma dal tuo sguardo quando, stringendomi la
mano, hai detto: Mo’ mi ni ha a rijì (Ora me ne devo ritornare).
Hai detto proprio ritornare, ed io non so pensare ad altro luogo
di cui tu sia degno se non alla Casa del Padre…-
Circa
dieci anni fa, Ilaria filava con Tonino, un operaio edile. I suoi
genitori erano decisamente contrari, per una questione di decoro e
prestigio sociale. Il babbo è preside, la mamma professoressa, Ilaria
studentessa universitaria. Come potrebbero accettare quella
mésaillance, senza perdere la faccia davanti a tutto il paese? Che
vergogna! Ma Ilaria non cede, lei intende sposare il suo Tonino
muratore. Neanche i genitori cedono. La cacciano di casa e la
disconoscono. È in quel memento che scende in campo il nonno Giuseppe,
che prende Ilaria con sé e la fa studiare fino al conseguimento della
laurea. Come accade spesso in questo genere di avventure sentimentali,
va a finire che lei lascia Tonino e sposa un altro, presumibilmente di
meno umile condizione – chissà se Tonino il muratore, alla fine, dal
canto suo, avrà sposato una magliaia?
Alle nozze di Ilaria papà e mamma ci vanno, ma solo in chiesa, perché
non sono stati invitati al banchetto. Sono presenti anche ai funerali di
Giuseppe, il papà della mamma, ignorati da tutta la famiglia, che ha
sempre sostenuto Ilaria. Con un colpo di coda avvelenato, lei conclude:
- Con te non ho perduto solo un nonno. Ho perduto anche un
papà.
Ai genitori, neanche uno sguardo.
Malinailli, alias Malinche, alias Doňa Marina, femmina straordinaria,
apparteneva ad una distinta famiglia dell’impero azteco, anche se non di
puro sangue Culula Mexica. La madre, per assicurare l’intera
eredità al figlio maschio, fa uccidere una piccola schiava, la fa
passare per Malinailli, la fa seppellire sotto quelle mentite spoglie e
vende la figlia a mercanti Maya. Cuore di mamma.
Le vicende della vita la fanno diventare interprete ed ascoltatissima
consigliera di Hernàn Cortez, il conquistatore del Messico, e quindi sua
moglie. La Chiesa, nella sua grande saggezza, aveva allora inventato un
matrimonio di seconda categoria per conquistadores e donne
indigene, una specie di dico, come rimedio alla concupiscenza dei
suddetti. Era un matrimonio di cui il conquistador si poteva
liberare senza neanche peccare venialmente, in occasione di nuove nozze
con una gachupina, cioè con una spagnola di sangue puro, buona
cattolica e nata in Spagna.
In effetti, Cortez, che con Malinailli aveva procreato Martìn, il primo
mestizo (meticcio) d’America, la ripudiò e, dopo aver ucciso la
moglie gachupina che già aveva a Cuba, convolò a nuove nozze. Per
un certo tempo, però, Malinailli, quando ancora godeva dei favori del
furbacchione dalla canotta di latta, fu una delle donne più potenti del
Nuovo Mondo. Fece allora chiamare sua madre e suo fratello. Costoro si
presentarono facendosela sotto. Potevano essere scorticati vivi, se non
peggio. Come andò a finire? Malinailli si comportò con la stessa crudele
freddezza di Ilaria?
No. Malinailli, nel frattempo, s’era convertita al cristianesimo, ed era
diventata Doňa Marina. Grazie ai comandamenti amorevoli della nuova
fede, abbracciò i due congiunti, discorse un po’ con loro e li perdonò.
Poi li congedò sani e salvi, e carichi di doni.
Senza il suo aiuto, quasi di sicuro Cortez non avrebbe mai conquistato
l’impero azteco. Senza la straordinaria capacità di interprete di
Malinailli e l’avvedutezza dei suoi consigli sarebbe stato fatto a pezzi
alla prima imboscata, lui ed i suoi compagni, il cuore strappato dal
petto aperto con un coltello di ossidiana, ed offerto su un teocalli
a Tonathiu, il dio sole.
Malinailli era bella e fiera. Un antico disegno azteco la ritrae
orgogliosamente ritta davanti all’imperatore Montezuma, sulla cui sacra
persona nessuno poteva alzare gli occhi, soprattutto le donne, mentre
gli traduce in nahuatl, la lingua azteca, un discorso di Cortez.
Si innamorò di costui con tutto lo slancio di cui era capace il suo
cuore indomito, mai umiliato dalla vergognosa schiavitù. Abbracciò la
nuova fede senza secondi pensieri e non si ribellò quando il
conquistador, per liberarsene, la maritò ad un suo luogotenente.
Questi, per spregio, si presentò ubriaco alle nozze. Da ciò che si sa di
lei, ed è molto poco, morì verso i ventotto anni. Il figlio le fu
portato via ed allevato come uno spagnolo.
I messicani oggi la disprezzano, e l’accusano di aver tradito la patria
azteca. Ma lei azteca non era. Non solo. Siamo seri. A chi dovrebbe
fedeltà colui che, come la piccola Malinailli, fosse venduto come
schiavo ai nemici? |