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La montagna è una
delle maggiori passioni dei sandonatesi. I valenti scalatori che sono
tra loro, hanno conquistato alcune delle vette più alte del mondo, in
Italia ed all’estero. Il dottor Giovanni Martinelli, di cui abbiamo
parlato nell’ “Itinerario” precedente, è tra i concittadini che hanno
compiuto quelle memorabili scalate.
“Era un uomo umilissimo, di grande umanità e di poche parole”, dice il
figlio Angelo. “Ma non occorreva che parlasse”, aggiunge. “Capivi lo
stesso che ti voleva bene. Era stato campione italiano di ciclo cross
dei medici. L’attività sportiva occupava un posto molto importante nella
sua vita e costituiva la necessaria preparazione per lui, che, prima di
tutto, era un alpinista”.
Giovanni Martinelli cominciò le sue ascensioni con il Club Alpino
Italiano di San Donà. Insieme con gli amici scalò le vette più
importanti delle Dolomiti, poi il Bernina e, con Gino Peretti e la guida
udinese Toni Bari, il Monte Bianco. Era il 28 luglio 1971 e lui e Gino
Peretti furono i primi sandonatesi a compiere l’impresa.
Ciò lo spinse ad accettare sfide sempre più ambiziose – questo
significa, per un alpinista, non tanto desiderio di autoaffermazione,
che non lo sfiora nemmeno, quanto semplicemente il fatto di voler salire
sempre più in alto, con le maggiori difficoltà che la cosa comporta, per
gustare nuove ed incantevoli bellezze, e pagando il giusto tributo di
fatica e di pericolo.
Volò
in Nepal, dove, secondo i suoi amici del Club Alpino Italiano, percorse
la valle del Rolwaling, raggiunse il campo base dell’Everest e scalò il
monte Kala Pattar. Ci tornò per altre tre o quattro volte e, nel 1983,
al ritorno dall’Himalaya , decise di chiudere con le spedizioni lontano
dall’Europa e di tornare a quelle di casa nostra. La spedizione di cui
faceva parte era stata travolta da una valanga, che aveva trascinato con
sé uno sherpa. Giovanni Martinelli costruì un igloo con la neve e salvò
la vita ad un compagno che stava per congelare.
Nel periodo in cui si dedicò alle spedizioni
lontane, fu anche in Kashmir, dove partecipò al tentativo di scalare il
il Nun Kun, altitudine 7.100 metri, tentativo che fu però interrotto
dalla turbolenta situazione politica in quel Paese, e nell’America del
Sud. Sulle Ande, conquista, in prima assoluta per l’Italia, il Parchamo,
altitudine 6.300 metri, poi il Nevado Pisco, il Huayna Potosi e una
vetta senza nome di 5.500 metri. Il tutto, tra Bolivia e Perù.
Nel loro ricordo dell’amico morto, Adriano Pavan, Gino Peretti e Pino
Perissinotto lo salutano così: “Ora che hai raggiunto l’alta vetta del
cielo, non lasciare soli gli amici di sempre. Come una volta ci
seguirai lungo i sentieri che ti hanno visto felice, e noi, per questo
tuo grande amore, ti ricorderemo per il tempo che ci è dato ancora da
vivere. Grazie Giovanni!”
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