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Quanto m’è accaduto martedì 17 dicembre nel supermercato del
Centro Piave, ha fatto crollare quello che, per me, era un grande mito.
Molti vedono nei supermercati la vetrina del consumismo. Io, come la
maggioranza degli ingenui, vi vedevo invece il luogo, se non
dell’eguaglianza, della parità, della libera scelta, del rispetto delle
regole. Dell’intervallo rilassante e dei civili rapporti.
Non è così.
Quella sera del 17 dicembre, finita la spesa, controllo il numero
di pezzi che ho nel cestino. Otto. Mi avvio alle casse celeri, quelle che
consentono il saldo solo per dieci pezzi, al massimo, dovendosi intendere
per pezzi le unità di vendita – così almeno recita il cartello.
Davanti a me è una strana coppia. Di lei non dirò, ma lui era
alto, moro, sui trenta, e si guardava attorno con aria mezzo di sfida,
mezzo di crack – si scrive così? Lo sguardo era da “sono pronto a tirare fuori il
coltello”. Un vero duro. Scommetto fra me e me che ha conosciuto le
patrie galere. Nel suo carrello ci sono ben più di dieci unità di
vendita. Sono curioso di vedere come la giovane cassiera affronterà il
problema, pronto a darle man forte. Una sua collega m’ha mandato la
guardia armata, qualche giorno fa, perché fumavo in corridoio di
passeggiata, mezza piastrella dentro l’invisibile confine del superm.
Giustissimo.
Questa, invece, non fa una grinza. Passa le unità di vendita su
quel coso elettronico che legge i prezzi, e porge il conto alla coppia,
come niente fosse. Tocca a me. Chiedo a voce abbastanza alta perché
quello senta:
- Ma, signorina, questa non è la cassa dei dieci pezzi massimo?
- Sì.
- E allora, perché ha fatto passare quello là? Ne aveva almeno
quindici.
- Ho guardato la sua faccia. Non volevo storie.
- Aveva la faccia di un pregiudicato?
- Non so…
- Che faccia aveva, allora?
- Aveva una faccia.
Logica giovanile. Chiedo ancora:
- Allora, se domani vengo io con dodici pezzi e faccio
l’espressione da pregiudicato, lei mi fa passare?
- No. La inviterei ad andare in un’altra cassa.
-Ma come? Vuol dire che
con tutta questa barba e questi capelli, io non ho la faccia abbastanza
feroce?
- La pregherei di andare in un’altra cassa…
- E perché quello no?
- Non volevo storie.
Se la giovane cassiera l’avesse buttata sul ridere, dicendo che sì,
avrebbe fatto passare anche me, la cosa sarebbe finita là. No, invece. La
lezione che mi dà è semplice e disarmante, ed è questa. Le regole oggi
non valgono per tutti. Non valgono per gli uomini duri, che sono in grado
di fare storie. Non valgono non solo per i processi del secolo, ma neanche
per le piccole cose.
Ormai siamo Bronx, anche a Calvecchia. Addio mito del supermercato
luogo di parità, se non di uguaglianza. Fra qualche tempo ci saranno
sparatorie di balordi, come nei drugstore americani.
Sappiamo bene, in pratica, che le regole non sono mai state uguali
per tutti – figuriamoci le leggi. Si sono sempre visti alcuni più
uguali degli altri, perfino nel sindacato e nel socialismo reale. Ma
tenevamo al principio. Volevamo crederci, almeno, come ideale di vita. Ed
andavamo in giro con l’eskimo o col loden ed il “Giardino dei
Finzi-Contini” sotto il braccio – descriveva discriminazioni e
prepotenze contro gli Ebrei.
Oggi, invece, si accetta anche astrattamente il sopruso, senza il
minimo accenno di resistenza – dov’era, a proposito, la guardia
armata, così severa contro il fumo che oltrepassava la piastrella?
Circa mezzo secolo fa, quando ero ragazzo dell’Azione Cattolica,
mi capitò fra le mani in parrocchia, un opuscoletto terribile, che
narrava la storia dei martiri messicani al tempo di Emiliano Zapata.
Preti, seminaristi, accoliti, pie donne e pii uomini ammazzati nei modi più
efferati dai rivoluzionari. Allora si insegnava, sulla scorta di quelli e
di altri luminosi esempi di martirio: “La morte ma non il peccato!”
Cioè, resisti, opponiti, non accettare la sopraffazione. Un’esortazione
anche laica, in fondo – a parte il concetto di peccato.
Oggi invece si accetta il sopruso, anche nelle infime cose, come un
fatto normale, per non avere storie, con la rassegnazione di servi
medievali. Ma forse si stanno elaborando altri mezzi di difesa sociale più
raffinati, più flessibili, il branco forse, che noi adulti non siamo in
grado di capire.
Non so.
L’atteggiamento di quella giovane cassiera, a pensarci, mi ispira una
compassione infinita…
Un suggerimento. Se volete che la guardia armata si materializzi
all’istante, nel corso di un’emergenza - magari una rapina a mano
armata - accendete una sigaretta. È il modo più sicuro per farla
intervenire.
Ma forse è meglio di no. Potrebbe arrestare voi, lasciando andare
i rapinatori. In fondo, oggi, i peggio criminali siamo noi fumatori.
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