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A proposito di coraggio fisico e di Sandonatesi. Ieri sono andato a
trovare la signora Stefani, sorella di Ubaldo, medaglia d’oro al valor
militare. Il 14 febbraio di sessant’anni fa, mentre l’artiglieria
americana riduceva ad un cumulo di macerie la veneranda abbazia di
Montecassino, e neanche un mese prima della morte di Silvio Trentin,
Ubaldo Stefani, ufficiale paracadutista della Repubblica Sociale di
Mussolini, venne dato per disperso nel corso della battaglia di Anzio.
Sparve, in una tempesta di ferro e fuoco.
Ho visto i luoghi,
nell’Agro romano, gli stessi che conobbero la storia di santa Maria
Goretti, veneta anche lei. Una brughiera desolata, in cui è più facile
incontrare un bufalo che un essere umano. I suoi resti non furono
ritrovati. Aveva ventisei anni, e non era mai stato fascista. Credeva di
combattere per l’onore della Patria.
La Repubblica Italiana, antifascista, democratica e fondata
sul lavoro, gli ha revocato la decorazione. Contro il diritto, secondo me,
che prevede il riconoscimento di alcuni atti amministrativi compiuti dagli
usurpatori - Mussolini, in questo caso. E, comunque, un beau
geste, si poteva sempre fare. Soprattutto per chi, giovanissimo, era
caduto combattendo a viso aperto, con indosso una divisa ed in assoluta
buona fede.
Ma i bei gesti non sono politicamente corretti. Omologa i
tuoi pensieri, vivrai felice. E via con lo zainetto sulla schiena, il piercing
alle frementi froge, il frontino del berretto girato sulla nuca e
l’acqua minerale – non gasata – prête à porter.
Quest’ultima da bere a canna per strada, a scuola, a messa.
Chissà perché noi a quell’età non avevamo
mai tanta sete? Una volta, durante la ricreazione chiedevamo al compagno
che aveva rimediato una stizza: “Mi fai fare una tirata?”
Oggi penso che la richiesta sia: “Mi fai fare una sorsata?”
Il progresso non si ferma, è inarrestabile. L’acqua
minerale portata con sé dappertutto e bevuta a canna, per la verità
anche da anziani e da eleganti signore, ha la stessa natura rituale della
sigaretta. Sembra quasi rispondere al medesimo impulso arcano. Povero
Sirchia. Se fossi in lui, non starei tranquillo, perché quando i bevitori
d’acqua scopriranno la differenza, potrebbe essere un ritorno alla
grande del fumo. E proporrei dei bei cartelli, dagli ospedali ai treni: No
Trinking, con il disegno di una bottiglia sbarrata. Tanto, in tre
anni, la Casa delle Libertà, ironia dei nomi, ci ha sommersi in un
mare di divieti ed obblighi il più delle volte stupidini assai, che
neanche il precedente mezzo secolo di repubblica. Uno più, uno meno.
Quando arriveremo al No Lifting, per assicurare al Capo il
monopolio della telegenicità?
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Il primo dei tre mitici personaggi sandonatesi ad esordire sulla
scena pubblica fu Silvio Trentin. Una breve scheda biografica è in questo
stesso giornale, e ad essa rimando.
Silvio Trentin apparteneva ad una delle famiglie
sandonatesi della buona borghesia che, nel corso del secolo precedente,
s’era divisa in vari rami. Secondo le mie ricerche, la casa avita era in
angolo tra la Via Maggiore ed il Viale dei Tigli. Ma non ne ho la
certezza. Le mie fonti - alcuni suoi lontani parenti ancora in vita ed
altri personaggi che l’hanno conosciuto – non concordano fra loro.
Le vecchie foto Battistella – altro mito
sandonatese - del centro di San Donà ci tramandano immagini di una città
ormai perduta, piena di verde e di dimore del ceto medio, tirate su con
decoro e grande buon gusto. Ciò che non era stato distrutto dalla Guerra
del ’15-18 fu colpevolmente demolito dopo. Dalla speculazione edilizia,
presumo.
Silvio Trentin studiò prima a Treviso, poi a Venezia.
La sua entrata in scena risale alla commemorazione del 20
settembre 1911, con un discorso al Teatro Sociale. Celebrazione laica
quant’altre mai, dato che ricordava la presa di Porta Pia nel 1870, cioè
il ritorno di Roma all’Italia e la fine del potere temporale dei Papi.
L’avvenimento, allora ufficialmente festeggiato,
coincideva quell’anno con il cinquantennale dell’unità e con
l’inaugurazione a Roma dell’Altare della Patria, ai piedi del quale
riposa ora uno dei tanti nostri poveri figli portati via dalla Grande
Guerra.
In città l’avvenimento costituì il pendant laico dei
festeggiamenti della Madonna del Colera.
In quegli stessi giorni di fine settembre, le nostre
truppe sbarcavano in Libia e, nel giro di un mese e mezzo, occupavano il
paese. Le madri dei coscritti si stendevano sui binari, per impedire il
passaggio delle tradotte militari, mentre i bravi patrioti cantavano Tripoli
bel suol d’amore. Chissà perché le madri non si stendono mai sui
binari quando sono le dittature a mandare i loro figli in guerra? Paura o
consenso?
A detta di Vittorio Ronchi,
il discorso di Silvio Trentin fu memorabile. Ebbe per argomento la
scuola ed i servizi pubblici. Trentin denunciò e propose. A San Donà,
disse, la maggior parte del suolo era paludosa e malarica, non c’erano
strade, non servizi sanitari, non un ospedale, non acqua potabile né
energia elettrica. In centro, c’erano solo le scuole elementari. Erano
urgenti profonde riforme sociali ed economiche.
In quel momento, in tutto il Regno, erano in corso
vivacissime polemiche sulla scuola. Scuola laica e statale o scuola
confessionale? La stessa Massoneria, che allora occupava capillarmente lo
stato e gli enti locali, si spaccò sulla questione e non si riunificò più.
Maturavano tempi nuovi, con i Cattolici che mordevano il freno per entrare
in politica, prudentemente secondati da un santo prete dalla bella faccia
trevigiana, diventato papa col nome di Pio X, ed i Socialisti che
raccoglievano un vasto seguito fra i lavoratori. Un altro trevisano, Bepi
Toniolo aveva elaborato già allora, compiutamente, la dottrina sociale
della Chiesa. Le fortune elitarie della squadra e del compasso declinavano
inesorabilmente. Anche per loro sarebbero presto arrivati tempi cupi.
Silvio Trentin, nonostante la giovane età, posò così
il cappello sulla leadership politica ed intellettuale della
borghesia progressista cittadina, liberale e laica.
La Voce del Popolo, giornale della diocesi di
Treviso, due anni dopo, in occasione delle elezioni provinciali, lo
gratificherà dell’appellativo di massone.
Contro i fantasmi massonici duellerà spesso, come
vedremo, l’altro mito sandonatese, monsignor Luigi Saretta, che nel 1913
era direttore di quel giornale cattolico. Fu così che il futuro parroco,
laureatosi un paio d’anni prima in scienze sociali, fece la conoscenza a
distanza di Silvio Trentin.
Arciprete era allora monsignor Giovanni Bettamin,
l’unico parroco che, in un secolo, non abbia terminato la carriera a
S.Donà.
Don Bettamin fu ritrasferito in vescovado a
Treviso, nel 1914, dopo aver appassionatamente invitato dal pulpito, nel
corso della messa grande domenicale, i contadini sandonatesi a resistere
alle angherie dei proprietari.
Le persone miti, quando si alterano, sono peggio
degli altri. S’incaponiscono e non porgono l’altra guancia, neanche a
coparli.
Una cosa inaudita, una provocazione
intollerabile. Un attentato alla pace sociale. I maggiorenti protestarono
indignati presso il vescovo, ed il vescovo trasferì. Monsignor Bettamin
da parte sua obbedì, con segreta ed intima gioia, probabilmente. Se ne
tornava a casa, dove avrebbe finito in pace i suoi giorni.
In attesa della riapertura a Camerino dell’anno
accademico 1911-1912, Silvio Trentin si trattenne a San Donà durante le
fiere, per riannodare con gli amici, per fare qualche battuta di caccia in
valle, per preparare il concorso ad Heidelberg.
Lo vincerà, quel concorso e, tra il 1913 ed il
1914, insegnerà nella celebre università, maturando una profonda
ammirazione per la cultura tedesca.
Illustrazione
popolare
ottocentesca:
Tressette
in
Paradiso
tra
Cavour, il Re, Garibaldi, Mazzini, Napoleone III, Pio IX.
I giocatori,
tutti
presunti
massoni
escluso
il
Papa, si giocano Roma a carte.
Le carte di Garibaldi non sembrano soddisfarlo molto.
Quando visitò i padiglioni delle fiere,
Trentin ebbe
modo di elogiare le iniziative intese a valorizzare il caratteristico –
e glorioso – vino del Piave, il raboso Veronese. La sua unica fede,
libertà e lavoro. In
territorio cattolico prosperava invece, fra le tante, l’associazione
contro l’alcolismo. Per i Cattolici, dunque, lavoro, temperanza ed
astinenza.
C.S., una delle mie fonti, ha conosciuto personalmente
gli amici fedeli che in quegli anni sostenevano
Silvio Trentin nelle sue battaglie politiche. In particolare Mario
Picchetti, l’avvocato Alessandro Janna e Romualdo Boccato.
È vero che la gente non cambia. Cinquant’anni dopo
avremo altri giovani sandonatesi, che entreranno con lo stesso slancio in
politica per svecchiarla – miti di domani, forse – come Francis Botter,
Mario Pettoello, Carlo Trevisan.
Di Romualdo Boccato, C.S. ha un gran ricordo. Dice
che, sì, Romualdo Boccato era un intelligente uomo d’azione e precisa
che, in tempi più vicini a noi, ebbe una partecipazione nella CRIZA dei
Crico (infissi, come la PAPA).
Di questo C.S. è sicuro. Ma non ricorda altro. Ha una
certa età e, mentre parla, tiene saldamente in mano una Rossa
(vino e Campari), di cui si vanta essere stato il geniale inventore. Era a
Milano, e vedeva i baussa
bere Campari puro, al massimo allungato con gas (selz, n.d.a.). Selz che,
per C.S., è pur sempre acqua. Perché non metterci vino, invece? Con
questo egli si elevava al livello del mitico lord inglese inventore del
Porto, cioè del liquore che nasce dal vino bianco di Oporto, più aguardente
– grande brandy portoghese distillato col metodo Solero.
Precisa C.S.: Son vecio, e le cose me le devi domandare la mattina
presto, no soto mezzogiorno, a l’ora del aperitivo.
Tra gli amici di Silvio Trentin fu anche Vittorio
Ronchi, di alcuni anni più giovane. Il quale, però, più che amico, si
professò sempre discepolo rispettoso e devoto. Anche lui fedele per tutta
la vita. Nell’intimo della coscienza, Ronchi si rimproverava, lo si
capisce dalle ultime pagine del suo libretto, d’aver fatto carriera in
un’Italia in cui, per farla, la carriera, occorreva essere formalmente
iscritti al PNF. Unica sua giustificazione era il fatto di lavorare per la
bonifica, cioè per il riscatto delle classi più umili, almeno
teoricamente, e per il ricupero del territorio.
Non tutti, del resto, possono avere la tempra di
Trentin, che non si arrese né piegò mai, sacrificando tutto alle proprie
idee, famiglia compresa. Il Fascismo appariva allora a moltissimi come un
male inevitabile. Ed i più si illudevano che prima o poi la bufera
passasse, e ritornasse la libertà.
Romualdo Boccato aiutò molto Silvio Trentin
negli anni bui dell’esilio francese. Era nato anche lui nel 1885. Morì
ottantenne, nel 1965. La foto sulla lapide tombale mostra il volto di un
uomo avanti negli anni, dai lineamenti affilati e seri. Un volto che fa da
cornice ad uno sguardo malinconico, velato di pessimismo.
Sul sigillo, una scritta strana, in un tempo come il
nostro in cui il massimo che si sa dire ai
propri defunti
è un
balbettio del genere I Tuoi cari – e basta, senza neanche
un modesto e laconico posero.
La scritta dice: Credere al dilà acqueta e rompe
il dubbio grave. Fedei citate l’Ave per la vera eternità. Non so
chi ne sia l’autore, ma credo che essa rifletta il pensiero di Romualdo
Boccato, fatto, probabilmente, di dubbio laico ed insieme di un profondo
bisogno di credere.
Una conclusione possiamo trarre da questa seconda
puntata dei Miti. I nativi sandonatesi, accogliendo noi cittadini
immigrati, e siamo tanti ormai, ci descrivono San Donà, non so se e con
quanta malizia, come un’immensa parrocchia, forse per la forte
personalità dell’arciprete che per quasi mezzo secolo vi incarnò la
religiosità popolare. Fino a qualche anno fa, almeno.
Ma la descrizione non è storicamente vera. Come
vedremo, esiste in città, almeno dai tempi della Rivoluzione Francese,
che scosse gli animi qui come in tutta Europa, una vena di cultura laica
che non si è mai prosciugata, e si è espressa al meglio in molti dei
miti cittadini, come Silvio Trentin ed i suoi amici. Depositaria di tale
cultura è oggi, secondo me, una borghesia medio alta, che però rimane
abbastanza in disparte dagli affari pubblici. E che se, magari, ha qualche
tessera di partito, quella tessera ha la stessa valenza che settant’anni
fa aveva quella del PNF.
Per chiudere. Se, nella prima puntata di questo ciclo di
riflessioni, il coraggio fisico è risultato essere una caratteristica dei
Sandonatesi, la fedeltà disinteressata alle amicizie risulta esserlo in
questa seconda.
2 – continua
P.S.
In questi giorni il Comune ha affidato al professor Elio Franzin, accusato
dalla stampa di essere leghista, la commemorazione dei sessant’anni
dalla morte di Silvio Trentin. Ne sono seguite polemiche politicamente
corrette. Ed assenze indignate. Pare verità di fede che i leghisti non
possano sentire come proprio il pensiero e la figura del grande
concittadino, nemmeno in parte. O farne un’onesta commemorazione. E che
in alcun modo il santino di un Silvio Trentin, ispiratore della Resistenza
e della Lotta Antifascista, non possa essere tenuto stretto in ruvide mani
e callose come le loro.
Asilo d’infanzia, robe da piagoi. E
tocca proprio a me dirlo, che proprio non ci ho il carattere per le cose
serie.
In realtà, Trentin sbatté il naso, assai presto,
contro l’arroganza del potere romano e l’avarizia degli altri
Italiani, quando ci furono grandi lamenti e stracciamento di vesti, in
particolare da parte della stampa lombarda, per i troppi soldi – troppo
soldi!, con le città rase al suolo e le campagne devastate - concessi e
poi mai dati ai Veneti in vista della ricostruzione. Per non parlare della
sciagurata amministrazione del generalone testa di legno mandato
autoritariamente da Roma a sostituire il sindaco dimissionario, Giuseppe
Bortolotto.
Come ho detto, io non sono un intellettuale per poter
mettere becco nell’aulica polemica. Ma credo che qualche intimo
pensierino di tipo leghista ante litteram, sia sorto anche in
Silvio Trentin, in quell’occasione.
Confido che questa mia affermazione non susciti
ulteriori polemiche, dato il numero assai modesto di lettori che avrà.
Comunque, detesto i santini, soprattutto quelli laici. Ed anche le icone,
se è per questo. Proprio come, ne sono sicuro, le detesterebbe Silvio
Trentin. |