Gli itinerari

Gli amici: 
Silvio Trentin e gli altri

I miti sandonatesi - 2 - di Giuseppe Toffolo

  A proposito di coraggio fisico e di Sandonatesi. Ieri sono andato a trovare la signora Stefani, sorella di Ubaldo, medaglia d’oro al valor militare. Il 14 febbraio di sessant’anni fa, mentre l’artiglieria americana riduceva ad un cumulo di macerie la veneranda abbazia di Montecassino, e neanche un mese prima della morte di Silvio Trentin, Ubaldo Stefani, ufficiale paracadutista della Repubblica Sociale di Mussolini, venne dato per disperso nel corso della battaglia di Anzio. Sparve, in una tempesta di ferro e fuoco.
   Ho visto i luoghi, nell’Agro romano, gli stessi che conobbero la storia di santa Maria Goretti, veneta anche lei. Una brughiera desolata, in cui è più facile incontrare un bufalo che un essere umano. I suoi resti non furono ritrovati. Aveva ventisei anni, e non era mai stato fascista. Credeva di combattere per l’onore della Patria. 
 
La Repubblica Italiana, antifascista, democratica e fondata sul lavoro, gli ha revocato la decorazione. Contro il diritto, secondo me, che prevede il riconoscimento di alcuni atti amministrativi compiuti dagli usurpatori - Mussolini, in questo caso. E, comunque, un beau geste, si poteva sempre fare. Soprattutto per chi, giovanissimo, era caduto combattendo a viso aperto, con indosso una divisa ed in assoluta buona fede.
 
Ma i bei gesti non sono politicamente corretti. Omologa i tuoi pensieri, vivrai felice. E via con lo zainetto sulla schiena, il piercing alle frementi froge, il frontino del berretto girato sulla nuca e l’acqua minerale – non gasata – prête à porter. Quest’ultima da bere a canna per strada, a scuola, a messa.
   
Chissà perché noi a quell’età non avevamo mai tanta sete? Una volta, durante la ricreazione chiedevamo al compagno che aveva rimediato una stizza: “Mi fai fare una tirata?” Oggi penso che la richiesta sia: “Mi fai fare una sorsata?
  
Il progresso non si ferma, è inarrestabile. L’acqua minerale portata con sé dappertutto e bevuta a canna, per la verità anche da anziani e da eleganti signore, ha la stessa natura rituale della sigaretta. Sembra quasi rispondere al medesimo impulso arcano. Povero Sirchia. Se fossi in lui, non starei tranquillo, perché quando i bevitori d’acqua scopriranno la differenza, potrebbe essere un ritorno alla grande del fumo. E proporrei dei bei cartelli, dagli ospedali ai treni: No Trinking, con il disegno di una bottiglia sbarrata. Tanto, in tre anni, la Casa delle Libertà, ironia dei nomi, ci ha sommersi in un mare di divieti ed obblighi il più delle volte stupidini assai, che neanche il precedente mezzo secolo di repubblica. Uno più, uno meno. Quando arriveremo al No Lifting, per assicurare al Capo il monopolio della telegenicità?   

**** 

   Il primo dei tre mitici personaggi sandonatesi ad esordire sulla scena pubblica fu Silvio Trentin. Una breve scheda biografica è in questo stesso giornale, e ad essa rimando.
  
Silvio Trentin apparteneva ad una delle famiglie sandonatesi della buona borghesia che, nel corso del secolo precedente, s’era divisa in vari rami. Secondo le mie ricerche, la casa avita era in angolo tra la Via Maggiore ed il Viale dei Tigli. Ma non ne ho la certezza. Le mie fonti - alcuni suoi lontani parenti ancora in vita ed altri personaggi che l’hanno conosciuto – non concordano fra loro.
   
Le vecchie foto Battistella – altro mito sandonatese - del centro di San Donà ci tramandano immagini di una città ormai perduta, piena di verde e di dimore del ceto medio, tirate su con decoro e grande buon gusto. Ciò che non era stato distrutto dalla Guerra del ’15-18 fu colpevolmente demolito dopo. Dalla speculazione edilizia, presumo.
 
Silvio Trentin studiò prima a Treviso, poi a Venezia.
 
La sua entrata in scena risale alla commemorazione del 20 settembre 1911, con un discorso al Teatro Sociale. Celebrazione laica quant’altre mai, dato che ricordava la presa di Porta Pia nel 1870, cioè il ritorno di Roma all’Italia e la fine del potere temporale dei Papi.
  
L’avvenimento, allora ufficialmente festeggiato, coincideva quell’anno con il cinquantennale dell’unità e con l’inaugurazione a Roma dell’Altare della Patria, ai piedi del quale riposa ora uno dei tanti nostri poveri figli portati via dalla Grande Guerra.
In città l’avvenimento costituì il pendant laico dei festeggiamenti della Madonna del Colera.
  
In quegli stessi giorni di fine settembre, le nostre truppe sbarcavano in Libia e, nel giro di un mese e mezzo, occupavano il paese. Le madri dei coscritti si stendevano sui binari, per impedire il passaggio delle tradotte militari, mentre i bravi patrioti cantavano Tripoli bel suol d’amore. Chissà perché le madri non si stendono mai sui binari quando sono le dittature a mandare i loro figli in guerra? Paura o consenso?
  
A detta di Vittorio Ronchi,  il discorso di Silvio Trentin fu memorabile. Ebbe per argomento la scuola ed i servizi pubblici. Trentin denunciò e propose. A San Donà, disse, la maggior parte del suolo era paludosa e malarica, non c’erano strade, non servizi sanitari, non un ospedale, non acqua potabile né energia elettrica. In centro, c’erano solo le scuole elementari. Erano urgenti profonde riforme sociali ed economiche.
  
In quel momento, in tutto il Regno, erano in corso vivacissime polemiche sulla scuola. Scuola laica e statale o scuola confessionale? La stessa Massoneria, che allora occupava capillarmente lo stato e gli enti locali, si spaccò sulla questione e non si riunificò più. Maturavano tempi nuovi, con i Cattolici che mordevano il freno per entrare in politica, prudentemente secondati da un santo prete dalla bella faccia trevigiana, diventato papa col nome di Pio X, ed i Socialisti che raccoglievano un vasto seguito fra i lavoratori. Un altro trevisano, Bepi Toniolo aveva elaborato già allora, compiutamente, la dottrina sociale della Chiesa. Le fortune elitarie della squadra e del compasso declinavano inesorabilmente. Anche per loro sarebbero presto arrivati tempi cupi.
  
Silvio Trentin, nonostante la giovane età, posò così il cappello sulla leadership politica ed intellettuale della borghesia progressista cittadina, liberale e laica.
  
La Voce del Popolo, giornale della diocesi di Treviso, due anni dopo, in occasione delle elezioni provinciali, lo gratificherà dell’appellativo di massone.
  
Contro i fantasmi massonici duellerà spesso, come vedremo, l’altro mito sandonatese, monsignor Luigi Saretta, che nel 1913 era direttore di quel giornale cattolico. Fu così che il futuro parroco, laureatosi un paio d’anni prima in scienze sociali, fece la conoscenza a distanza di Silvio Trentin.
   
Arciprete era allora monsignor Giovanni Bettamin, l’unico parroco che, in un secolo, non abbia terminato la carriera a S.Donà.
   
Don Bettamin fu ritrasferito in vescovado a Treviso, nel 1914, dopo aver appassionatamente invitato dal pulpito, nel corso della messa grande domenicale, i contadini sandonatesi a resistere alle angherie dei proprietari.
   
Le persone miti, quando si alterano, sono peggio degli altri. S’incaponiscono e non porgono l’altra guancia, neanche a coparli.
   
Una cosa inaudita, una provocazione intollerabile. Un attentato alla pace sociale. I maggiorenti protestarono indignati presso il vescovo, ed il vescovo trasferì. Monsignor Bettamin da parte sua obbedì, con segreta ed intima gioia, probabilmente. Se ne tornava a casa, dove avrebbe finito in pace i suoi giorni.
  
In attesa della riapertura a Camerino dell’anno accademico 1911-1912, Silvio Trentin si trattenne a San Donà durante le fiere, per riannodare con gli amici, per fare qualche battuta di caccia in valle, per preparare il concorso ad Heidelberg.
   
Lo vincerà, quel concorso e, tra il 1913 ed il 1914, insegnerà nella celebre università, maturando una profonda ammirazione per la cultura tedesca.
    

Illustrazione popolare  ottocentesca:  Tressette  in  Paradiso  tra   Cavour,  il Re, Garibaldi, Mazzini, Napoleone III, Pio IX. 
 
I giocatori,  tutti  presunti  massoni  escluso  il  Papa, si giocano Roma a carte. 
Le carte di Garibaldi non sembrano soddisfarlo molto.

 

 

 

Quando visitò i padiglioni delle fiere, Trentin ebbe modo di elogiare le iniziative intese a valorizzare il caratteristico – e glorioso – vino del Piave, il raboso Veronese. La sua unica fede, libertà e lavoro.     In territorio cattolico prosperava invece, fra le tante, l’associazione contro l’alcolismo. Per i Cattolici, dunque, lavoro, temperanza ed astinenza.
  
C.S., una delle mie fonti, ha conosciuto personalmente gli amici fedeli che in quegli anni  sostenevano Silvio Trentin nelle sue battaglie politiche. In particolare Mario Picchetti, l’avvocato Alessandro Janna e Romualdo Boccato.
  
È vero che la gente non cambia. Cinquant’anni dopo avremo altri giovani sandonatesi, che entreranno con lo stesso slancio in politica per svecchiarla – miti di domani, forse – come Francis Botter, Mario Pettoello, Carlo Trevisan.
  
Di Romualdo Boccato, C.S. ha un gran ricordo. Dice che, sì, Romualdo Boccato era un intelligente uomo d’azione e precisa che, in tempi più vicini a noi, ebbe una partecipazione nella CRIZA dei Crico (infissi, come la PAPA).
  
Di questo C.S. è sicuro. Ma non ricorda altro. Ha una certa età e, mentre parla, tiene saldamente in mano una Rossa (vino e Campari), di cui si vanta essere stato il geniale inventore. Era a Milano, e vedeva  i baussa bere Campari puro, al massimo allungato con gas (selz, n.d.a.). Selz che, per C.S., è pur sempre acqua. Perché non metterci vino, invece? Con questo egli si elevava al livello del mitico lord inglese inventore del Porto, cioè del liquore che nasce dal vino bianco di Oporto, più aguardente – grande brandy portoghese distillato col metodo Solero.
Precisa C.S.: Son vecio, e le cose me le devi domandare la mattina presto, no soto mezzogiorno, a l’ora del aperitivo.
  
Tra gli amici di Silvio Trentin fu anche Vittorio Ronchi, di alcuni anni più giovane. Il quale, però, più che amico, si professò sempre discepolo rispettoso e devoto. Anche lui fedele per tutta la vita. Nell’intimo della coscienza, Ronchi si rimproverava, lo si capisce dalle ultime pagine del suo libretto, d’aver fatto carriera in un’Italia in cui, per farla, la carriera, occorreva essere formalmente iscritti al PNF. Unica sua giustificazione era il fatto di lavorare per la bonifica, cioè per il riscatto delle classi più umili, almeno teoricamente, e per il ricupero del territorio.
  
Non tutti, del resto, possono avere la tempra di Trentin, che non si arrese né piegò mai, sacrificando tutto alle proprie idee, famiglia compresa. Il Fascismo appariva allora a moltissimi come un male inevitabile. Ed i più si illudevano che prima o poi la bufera passasse, e ritornasse la libertà.
   
Romualdo Boccato aiutò molto Silvio Trentin negli anni bui dell’esilio francese. Era nato anche lui nel 1885. Morì ottantenne, nel 1965. La foto sulla lapide tombale mostra il volto di un uomo avanti negli anni, dai lineamenti affilati e seri. Un volto che fa da cornice ad uno sguardo malinconico, velato di pessimismo.
  
Sul sigillo, una scritta strana, in un tempo come il nostro in cui il massimo che si sa dire ai  propri  defunti  è  un  balbettio del genere I Tuoi cari – e basta, senza neanche un modesto e laconico posero.
  
La scritta dice: Credere al dilà acqueta e rompe il dubbio grave. Fedei citate l’Ave per la vera eternità. Non so chi ne sia l’autore, ma credo che essa rifletta il pensiero di Romualdo Boccato, fatto, probabilmente, di dubbio laico ed insieme di un profondo bisogno di credere.
  
Una conclusione possiamo trarre da questa seconda puntata dei Miti. I nativi sandonatesi, accogliendo noi cittadini immigrati, e siamo tanti ormai, ci descrivono San Donà, non so se e con quanta malizia, come un’immensa parrocchia, forse per la forte personalità dell’arciprete che per quasi mezzo secolo vi incarnò la religiosità popolare. Fino a qualche anno fa, almeno.
  
Ma la descrizione non è storicamente vera. Come vedremo, esiste in città, almeno dai tempi della Rivoluzione Francese, che scosse gli animi qui come in tutta Europa, una vena di cultura laica che non si è mai prosciugata, e si è espressa al meglio in molti dei miti cittadini, come Silvio Trentin ed i suoi amici. Depositaria di tale cultura è oggi, secondo me, una borghesia medio alta, che però rimane abbastanza in disparte dagli affari pubblici. E che se, magari, ha qualche tessera di partito, quella tessera ha la stessa valenza che settant’anni fa aveva quella del PNF. 

    Per chiudere. Se, nella prima puntata di questo ciclo di riflessioni, il coraggio fisico è risultato essere una caratteristica dei Sandonatesi, la fedeltà disinteressata alle amicizie risulta esserlo in questa seconda.

   2 – continua

 

P.S. In questi giorni il Comune ha affidato al professor Elio Franzin, accusato dalla stampa di essere leghista, la commemorazione dei sessant’anni dalla morte di Silvio Trentin. Ne sono seguite polemiche politicamente corrette. Ed assenze indignate. Pare verità di fede che i leghisti non possano sentire come proprio il pensiero e la figura del grande concittadino, nemmeno in parte. O farne un’onesta commemorazione. E che in alcun modo il santino di un Silvio Trentin, ispiratore della Resistenza e della Lotta Antifascista, non possa essere tenuto stretto in ruvide mani e callose come le loro.
   
Asilo d’infanzia, robe da piagoi. E tocca proprio a me dirlo, che proprio non ci ho il carattere per le cose serie.
  
In realtà, Trentin sbatté il naso, assai presto, contro l’arroganza del potere romano e l’avarizia degli altri Italiani, quando ci furono grandi lamenti e stracciamento di vesti, in particolare da parte della stampa lombarda, per i troppi soldi – troppo soldi!, con le città rase al suolo e le campagne devastate - concessi e poi mai dati ai Veneti in vista della ricostruzione. Per non parlare della sciagurata amministrazione del generalone testa di legno mandato autoritariamente da Roma a sostituire il sindaco dimissionario, Giuseppe Bortolotto.
 
Come ho detto, io non sono un intellettuale per poter mettere becco nell’aulica polemica. Ma credo che qualche intimo pensierino di tipo leghista ante litteram, sia sorto anche in Silvio Trentin, in quell’occasione.
  
Confido che questa mia affermazione non susciti ulteriori polemiche, dato il numero assai modesto di lettori che avrà. Comunque, detesto i santini, soprattutto quelli laici. Ed anche le icone, se è per questo. Proprio come, ne sono sicuro, le detesterebbe Silvio Trentin.

i miti sandonatesi / Gli amici: Silvio Trentin e gli altri / 2004