Gli itinerari

IL PICCOLO FORNARETTO

I miti sandonatesi - di Giuseppe Toffolo

Il primo dopoguerra

Come ognun sa, quando la Grande Guerra finì, la nostra città era ridotta ad un cumulo di macerie. Rasa al suolo. Morte e rovina dappertutto. Ma i Sandonatesi non si persero d’animo, si rimboccarono le maniche e cominciarono a rimediare a tanto disastro. Che cosa fece monsignor Saretta in quel frangente? Si può dire che diede l’esempio, che fu un trascinatore e guida, che dotò la città degli strumenti atti ad alleviare le sofferenze dei più poveri. Per più di un decennio dedicò ogni energia in favore degli orfani, dei giovani, degli anziani, dei diseredati. Così furono l’asilo, l’orfanotrofio, il S.Giuseppe, l’Oratorio, il S.Luigi. Per non parlare delle realizzazioni immateriali, ma non meno importanti, come le associazioni cattoliche.
Da qualunque parte si consideri la cosa, la sua opera recò un sollievo enorme alla popolazione stremata, per cui, se l’arciprete si fosse anche macchiato di qualche peccatuccio, la città, fatti quattro conti, gliel’ha perdonato e, almeno quella parte della gente che ricorda e che conosce la storia, gli è profondamente grata delle sue realizzazioni.

Mannaggia al Manzoni

Nel frattempo, il Fascismo andava al potere e lo consolidava. Abbiamo visto come e perché accadde. I vecchi liberali nicchiavano con le riforme promesse durante la guerra. I nuovi partiti di massa, fortemente ideologicizzati, si scornavano fra loro. Mussolini ebbe la meglio, e fu il Ventennio. L’uomo non aveva scrupoli. Per ghermire il potere si servì un po’ di tutti, per poi svendere, tradire e perseguitare persino molti vecchi compagni di strada, compresi i suoi squadristi.   
Il suo giornale, il “Popolo d’Italia”, secondo le mie fonti, era stato finanziato dai soldi del Grande Oriente di Francia e, in minor misura, da quelli del Grande Oriente d’Italia.
Mussolini pensò anche di strumentalizzare la Chiesa. Per farlo, rinunciò a molti ideali repubblicani e laici del primo Fascismo, si propose come “uomo della Provvidenza” (lo spunto è nei “Promessi Sposi”, mannaggia al Manzoni), e cominciò a lavorare ad un Concordato, nel quadro di una più pomposa operazione, battezzata Conciliazione fra Stato e Chiesa. Per prima cosa liquidò la Massoneria, che era fumo negli occhi per il clero. Fece proclamare l’incompatibilità della militanza fascista e di quella massonica, fece sciogliere le Logge per decreto e la mise fuori legge[1]. In altre parole, servì la Massoneria alla Chiesa su un piatto d’argento. Con ciò, tutta la vecchia classe dirigente della politica italiana spariva.  

la balda gioventù fascista
recide i tentacolo della
piovra massonica

                                                            

 

 

Mussolini non scherzava

Per dimostrare che non scherzava, dal 25 settembre al 5 ottobre 1925, Mussolini sguinzagliò gli squadristi fiorentini che “si abbandonarono a pestaggi e a violenze d'ogni genere, una <<notte dì S. Bartolomeo>> con i Massoni al posto degli Ugonotti, splendidamente narrata da Vasco Pratolini nella sua “Cronaca di poveri amanti”.   
Fra le vittime designate, la più illustre doveva essere l'anziano Maestro Venerabile Napoleone Bandinelli, che riuscì invece a mettersi miracolosamente in salvo fuggendo sui tetti, grazie all'intervento di un altro massone, Giovanni Becciolini, che pagò con la vita quel soccorso
.   Uguale sorte toccò all'ex deputato socialista Gaetano Pilati; nemmeno l'avvocato Gustavo Consolo, riuscì a sfuggire ai giustizieri fascisti che gli spararono in casa.   
A San Baronto, gli squadristi diedero fuoco alla villa del Gran Maestro Torrigiani.   
Il governo finse di prendere le distanze da tanta furia distruttrice - <<la legalizzazione della repressione antimassonica>> scrive il Mola, <<consentì a Mussolini di sbarazzarsi dello squadrismo>> (inchiesta di Italo Balbo – affiliato massone a Piazza del Gesù - che fece veramente giustizia…).”[2]
Del resto, ad onor del vero, anche la Massoneria aveva preso le distanze dal Fascismo, già dal 1923. Ma, ahimè troppo tardi.

Occhio alla data

Il 3 gennaio 1925 – non è questa la data da tener d’occhio - nell'assemblea dei gran capi massonici, il generale Luigi Capello condannava i “Fratelli” che avevano tradito i loro ideali di libertà, aderendo al Fascismo.
Il generale era molto attivo nelle relazioni massoniche internazionali che abbinava ad una notevole attività antifascista, tanto da essere considerato come il capo ideale di eventuali iniziative militari contro il regime. Ebbe molti incontri con gli oppositori di Mussolini e, tra questi, come accertò la polizia, parecchi con l’ex capitano degli Alpini, Tito Zaniboni. 
La data ultima delle bravate squadriste a Firenze, precede di un mese esatto l’apertura dell’anno accademico a Ca’ Foscari, in occasione della quale a Silvio Trentin, secondo Vittorio Ronchi, è impedito di insegnare. Uno o due giorni prima, questa volta sì occhio alla data, il “fratello” Tito Zaniboni era stato arrestato mentre si apprestava a sparare a Mussolini. Era il 4 novembre 1925, settimo anniversario della vittoria. Due mesi e mezzo più tardi, Silvio Trentin fuggì in Francia con tutta la famiglia, dopo aver liquidato tutti i propri beni.

I sei fornaretti furlani

L’attentato, a cui Mussolini sfuggì “miracolosamente”, era in realtà una trappola organizzata dalla polizia [3], che s’era servita, per incastrare Zaniboni e compagni, di un tale di nome Quaglia, giornalista.
Insieme con lui furono arrestati il generale Luigi Capello, il pubblicista Ulisse Ducci e sei furlani di Buia (UD), dalle professioni più disparate, un industriale, un ragioniere, un impiegato e, stranamente, tre fornai.
Il Tribunale Speciale fascista condannò a trent’anni Tito Zaniboni, il generale Capello e l’impiegato di Buia Angelo Orsella. Ulisse Ducci si beccò dodici anni, il ragioniere ed un fornaio dieci, l’industriale sette. Un altro fornaio fu assolto ed il terzo si ebbe solo quattro mesi.
Sembra che i fornaretti forniscano abbondanti casi di scuola alla giurisprudenza veneta, a cominciare da quello di Venezia.

ll Tribunale Speciale fascista

Il processo viene celebrato dal tribunale Speciale nel 1927. La sentenza è datata 22 aprile. In quell’anno, lo stesso tribunale emette altre cinquantotto sentenze, alcune riguardanti fatti abbastanza gravi, almeno nell’ottica fascista. Ma la maggioranza delle sentenze riguarda situazioni cabarettistiche, tipo Gianni e Pinotto, a parte il fatto che gli anni di prigione che fioccavano erano tanti lo stesso.
Due operai pugliesi, mentre erano al lavoro in un cantiere, si scambiano, in dialetto romanesco, qualche nobile idea da bar sull’attentato di Zaniboni: “Li mortacci sui, sto puzzolente, ancora non l’ha ancora ammazzato nessuno!” Nove mesi di galera. La polizia fascista aveva orecchi dappertutto.

La ricostruzione dei fatti

Il generale Capello fu liberato nel 1937, in considerazione della tarda età, dopo dodici anni di carcere. Morirà nel 1941. Tito Zaniboni fu liberato nel 1943, alla caduta del regime. Sarà presidente dell’ANPI e morirà nel 1960.
Non sono riuscito a ricostruire nei dettagli i fatti stabiliti dal Tribunale. Fatto sì è che il complotto ebbe il suo fulcro operativo nel Friuli, precisamente in quel di Buia, dove, alcuni giorni prima del fallito attentato, Tito Zaniboni andò a prendere l’arma, un fucile di cui non si conosce né il modello, né il fabbricante.
Si trattava, ipotizzo, di un residuato bellico, più probabilmente austriaco che italiano, imboscato a suo tempo dai fornaretti, che dovevano aver fatto l’alpino al comando di Zaniboni, durante la Grande Guerra. Al processo, Tito Zaniboni ammise di essersi procurato l’arma a Buia e precisò che durante il viaggio verso Roma, si era fermato due giorni e due notti in una casa tra S.Donà e Mestre.
All’inizio del suo libro, Vittorio Ronchi accenna ad una casa frequentata da Silvio Trentin, che sorgeva più o meno nello stesso posto.

L’amante

Tito Zaniboni giustificò la sosta tra S.Donà e Mestre, con una spiegazione galante. S’era fermato a trascorrere un paio di notti con la sua amante, una gentildonna del posto. L’onore gli impediva naturalmente di farne il nome. La cosa passerà per buona in Tribunale, essendo ininfluente ai fini della decisione già presa.
Ma non è difficile immaginare come, invece, ai birri, nel corso delle indagini, la notizia facesse drizzare le orecchie. In quel di S.Donà di Piave aveva avuto i natali, ed aveva ancora molteplici interessi, il noto e pericoloso antifascista avvocato Silvio Trentin. Scommetto che i poliziotti non ebbero alcun dubbio.
Qualche giorno dopo, il fatto di Rolando Pratt a Ca’ Foscari e, due mesi e mezzo dopo, la fuga di Silvio Trentin in Francia.

Complice?

Silvio Trentin fu complice di Zaniboni, almeno quanto sarebbe potuto essere complice uno che gli avesse offerto ospitalità nel pieno del complotto?  Non possiamo dirlo con certezza. Ci limiteremo ad una breve analisi degli argomenti a favore e di quelli contro.
A favore sono abbastanza numerosi, a mio parere. Il primo è il temperamento di Silvio Trentin, lo Scorpione, uomo dalle intense passioni politiche e portato ad agire. Il seconda è che il tirannicidio rientra negli storici miti massonici. Il terzo è l’assoluta improbabilità che Tito Zaniboni avesse un’amante da queste parti. Il quarto la precipitosa decisione di Silvio Trentin, di liquidare tutti i suoi beni e di fuggire in Francia.
Contro, l’assoluto pressappochismo del piano di Zaniboni, che nell’occasione si dimostrò uomo impulsivo ed imprudente, se non ingenuo. Come avrebbe potuto collaborarvi Silvio Trentin, senza scorgervi incongruenze e crepe, che l’avrebbero fatto fallire? Vi è inoltre la mancata individuazione sia della fantomatica amante di Zaniboni, sia della casa tra S.Donà e Mestre, almeno da parte del Tribunale. Infine non è traccia alcuna d’un rapporto di amicizia, od anche di semplice conoscenza, tra il nostro concittadino e l’ex capitano degli Alpini.  In conclusione, non si può dire con certezza che l’attentatore mancato sia stato ospite di Silvio Trentin o di uno dei suoi amici.
Una cosa, comunque, sento di deve dire. Se Trentin fu complice,  la cosa torna a suo onore.

Ele è uma vìtima do tabaco

Sui pacchetti di sigarette, sopra la foto di un poveraccio in carrozzina con le gambe amputate, il Ministero della Salute portoghese (o brasiliano, non si capisce bene) ha fatto scrivere: “Costui è una vittima del tabacco. Fumare causa sofferenza vascolare che può portare all’amputazione.”  
Il grande Oreste M., mio antico vicino di casa, persona degnissima e simpaticissima, è morto ultraottantenne, dello stesso male del disgraziato in fotografia, ma non ha mai fumato in vita sua. Piuttosto beveva qualche onbreta in più, in quel di Meolo, dove, da pensionato andava a trovare i suoi compagni di merende.    Fumare… bere… bisogna pur fare qualcosa per far passare il tempo. O vogliamo vivere da malati per morire sani?

Dal romanzo “Il Camaleonte” di P. Robinson, p.179,  milioni di copie vendute in tutto il mondo: “Jenny gli portò il posacenere… Pur non avendo il vizio del fumo, a differenza di molte delle sue amiche non aveva la mania di vietare le sigarette in casa propria. Anzi, il periodo trascorso in California l’aveva spinta ad odiare i nazisti antinicotina ancor più dei fumatori.”

“Nazisti antinicotina…” bella, questa, indovinata, direi.  

9 - continua


[1] R.D. n. 313 del 13.3.1927.
[2]
Da “Storia Illustrata”, n.335, ott.1985.
[3]
A.N.P.I. Commento alle sentenze del Tribunale Speciale Fascista. 1927.