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Il
primo dopoguerra
Come
ognun sa, quando la Grande Guerra finì, la nostra città era ridotta ad
un cumulo di macerie. Rasa al suolo. Morte e rovina dappertutto. Ma i
Sandonatesi non si persero d’animo, si rimboccarono le maniche e
cominciarono a rimediare a tanto disastro. Che cosa fece monsignor Saretta
in quel frangente? Si può dire che diede l’esempio, che fu un
trascinatore e guida, che dotò la città degli strumenti atti ad
alleviare le sofferenze dei più poveri. Per più di un decennio dedicò
ogni energia in favore degli orfani, dei giovani, degli anziani, dei
diseredati. Così furono l’asilo, l’orfanotrofio, il S.Giuseppe, l’Oratorio,
il S.Luigi. Per non parlare delle realizzazioni immateriali, ma non meno
importanti, come le associazioni cattoliche.
Da qualunque parte si consideri la cosa, la sua opera recò un
sollievo enorme alla popolazione stremata, per cui, se l’arciprete si
fosse anche macchiato di qualche peccatuccio, la città, fatti quattro
conti, gliel’ha perdonato e, almeno quella parte della gente che ricorda
e che conosce la storia, gli è profondamente grata delle sue
realizzazioni.
Mannaggia
al Manzoni
Nel
frattempo, il Fascismo andava al potere e lo consolidava. Abbiamo visto
come e perché accadde. I vecchi liberali nicchiavano con le riforme
promesse durante la guerra. I nuovi partiti di massa, fortemente
ideologicizzati, si scornavano fra loro. Mussolini ebbe la meglio, e fu il
Ventennio. L’uomo non aveva scrupoli. Per ghermire il potere si servì
un po’ di tutti, per poi svendere, tradire e perseguitare persino molti
vecchi compagni di strada, compresi i suoi squadristi.
Il suo giornale, il “Popolo d’Italia”, secondo le mie fonti,
era stato finanziato dai soldi del Grande Oriente di Francia e, in minor
misura, da quelli del Grande Oriente d’Italia.
Mussolini pensò anche di strumentalizzare la Chiesa. Per farlo, rinunciò
a molti ideali repubblicani e laici del primo Fascismo, si propose come
“uomo della Provvidenza” (lo spunto è nei “Promessi Sposi”,
mannaggia al Manzoni), e cominciò a lavorare ad un Concordato, nel quadro
di una più pomposa operazione, battezzata Conciliazione fra Stato e
Chiesa. Per prima cosa liquidò la Massoneria, che era fumo negli occhi
per il clero. Fece proclamare l’incompatibilità della militanza
fascista e di quella massonica, fece sciogliere le Logge per decreto e la
mise fuori legge.
In altre parole, servì la Massoneria alla Chiesa su un piatto d’argento.
Con ciò, tutta la vecchia classe dirigente della politica italiana
spariva.
la
balda gioventù fascista
recide i tentacolo della
piovra massonica
Mussolini
non scherzava
Per
dimostrare che non scherzava, dal 25 settembre al 5 ottobre 1925, Mussolini sguinzagliò gli
squadristi fiorentini che “si abbandonarono a pestaggi e a violenze
d'ogni genere, una <<notte dì S. Bartolomeo>> con i
Massoni al posto degli Ugonotti, splendidamente narrata da Vasco Pratolini
nella sua “Cronaca di poveri amanti”.
Fra le vittime designate, la più illustre doveva essere l'anziano
Maestro Venerabile Napoleone Bandinelli, che riuscì invece a mettersi
miracolosamente in salvo fuggendo sui tetti, grazie all'intervento di un
altro massone, Giovanni Becciolini, che pagò con la vita quel soccorso. Uguale sorte toccò
all'ex deputato socialista Gaetano Pilati; nemmeno l'avvocato Gustavo
Consolo, riuscì a sfuggire ai giustizieri fascisti che gli spararono in
casa.
A San Baronto, gli squadristi diedero fuoco alla villa del Gran
Maestro Torrigiani.
Il governo finse di prendere le distanze da tanta furia
distruttrice - <<la legalizzazione della repressione
antimassonica>> scrive il Mola, <<consentì a Mussolini di
sbarazzarsi dello squadrismo>> (inchiesta di Italo Balbo –
affiliato massone a Piazza del Gesù - che fece veramente giustizia…).”
Del resto, ad onor del vero, anche la Massoneria aveva preso le distanze
dal Fascismo, già dal 1923. Ma, ahimè troppo tardi.
Occhio
alla data
Il 3 gennaio 1925 – non è questa la data da tener d’occhio -
nell'assemblea dei gran capi massonici, il generale Luigi Capello
condannava i “Fratelli” che avevano tradito i loro ideali di libertà,
aderendo al Fascismo.
Il generale era molto attivo nelle relazioni massoniche
internazionali che abbinava ad una notevole attività antifascista, tanto
da essere considerato come il capo ideale di eventuali iniziative
militari contro il regime. Ebbe molti incontri con gli oppositori di Mussolini e,
tra questi, come accertò la polizia, parecchi con l’ex capitano degli
Alpini, Tito Zaniboni.
La data ultima delle bravate squadriste a Firenze, precede di un mese
esatto l’apertura dell’anno accademico a Ca’ Foscari, in occasione
della quale a Silvio Trentin, secondo Vittorio Ronchi, è impedito di
insegnare. Uno o due giorni prima, questa volta sì occhio alla data, il
“fratello” Tito Zaniboni era stato arrestato mentre si apprestava a
sparare a Mussolini. Era il 4 novembre 1925, settimo anniversario della
vittoria. Due mesi e mezzo più tardi, Silvio Trentin fuggì in Francia
con tutta la famiglia, dopo aver liquidato tutti i propri beni.
I
sei fornaretti furlani
L’attentato,
a cui Mussolini sfuggì “miracolosamente”, era in realtà una trappola
organizzata dalla polizia ,
che s’era servita, per incastrare Zaniboni e compagni, di un tale di
nome Quaglia, giornalista.
Insieme con lui furono arrestati il generale Luigi Capello, il pubblicista
Ulisse Ducci e sei furlani di Buia (UD), dalle professioni più disparate,
un industriale, un ragioniere, un impiegato e, stranamente, tre fornai.
Il Tribunale Speciale fascista condannò a trent’anni Tito Zaniboni, il
generale Capello e l’impiegato di Buia Angelo Orsella. Ulisse Ducci si
beccò dodici anni, il ragioniere ed un fornaio dieci, l’industriale
sette. Un altro fornaio fu assolto ed il terzo si ebbe solo quattro mesi.
Sembra che i fornaretti forniscano abbondanti casi di scuola alla
giurisprudenza veneta, a cominciare da quello di Venezia.
ll
Tribunale Speciale fascista
Il
processo viene celebrato dal tribunale Speciale nel 1927. La sentenza è
datata 22 aprile. In quell’anno, lo stesso tribunale emette altre
cinquantotto sentenze, alcune riguardanti fatti abbastanza gravi, almeno
nell’ottica fascista. Ma la maggioranza delle sentenze riguarda
situazioni cabarettistiche, tipo Gianni e Pinotto, a parte il fatto che
gli anni di prigione che fioccavano erano tanti lo stesso.
Due operai pugliesi, mentre erano al lavoro in un cantiere, si scambiano,
in dialetto romanesco, qualche nobile idea da bar sull’attentato di
Zaniboni: “Li mortacci sui, sto puzzolente, ancora non l’ha ancora
ammazzato nessuno!” Nove mesi di galera. La polizia fascista aveva
orecchi dappertutto.
La
ricostruzione dei fatti
Il
generale Capello fu liberato nel 1937, in considerazione della tarda età,
dopo dodici anni di carcere. Morirà nel 1941. Tito Zaniboni fu liberato
nel 1943, alla caduta del regime. Sarà presidente dell’ANPI e morirà
nel 1960.
Non sono riuscito a ricostruire nei dettagli i fatti stabiliti dal
Tribunale. Fatto sì è che il complotto ebbe il suo fulcro operativo nel
Friuli, precisamente in quel di Buia, dove, alcuni giorni prima del
fallito attentato, Tito Zaniboni andò a prendere l’arma, un fucile di
cui non si conosce né il modello, né il fabbricante.
Si trattava, ipotizzo, di un residuato bellico, più probabilmente
austriaco che italiano, imboscato a suo tempo dai fornaretti, che dovevano
aver fatto l’alpino al comando di Zaniboni, durante la Grande Guerra. Al
processo, Tito Zaniboni ammise di essersi procurato l’arma a Buia e
precisò che durante il viaggio verso Roma, si era fermato due giorni e
due notti in una casa tra S.Donà e Mestre.
All’inizio del suo libro, Vittorio Ronchi accenna ad una casa
frequentata da Silvio Trentin, che sorgeva più o meno nello stesso posto.
L’amante
Tito
Zaniboni giustificò la sosta tra S.Donà e Mestre, con una spiegazione
galante. S’era fermato a trascorrere un paio di notti con la sua amante,
una gentildonna del posto. L’onore gli impediva naturalmente di farne il
nome. La cosa passerà per buona in Tribunale, essendo ininfluente ai fini
della decisione già presa.
Ma non è difficile immaginare come, invece, ai birri, nel corso delle
indagini, la notizia facesse drizzare le orecchie. In quel di S.Donà di
Piave aveva avuto i natali, ed aveva ancora molteplici interessi, il noto
e pericoloso antifascista avvocato Silvio Trentin. Scommetto che i
poliziotti non ebbero alcun dubbio.
Qualche giorno dopo, il fatto di Rolando Pratt a Ca’ Foscari e, due mesi
e mezzo dopo, la fuga di Silvio Trentin in Francia.
Complice?
Silvio
Trentin fu complice di Zaniboni, almeno quanto sarebbe potuto essere
complice uno che gli avesse offerto ospitalità nel pieno del complotto? Non
possiamo dirlo con certezza. Ci limiteremo ad una breve analisi degli
argomenti a favore e di quelli contro.
A favore sono abbastanza numerosi, a mio parere. Il primo è il
temperamento di Silvio Trentin, lo Scorpione, uomo dalle intense passioni
politiche e portato ad agire. Il seconda è che il tirannicidio rientra
negli storici miti massonici. Il terzo è l’assoluta improbabilità che
Tito Zaniboni avesse un’amante da queste parti. Il quarto la precipitosa
decisione di Silvio Trentin, di liquidare tutti i suoi beni e di fuggire
in Francia.
Contro, l’assoluto pressappochismo del piano di Zaniboni, che nell’occasione
si dimostrò uomo impulsivo ed imprudente, se non ingenuo. Come avrebbe
potuto collaborarvi Silvio Trentin, senza scorgervi incongruenze e crepe,
che l’avrebbero fatto fallire? Vi è inoltre la mancata individuazione
sia della fantomatica amante di Zaniboni, sia della casa tra S.Donà e
Mestre, almeno da parte del Tribunale. Infine non è traccia alcuna d’un
rapporto di amicizia, od anche di semplice conoscenza, tra il nostro
concittadino e l’ex capitano degli Alpini.
In conclusione, non si può dire con certezza che l’attentatore
mancato sia stato ospite di Silvio Trentin o di uno dei suoi amici.
Una cosa, comunque, sento di deve dire. Se Trentin fu complice,
la cosa torna a suo onore.
Ele
è uma vìtima do tabaco
Sui
pacchetti di sigarette, sopra la foto di un poveraccio in carrozzina con
le gambe amputate, il Ministero della Salute portoghese (o brasiliano, non
si capisce bene) ha fatto scrivere: “Costui è una vittima del tabacco.
Fumare causa sofferenza vascolare che può portare all’amputazione.”
Il grande Oreste M., mio antico vicino di casa, persona degnissima e
simpaticissima, è morto ultraottantenne, dello stesso male del
disgraziato in fotografia, ma non ha mai fumato in vita sua. Piuttosto
beveva qualche onbreta in più, in quel di Meolo, dove, da pensionato
andava a trovare i suoi compagni di merende.
Fumare… bere… bisogna pur fare qualcosa per far passare il
tempo. O vogliamo vivere da malati per morire sani?
Dal romanzo “Il Camaleonte” di P. Robinson, p.179,
milioni di copie vendute in tutto il mondo: “Jenny gli portò il
posacenere… Pur non avendo il vizio del fumo, a differenza di molte
delle sue amiche non aveva la mania di vietare le sigarette in casa
propria. Anzi, il periodo trascorso in California l’aveva spinta ad
odiare i nazisti antinicotina ancor più dei fumatori.”
“Nazisti antinicotina…” bella, questa, indovinata,
direi.
9
- continua
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