Gli itinerari

IL LATO OSCURO

I miti sandonatesi - di Giuseppe Toffolo

Il nuovo Papa
Neanche a farlo apposta, il nuovo Papa è il tedesco Ratzinger, da me indirettamente strapazzato nella puntata precedente. Di lui, però, uomo di curia e di potere, mi era piaciuto il fatto che scendesse fra la gente senza mettere fra sé ed i “Lupi grigi” in agguato in mezzo ai buoni cristiani, i vetri antiproiettili della papamobile. Se ti protegge la Madonna, che bisogno hai dell’auto blindata? Ma anche lui è finito a bordo dell’orribile automezzo.
Non mi convince – lo dico sommessamente - il modo in cui è stato eletto. Tutto sembra essere stato pianificato in anticipo, un’operazione di potere. E mi chiedo se sull’elezione non abbia pesato il fatto che la Germania, aspirante ad un seggio nel Consiglio Permanente dell’ONU, sia oggi il maggior finanziatore della Chiesa.

Benedetto
Benedetto è il nome del nuovo papa. Il quindicesimo di questo nome era, all’anagrafe, il cardinal Giacomo Della Chiesa. Definì la Prima Guerra Mondiale un’inutile strage. Fu di sentimenti se non filotedeschi, neanche antitedeschi.. La qual cosa non è però un male, almeno per chi non è politicamente corretto, dato che, secondo me, la storia delle due Guerre Mondiali dovrebbe essere riscritta. 
Oggi tale storia è troppo simile ad una vulgata di vincitori, dove i buoni sono tutti dalla stessa parte, ed i cattivi tutti dall’altra, come in un film di Rambo.

Due sviste
Devo rettificare qui due sviste in cui sono incorso nella puntata precedente, la prima quando ho detto che la Terza Internazionale fu sciolta ed al suo posto fu fondato il Comintern. Non è così, dato che Terza Internazionale e Comintern erano la stessa cosa. Al posto del Comintern si deve leggere Cominform.
La seconda è il nome dello studioso sloveno, che è Tomažič e non Tomašič. Me ne scuso con lui e con i lettori.

Atroci delitti
Ogni città ha il suo lato oscuro. A S.Donà, è costituito da alcuni atroci delitti. Una domenica, alla fine degli anni Sessanta, uno sfortunato bambino, Mario Rorato, sparve dall’Oratorio e fu ritrovato, morto, fra l’erba del parco fluviale, alcuni giorni dopo. Era stato ucciso da un povero squilibrato, dopo un tentativo di violenza. Un santa Maria Goretti in calzoncini corti.
S.Donà, città devota e cattolica, dovrebbe ricordarsi di lui e proporre, come per Lucia Schiavinato, di dare il via ad un’indagine canonica. La città non può dimenticare così il povero piccolo martire. Dato che, fra l’altro, sembra vogliano fare santo l’eretico Girolamo Savonarola.

Un’orgia di omosessuali
Nel 1974, durante un’orgia di omosessuali, uno di costoro fu ucciso, in un condominio al Forte del ‘48. Mi par di ricordare che gli fu tagliata la gola. I sospetti caddero su un soldato di leva, che fu visto allontanarsi dal luogo del delitto. Ma l’assassino non fu mai trovato.
A noi fumatori, tagliati fuori ormai dall’umano consorzio, basterebbe avere oggi la stessa considerazione e gli stessi diritti di cui godono gli omosessuali (magari non quello di sposarci tra persone dello stesso sesso).

Il calumet dei Sioux
I Pellerossa erano dei primitivi, ma uomini onesti e schietti. Nei consigli delle loro tribù fumavano il calumet  per propiziarsi il Grande Spirito. Consideravano con disprezzo chi non lo fumava, ed il rifiuto come il segno di un’anima nera incline al tradimento ed alla menzogna. Forse avevano in mente i fobici di oggi che stanno facendo danni morali e materiali irreparabili alla nostra società?

 

I Pellerossa, uomini onesti
e schietti, avevano già
previsto i fobici di oggi

 

 

 

 

Il culleus
Una decina d’anni fa un ragazzo fuori di testa uccise la madre.
L’8 aprile 1981, Giuseppe Baldo fu ucciso a colpi di accetta dal figlio adolescente, nel garage di casa. Nell’antica Roma, il parricidio era punito con il
culleus. Il colpevole veniva cucito in un sacco di cuoio insieme con una vipera e  una bertuccia, e gettato nel Tevere. Oggi, i parricidi circolano in libertà perché, pare, non possono reiterare il reato. Evidentemente, una volta ucciso il proprio padre, non lo si può uccidere una seconda volta. In altre parole, il parricidio non è un delitto fotocopia. Non saprei che dire, solo che giurisprudenza e dottrina hanno fatto dei bei progressi.

La Regina dei Gatti
Mi chiedo, senza alcuna intenzione offensiva, se questi particolari tipi di delitti, soprattutto i crimini di sangue che si rivolgono contro i genitori, non siano un po’ una caratteristica di questa città, e perché. A Treviso non avevo mai udito  di parricidi. Ricordo solo di una vecchia mendicante stramba, soprannominata Regina dei Gatti, che aveva ucciso con l’atrazina nella polenta una coppia di vicini. Movente: avevano molestato i suoi amici mici. E poi s’era suicidata, per il rimorso. A Treviso si ucciderebbe più facilmente per i schei, purché fossero tanti, però. Materialisti.

La piccola Angeli
  Vicino alla Regina dei Gatti viveva la piccola Angeli – non ricordo il nome di battesimo. Aveva otto o nove anni, ed un tumore al cervello. Era diventata cieca e sorda. La sua testa s’era ingrossata. Urlava giorno e notte dal dolore. Altra cosa che non capisco, il rifiuto dell’eutanasia anche per chi non è cristiano cattolico. Noi cattolici abbiamo questa brutta, bruttissima pretesa, che la nostra sociologia valga anche per chi cattolico non è.

Bepi B.
Conoscevo molto bene Bepi B. Era un gran lavoratore, un uomo buono e generoso. Era un semplice, ed aveva un grande cruccio. Aveva perduto la fede, diceva, a causa di monsignor Saretta. Mi raccontò che un giorno, quand’era giovane, s’era recato a casa di un notabile sandonatese per alcuni lavori di elettricista. Era un afoso giorno d’estate, nel primo pomeriggio. Bussò, ma non venne nessuno. Provò la maniglia, il portoncino si aperse ed egli entrò. Percorse un corridoio immerso nella semioscurità e si diresse verso il salotto. Nella stanza vide il prelato e la moglie del notabile in un inequivocabile atteggiamento. Bepi B. fece dietrofront e se ne andò il più silenziosamente che poté. Naturalmente, questa testimonianza “de auditu” ha il valore che ha, me ne rendo conto e non so se sia vera. Se lo fosse, mi renderebbe più simpatico ancora monsignor Saretta.

Il medico di base
Quando entrò in vigore la riforma sanitaria e dovetti scegliere il medico di base, ragionai così. Per le cose serie vado a pagamento dal dottor Giulio Girardi. Non lo scelgo come medico di famiglia perché bisogna fare troppa anticamera nel suo ambulatorio. Perciò optai per un giovane medico con pochi assistiti. 
Mai scelta più azzeccata e fortunata. Il giovane medico si rivelò, nel tempo, di modi garbati e di grande preparazione. 
A giudicare dal cognome, è di lontane origini cimbriche. I Cimbri, trapiantati in Cansiglio dalla Serenissima, hanno sempre fatto gruppo a sé e si distinguono per la loro laconicità, la voglia di lavorare, la serietà tutta teutonica, l’onestà, la propensione allo sparagno e l’attaccamento alle loro tradizioni. 
Sentendosi prossima a morire, una vecchia cimbra, che viveva sola, provvide coscienziosamente a regolare i conti con chi restava. La trovarono distesa davanti al focolare, compostissima nella morte, nel suo abito nero. Vicino a sé aveva dei mucchietti ordinati di soldi, ciascuno con un biglietto in cui spiegava a chi dovevano andare. Per pagare l’ultima spesa dal pizzicagnolo, la bolletta elettrica della SADE, la quota associativa alla cooperativa di consumo, la tassa di famiglia, la messa dei defunti che il prete avrebbe celebrato per lei, le spese dei funerali, eccetera eccetera.

Macché cancro!
Il mio medico non ha mai sbagliato una diagnosi, anche difficile. Ti manda dallo specialista, ma potresti fare a meno di andarci, perché lui ti ha già spiegato tutto in anticipo, nei dettagli, meglio del luminare e senza tante analisi di laboratorio, ma solo con una visita accurata secondo i buoni vecchi metodi della palpazione e dell’auscultazione. Spesso ti butta giù anche qualche schizzo, per farti capire meglio.
Una volta ha perfino corretto la diagnosi d’un primario ospedaliero, un bellone tutto master americani, che aveva ipotizzato un cancro per mia moglie. “Macché cancro!…” disse il mio dottore. “Lei, signora, ha solo così e così.”
Il suo ambulatorio è austero, lo stesso da un quarto di secolo. Il dottore si scrive orari ed avvisi a mano. Non ha  il computer. In compenso tiene uno schedario cartaceo straripante come una volta a settembre straripavano di fieno i tabià del Cansiglio. Quando vai da lui, sfila la tua scheda e sa tutto della tua salute presente e passata. Un altro Sandonatese che fa onore alla sua città.

In tempi non sospetti
In tempi non sospetti, quando la campagna di odio contro i fumatori non era ancora diventata legge della Repubblica, il dottore, dopo avermi visitato, mi raccomandava di “fumare un po’ meno”. Poi, se non c’era nessuno in sala d’attesa, mi invitava a prendere un caffè ed a fumare con lui una sigaretta. Oggi non più, perché è troppo rispettoso della legge. 
Ora sta male. Il solito intelligentone fobico, di quelli che vivono da malati per morire sani, dirà che è colpa delle sigarette. E se anche fosse – ma non è? Si dimostrerebbe solo che fra i fumatori abbonda l’eccellenza.
In realtà, credo che la malattia del dottore sia dovuta alla tensione nervosa,
stress in dialetto di Visnadello. Si lamentava spesso dello stato a cui sono ridotti i medici, quello di burocrati passacarte, e da (probabile) cimbro, ne soffriva sinceramente. 
In bocca al lupo, dottore!

Arturo Rizzo
Ho visto Arturo Rizzo uscire dall’ospedale, una di queste mattine, ed anche a lui ho fatto mentalmente gli auguri. Ero andato a trovarlo a casa sua, a Musile, qualche mese fa, con Mario Masala, per accedere alla sua memoria ed attingere notizie sui mitici personaggi sandonatesi. Aveva accennato ai suoi malanni, ma con la stessa serenità con cui ti chiede se gradisci una tazza di tè. L’età si fa sentire, aveva detto. Arturo Rizzo è un uomo dalla presenza imponente, è ottimista e cordiale, colto, sempre pronto al sorriso ed alla battuta di spirito. Ha – e chi non l’avrebbe al posto suo? – il culto del padre, Attilio Rizzo, un altro mito sandonatese. Sua moglie era partigiana. Recentemente le è stato riconosciuto, ora per allora, il grado di capitano.
Per Arturo Rizzo non sono stato più uno sconosciuto, quando mi ha associato al “Sandonàdomani” di carta ed a Mario Pettoello. “Per me è come un figlio”, precisa.

La leggenda metropolitana
Dei Rizzo diremo più avanti. Mi interessa qui ricordare Arturo perché quel giorno a Musile mi aveva parlato della leggenda metropolitana di un Silvio Trentin che, piuttosto di giurare fedeltà al regime fascista – un giuramento richiesto a tutti i dipendenti pubblici, compresi i professori universitari - abbandonò il lavoro all’università e se ne andò esule in Francia. 
Con dispiacere, ma ho dovuto dirgli che la leggenda era infondata e raccontargli della vera causa del suo esilio, il fascista che gli aveva sbarrato il passo a Ca’ Foscari. Io credo alla versione di Vittorio Ronchi, quella della frettolosa partenza in treno, da Mestre, con tutta la famiglia. Una vera e propria fuga. 
Era il febbraio 1926[1]. Che la faccenda del rifiuto di prestare giuramento non c’entri nulla, non fa però, moralmente, alcuna differenza. Il fatto è che, comunque, la scelta dell’esilio è sempre un fatto dolorosissimo, che richiede, a chi quella scelta fa, una grande nobiltà d’animo. Certamente la polizia e l’OVRA[2] sapevano benissimo del passo fatale che Silvio Trentin stava compiendo, ma nessuno gli impedì di partire. 
Ponti d’oro al nemico che fugge.


La trafila massonica
   Nel celeberrimo “Congresso delle Bonifiche”, tenutosi a S.Donà nel marzo 1922, Silvio Trentin celebrò il suo trionfo. Ma accadde anche che il suo astro cominciasse a declinare proprio in quel momento. Stavano iniziando tempi decisamente avversi, per lui. . Lo ricorda solo perché lo associa a Sandro Pertini, dicendo che, con il futuro presidente della Repubblica, sarebbe passato clandestinamente in Francia, giovandosi della “trafila massonica”, cioè dell’organizzazione messa in piedi per l’espatrio clandestino degli antifascisti.
Mola però non precisa nulla, né l’anno, né come e dove fu passato il confine, né la destinazione. Personalmente, torno a dire, credo abbia ragione Vittorio Ronchi, un testimone oculare che riferisce in prima persona e che, come ho detto, accompagnò Silvio Trentin a prendere il treno a Mestre.

Il Congresso delle Bonifiche
Nel celeberrimo “Congresso delle Bonifiche”, tenutosi a S.Donà nel marzo 1922, Silvio Trentin celebrò il suo trionfo. Ma accadde anche che il suo astro cominciasse a declinare proprio in quel momento. Stavano iniziando tempi decisamente avversi, per lui.
Il congresso ebbe larga eco in tutta Italia. La vicenda è nota, la si può ritrovare nei testi più noti su Silvio Trentin. Non occorre quindi che la riassuma qui. Mi preme solo osservare che in quel frangente si rivelò la contraddizione fondamentale, che credo sia la causa della “damnatio” della sua memoria.
Silvio Trentin fu l’apostolo del riscatto di queste lande con l’idea, o meglio con l’ideale, di una bonifica integrale. Non solo idraulica, non solo agraria, non solo sanitaria, ma “umana”. In altre parole, non si sarebbe dovuto riscattare solo il territorio, ma redimere anche l’umanità che vi avrebbe tratto poi il proprio sostentamento col lavoro.
Nobilissima idea, di profonde e solide radici massoniche. Ma essa venne sostenuta, nel famoso congresso, da un ordine del giorno di Silvio Trentin, che fu giudicato, credo, troppo radicale, visto che fu respinto dalla maggioranza dei delegati. Era nel suo temperamento.

Il solito problema
Lasciamo stare, per un momento Silvio Trentin, col suo carattere impulsivo. In generale, si può osservare che quando dei principi umanitari non si coniugano nei singoli portatori con spirito di tolleranza, con moderazione e profondo senso di giustizia, si fa partire il timer per l’esplosione della polveriera. 
Un paio di esempi, per capire. Quando venne meno lo spirito di tolleranza, la rivoluzione francese sfuggì di mano ai suoi ispiratori e si trasformò in terrore. Dall’altra parte della barricata politica, quando, nelle vicende post risorgimentali, furono messi da parte quegli stessi principi, andò a finire che ci beccammo l’Italia aggressiva ed oppressiva dei Crispi, dei Bava Beccaris e (a proposito di Benedetto XV), delle inutili stragi della Prima Guerra Mondiale.

Il sottosegretario Arrigo Serpieri
Per tornare al riscatto delle terre impaludate, andò a finire che la “bonifica integrale” trentiniana fu fatta propria, ironia del destino, dal Fascismo e tradotta in opere pubbliche memorabili, come la bonifica delle Paludi Pontine (dove si svolse il dramma della succitata S.Maria Goretti, dalla cui vita fu tratto il film “Cielo sulla Palude”, incubo di tutti gli studenti medi, dato che ogni giovedì santo si portavano le classi a vederlo) per opera del sottosegretario Arrigo Serpieri (1877-1960).
Secondo me, dal “Congresso delle Bonifiche” in poi, Silvio Trentin mancò di moderazione.

Giustizia e Libertà
Nei tre anni che seguirono, Silvio Trentin divenne sempre più inviso al Fascismo ed al suo regime. Non era stato rieletto al Parlamento, dato che la formazione politica per la quale si presentava non aveva una larga base popolare. In occasione delle elezioni subì anche il boicottaggio dei Fascisti, logicamente, e delle autorità che dei Fascisti subivano la crescente pressione. 
Il tutto culminò, come abbiamo visto, con l’aggressione di Ca’ Foscari e la perdita del lavoro. Per la prima volta era stato “identificato” ufficialmente dai Carabinieri quando, verso la fine del 1924, corse a Rovigo, con Romualdo Boccato, per rendere omaggio alla tomba di Giacomo Matteotti.

In definitiva, quanto al suo odio per il fascismo, umanamente, ne aveva ben donde. Portato com’era all’azione, entrò subito nell’opposizione fattiva, dando vita ad attività di resistenza politica, soprattutto durante l’esilio in Francia. Nel 1929 aderì alla formazione antifascista “Giustizia e Libertà” fondata da Emilio Lussu. Scrisse anche molto.    

Un gigante dai piedi d’argilla
Sono tutte cose arcinote. Quello che ci importa osservare qui è che la sua avversione per l’oppressione violenta si limitò a quella fascista, senza volgersi, neanche a parole, contro quella bolscevica, ben più terribile. Ambiguità di fondo, errore fondamentale, per un non comunista, per un amante della libertà come lui, il quale avrebbe dovuto ben sapere che violenza è violenza, cioè una cosa odiosa in assoluto, indipendentemente dall’aggettivo – fasc o bolsc - che la qualifica politicamente. In altre parole, non comprese che un combattente per la libertà, lotta contro l’oppressione su tutti i fronti. E non dà l’impressione di farlo per fatto personale. Anzi, l’aver subito la violenza fascista, avrebbe dovuto fargli capire l’orrore di quella bolscevica.

I tesserati dop (denominazione d’origine protetta)
Allearsi temporaneamente coi comunisti in virtù della lotta antinazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale sarà tutt’altra cosa, lo so bene. Ma non voler vedere la violenza dei suoi compagni di strada, non torna a suo onore.
In conclusione, Silvio Trentin non abbandonò mai il suo ideale di libertà, ma, come fa osservare Norberto Bobbio, fu in fondo un comunista. Un comunista ad honorem, aggiungo io, benché mai tesserato. Fu, quello, un equivoco madornale, che finisce per fare del suo pensiero un gigante dai piedi d’argilla. E che lasciò perplessi, com’è accaduto, amici ed estimatori, i quali gli tributeranno, da quel momento in poi, unicamente omaggi di circostanza. 
Non solo, ma gli alienò anche i tesserati “dop”, quando costoro giudicarono che il suo nome non  fosse più spendibile per la causa comunista.

Quanto ho espresso qui sopra è stato detto molto meglio da Emilio Lussu. Mi fa piacere però, che siamo arrivati indipendentemente alla stessa conclusione. Non per nulla sono una specie di Senofonte di provincia.

Sergio Borin
Sono debitore al signor Sergio Borin di Meolo per le notizie sull’esilio di Silvio Trentin contenute nelle opere di Emilio Lussu (Introduzione agli “Scritti scelti” di S. Trentin; “Riflessioni sulla crisi e sulla rivoluzione”; “Orientamenti;  Lettere a Carlo Rosselli”). Sergio Borin è persona squisita, un amante della lettura ed un attento appassionato di storia. Forma una coppia amabilissima con la signora Luisa D’Isep, autrice de “Il mondo dei Rosa”, un bel libro illustrato, dedicato al mondo contadino che – negli Anni Sessanta, ormai - stava scomparendo (Piazza Editore, Treviso). 
I signori Borin, a differenza di molti sandonatesi, amano essere aggiornati anche sulla storia locale, ed erano presenti alle conferenze tenute in occasione del quarantennale della morte di monsignor Saretta, nell’ottobre scorso, al Centro Culturale della nostra città.

Nasce la leggenda metropolitana
Lussu, fondatore anche del mitico “Partito d’Azione” è forse all’origine della leggenda metropolitana dell’esilio di Silvio Trentin. Lo descrive così. Quarantotto anni, veneto di San Donà di Piave, deputato nel gruppo di Rinnovamento dal 1919 al ‘21, avvocato e professore universitario a Ca’ Foscari, Venezia, esule volontario dal 27 gennaio 1926 per non dover insegnare nella scuola fascista (e l’esilio vuol dire anche una scelta di povertà), vive da sette anni con la moglie Beppa e i figli Giorgio, Franca e Bruno, in una cittadina sotto i quindicimila abi­tanti nel Sud estremo della Francia, Auch, capoluogo del Gers, al centro della grande Guascogna storica. 
La coltivazione di un podere, con i cui frutti contava di mantenersi, gli ha mangiato tutti i risparmi.

Una concezione immanentistica della libertà
Sempre dagli appunti del signor Sergio Borin. 
Adesso [Silvio Trentin, dice Lussu] è manovale a ottocento franchi al mese nella princi­pale tipografia cittadina, ma non «come un intellettuale che si consideri diminuito dal lavoro manuale»; al contrario, «smisuratamente ingrandito per la dignità con cui è impe­gnato in un modesto lavoro fisico». Di sera, «cambiati gli abiti dell’officina»[3], studia e produce. Nell’esilio, avendo in più, rispetto all’Italia, l’esperienza della vita in comune con gli operai, ha scritto già sei libri: “L’aventure italienne”, “Les transformations récentes du droit public italien”,
“L’antidémo­cratie”, “Aux sources du fascisme”, “Le fascisme italien et la So­ciété des Nations” e “Riflessioni sulla crisi e sulla rivoluzione”. 
[Silvio Trentin] appare a Lussu, suo recensore, «un socialista non marxista, ma un socialista che spinge le sue tesi alle audacie più estre­me, un socialista massimalista che dal comunismo è separato solo da una visione differente della civiltà e da una concezio­ne immanentistica della libertà».
Immanentistica: la libertà non è un idolo esterno a noi, è parte del nostro essere. È in noi ed in ogni cosa, non è una graziosa concessione del sistema. Come si può agevolmente vedere, Lussu ha detto molto meglio di me.

Un matrimonio “politico”
Emilio Lussu apprende, per telefono, da Silvio Trentin, la morte della propria madre ottantenne, in Sardegna. Le pene dell’esilio. Ma ci sono anche i momenti sereni e felici. Ed un bel mattino ecco gli esuli protagonisti, in casa, di una ceri­monia, una specie di matrimonio “politico”, tra Joyce Salvadori ed Emilio Lussu. «Per Joyce, — ricorderà Emilio, — i testimoni erano Modigliani, amico del padre, e la signora Vera, e per me Trentin e la signora Beppa. 
Modigliani, con la grande e ampia barba, sembrava il gran Rabbino della Sinagoga. Ma, da buon livornese, ruppe la so­lennità della sua imponenza sacerdotale trovando un’espres­sione scherzosa che fece ridere tutti, quando io misi l’anello al dito di Joyce.
Mentre Trentin, con un sorriso finemente trattenuto, disse due parole quasi sottovoce, con la dignità del sindaco ufficiale di stato civile che cinga la sciarpa e ab­bia il codice in mano. Io rividi in lui il gran signore di campa­gna e gli dissi: “Grazie, milord”. Le due signore che testimo­niavano, naturalmente, portarono il fazzoletto agli occhi».

L’Ospedale di Vittorio Veneto
A proposito di medici. Un’amica, F.M., continua a marcare visita al nostro ospedale. Le dicono e ridicono che non è niente. Si spazientiscono, anche. Le fanno fare dell’aerosol per anni. Non guarisce. Va all’ospedale di Vittorio Veneto e dopo una TAC, la ricoverano d’urgenza per i medesimi sintomi, perché ha una malattia che può diventare cronica, entro pochi mesi. Cure intensive, ma ormai il danno è fatto. Perché tanta gente fugge dal nostro Ospedale? il danno è fatto. Perché tanta gente fugge dal nostro Ospedale?

Nomen omen
Nel nome il destino, dicevano i latini. Nella prossima puntata divagheremo un po’ per capire come possano alcuni, tipo quelli che si chiamano Girolamo o Cirillo, spegnere la luce per secoli su una civiltà, in nome della virtù. Parleremo anche di un fatto epocale, visto da Mussetta di S.Donà di Piave, l’avvento dell’Impero e la fine delle libertà repubblicane.

8 - Continua


[1] Per Emilio Lussu fu il 27 gennaio 1926. La versione di Ronchi viene comunque confermata.

[2] OVRA sta per Opera Volontaria Repressione Antifascismo. Era lo spionaggio di Mussolini.

[3] Chiara reminiscenza del Machiavelli.