Gli itinerari

Il Conte Rosso

I miti sandonatesi - di Giuseppe Toffolo

Il Conte Rosso
Da non confondersi col
Corsaro Rosso, personaggio creato da Emilio Salgàri. Il Conte Rosso era una nave passeggeri. Portava il soprannome di un feudatario savoiardo del XIII secolo, precisamente Amedeo VII, che acquisì con Nizza uno sbocco al mare per i suoi possedimenti.
Lo chiamavano così perché amava indossare nei tornei una tenuta completamente rossa. Suo padre invece era soprannominato il
Conte Verde, per lo stesso motivo, a parte il colore. Immaginate quanto i patriotti monarchici ci ricamarono su, durante il Risorgimento. Ci vedevano un segno del destino, tanto più che un altro Savoia era chiamato Biancamano. Bianco rosso e verde, i colori della bandiera italiana, profetico, guarda la combinazione. Non è da escludere che lo stesso Salgàri (in trevisano salghèri, salici) si sia ispirato alla cosa, coi suoi corsari.

Manlio Michelino e Riccardo Baradel
Durante l’ultima guerra, la nave fu requisita. Fu silurata dagli Inglesi e colò a picco. Tra i membri dell’equipaggio erano almeno due sandonatesi, Riccardo Baradel e Manlio Michelino. Quest’ultimo era radiotelegrafista. Nella stessa occasione fu affondata anche la
Vittoria, nave gemella del Conte Rosso, nella quale era imbarcato il padre di Mario Pettoello. Qualche giorno dopo arrivarono i Carabinieri a casa Michelino e comunicarono che Manlio era stato dato per disperso.   
La famiglia si attaccò alla flebile speranza che quel participio passato concedeva. Chissà, forse non era morto. Ma Riccardo Baradel confidò ad un cugino di Manlio:
Quando la nave affondò, io nuotai fino ad un relitto, per mantenermi a galla. A qualche metro da me, Manlio arrancava nell’acqua. Non sapeva nuotare, e non ce l’ha fatta.

Sandonatesi immigrati
Noi sandonatesi immigrati arriviamo con altri ricordi di battaglie e di naufragi, e le portiamo in dote al patrimonio di memorie di S.Donà.  
 
Anteo Hoffman, vent’anni nel 1942, di Pola, non avrebbe mai immaginato che la sua memoria sarebbe stata conservata qui, dove si sarebbe rifugiata la sua famiglia dopo la fuga dalla Iugoslavia di Tito. Era imbarcato in un sommergibile, che non fece più ritorno alla base. Ne ho scritto nel vecchio
Sandonàdomani cartaceo.  
Il ricordo di Ettore Scorsato, invece, lo porto io da Treviso. L’incrociatore su cui era imbarcato fu colpito in pieno, probabilmente a Capo Matapan. Un momento prima era al suo pezzo, un momento dopo era nudo in mare. La potenza dell’esplosione gli aveva strappato i vestiti di dosso. Fu raccolto dai nostri più di quarantotto ore dopo. Si ammalò di tubercolosi. Ottenne una pensione e trascorse in un’allucinata inazione gli anni successivi, pensando a cosa non si sa. Non ricordo se sia morto di tisi, ma forse no. Per fortuna la guerra fu vinta dagli Americani, che ci portarono gli antibiotici.

Era così difficile maritare una figlia!
La sua famiglia viveva in una tipica casa borghese, enorme, con un vigneto-giardino davanti ed un grande orto dietro. Confinava con la caserma d’artiglieria.
E per fortuna quella casa era grande, dato l’esorbitante numero di figli, in maggioranza femmine. Nelle sere d’estate, le stanze buie si animavano di fruscii, fremiti e sospiri, percepibili da porte e finestre aperte. Le ragazze si abbarbicavano ai fidanzati, baciandoli nei modi mutuati dal cinema hollywoodiano. I vecchi genitori, bravissime persone, chiudevano un occhio. Era così difficile, in quei momenti, maritare una figlia!

Un Fondo Sandonà della memoria  
Lancio una proposta, ma non ai nostri Amministratori, perché non credo molto nell’iniziativa pubblica in campo culturale. O la Cultura cammina con le proprie gambe e si nutre delle proprie risorse, o non è. La vera Cultura è libertà, è indipendenza, non patrocinio e contributi economici del Comune (ma forse è solo una mia illusione, se penso che insigni artisti e pensatori furono mantenuti nel passato da efferati tiranni, chiamati
mecenati. Anche Stendhal aveva notato che l’arte prospera sotto gli autocrati).  
Perché dunque non raccogliere in un
Fondo Sandonà gli scritti che conservano le memorie della nostra città e della nostra gente? San Donà non è solo una città di pittori, in definitiva. Sono molti quelli che scrivono. Bisognerebbe riunirli e raccogliere i loro lavori, pubblicati e no.  
Ultimamente ha fatto sommessamente ingresso nella nostra Repubblica Letteraria un nuovo confratello, molto dotato, con un libro di memorie ancora inedito. Si tratta di Eugenio Armellin, uomo onesto e garbato. Ricordando la propria infanzia, abbozza anche un prezioso ritratto di San Donà durante l’ultima guerra.

Spiritualità
A proposito di Cultura. Ho detto, nella puntata precedente, che gli Ordini Religiosi qui sembrano non attecchire. E l’Oratorio, direte voi? Ed i Salesiani? San Donà si identifica col suo Oratorio salesiano.
Ma l’Oratorio dà un’educazione di base, popolare, mentre io intendevo parlare di
spiritualità. Sto pensando al contributo che dànno, in questo senso, i Francescani a Mestre ed a Treviso. Ha attecchito qui da noi, finora, solo un ordine operativo, e scusatemi se non so spiegarmi meglio.

Argia Michelino
Il signor Carlo Barosco mi dice che il processo di beatificazione di Lucia Schiavinato sta un po’ segnando il passo, perché tardano ad arrivare i miracoli richiesti dalla procedura canonica. Manca anche, boccaccia mia, una copertina di
Life, come invece ebbe Madre Teresa.
Una copertina tutta per sé non avrà mai neanche Argia Michelino, classe 1916, morta nel 1999. A meno che non gliela diamo noi di
Sandonadomani. Era una donna dallo sguardo dolcissimo, modesta, silenziosa e schiva. Meriterebbe che Lucia la portasse con sé, tenendola per mano, nel processo di canonizzazione. Santa l’una e quasi santa l’altra. Svolgeva con dedizione i lavori più umili al Piccolo Rifugio. Per la Befana era lei, come vedremo, che perdeva giornate intere a preparare le calze per gli ospiti della pia istituzione.
Argia Michelino fu una delle più attive e devote collaboratrici di Lucia Schiavinato, fin da quella lontana vigilia di Natale del 1937 (o 1935), quando partì il Piccolo Rifugio. Che fu, occorre ricordarlo e sottolinearlo, un affare
di donne ed un affare laico, benché ispirato dalla fede religiosa.
Pensando all’osservazione su gli Ordini Religiosi, ne risulta che un’altro caratteristica sandonatese, è la preferenza per l’azione, per l’intervento fattivo ed il coinvolgimento personale.

A Lucia a rancura de tuto  
Un commento maschilista di monsignor Saretta all’iniziativa di Lucia Schiavinato era stato, in dialetto: “
A Lucia a rancura de tuto”. I Trevisani come monsignor Saretta bisogna capirli, amano dire le cose in maniera contorta, come ho già spiegato, per non fare la figura dei sentimentali. Non era cattiveria, dunque, ma sotto sotto schietta ammirazione concessa di contraggenio. Ci metterei la mano sul fuoco. A Treviso si pretendeva, dalla moglie ideale: Che a piasa, che a tasa, che a staga a casa.
Domanda angosciante. In che dialetto parlava il nostro monsignore, nei momenti di intimo abbandono? Sandonatese o montebellunese? Su di lui in autunno s’è tenuto un convegno serio, per ricordare i quarant’anni dalla morte. Fra i relatori, Bruno Perissinotto e Mario Pettoello.
Qua ristabiliamo alcune verità minime, circa l’
entourage giovanile di Monsignor Saretta. Anzitutto, il capo riconosciuto dei suoi chierichetti, negli Anni Quaranta, era Giuseppe Viotto. Ezio Baldasso e Renato Pezzutto erano solo i vice. Giuseppe Viotto morì a sessant’anni, in un incidente sul lavoro. Dirigeva un’impresa di costruzioni stradali. A Marghera, una benna in retromarcia lo travolse, qualche anno fa.

Turiboli stellari  
Ezio Baldasso, chierichetto vice di Giuseppe Viotto, oggi è un signore alto e serio, quasi severo. Qualche volta rievoca i giochi praticati in sagrestia, dietro le quinte della funzione, nell’attesa di entrare in scena con i turiboli dell’incenso. Per sfidarsi in abilità, e per tener vive le braci, i ragazzetti in cotta facevano ruotare velocemente quei loro sacri strumenti di lavoro.
Le braci si infiammavano e non di rado finivano per volare in aria, ad innescare qua e là effimeri principi di incendio. Molte si schiacciavano, ancora ardenti come le fiammelle dello Spirito Santo in capo agli Apostoli, sulle pareti dello stanzone. Andò sempre bene. Il buon Dio ha un occhio particolare per gli innocenti ed i puri di cuore…
Monsignor Saretta, al rientro dalla messa, fingeva di non notare le macchie di bruciato sui muri.

Renato Pezzutto
Il chierichetto Renato Pezzutto aveva il compito di accompagnare monsignor Saretta al pulpito ed attenderlo ai piedi della scaletta. Si sedeva in attesa, ai suoi piedi, sull’ultimo scalino. L’arciprete aveva una voce forte e potente, racconta il Pezzutto, ed in più batteva il pugno sul passamano.
Quando si confidava con gli intimi, monsignor Saretta dichiarava spesso di temere una sola cosa al mondo, le
persone ignoranti. Se, negli anni del fascismo trionfante non tollerava gagliardetti neri alle funzioni religiose, in quel convulso dopoguerra, spariti i Fascisti, era ai ferri corti coi Comunisti. Fra l’altro amava proclamare dal pulpito: I Comunisti mentono sapendo di mentire! (la maiuscola, naturalmente, è mia).
Fate mentalmente un confronto fra questo rude lottatore anticomunista e l’intelligente, colto, garbato giovane prete e giornalista trevisano che quarant’anni prima frequentava alla pari professori universitari, teologi e filosofi, e comprenderete il suo dramma umano ed esistenziale.
Certo, il buon prete è pronto a fare la volontà di Dio, qualunque essa sia, in qualunque sede e su qualunque gradino della gerarchia. Così ha fatto monsignor Saretta.
Ma, umanamente, possiamo anche capire il suo sconforto ed il suo cambiamento. Una testa ed un cuore da cardinale confinata nell’angolo più remoto della diocesi.

Le baladore
Se la prendeva dal pulpito anche con le
baladore, ed assicurava che, vivo lui, non se ne sarebbe aperta una a S.Donà. Oggi possiamo sorridere di quella sua ossessione. Personalmente però non me la sento. A cinquant’anni di distanza, in un momento in cui da mo’ abbiamo rinunciato ad educare i giovani in nome di una malintesa libertà, le baladore ingoiano troppa nostra gioventù brava e meno brava e la risputano intronata, se non drogata. E molti di quella gioventù non tornano a casa, perché la loro vita viene ghermita dal destino sulla strada del ritorno, nel cozzo dell’auto contro un albero.
Il giovane Renato Pezzutto, finita la predica, aiutava monsignor Saretta a scendere gli scoscesi scalini del pulpito. Oggi è un signore pronto al sorriso, dagli occhi chiari che hanno conservato lo sguardo birichino della sua infanzia e lo stesso lampo di affetto per il suo parroco.

L’ultimo monsignor Saretta   
Dopo cena, monsignor Saretta amava giocare a carte. Suo avversario di sempre era un infermiere in pensione, Giovanni De Pieri, che sapeva perdere con estrema abilità, senza insospettire l’anziano parroco. Questi infatti non sapeva perdere. Se gli capitava di essere battuto, in una partita, con un avversario diverso dall’ottimo Giovanni De Pieri ed ignaro delle tragiche conseguenze del suo gesto, monsignor Saretta passava una brutta nottata. Tormentato dall’asma, gli mancava il respiro e non chiudeva occhio per tutta la notte.
Da pensionato, monsignor Saretta viveva a Treviso, in Borgo Cavour. Ma gli riservavano una camera anche all’Ospedale di S.Donà, dove, fra l’altro, morì.
Tra le mie fonti, è l’amico Antonio Tonetto, che gli faceva spesso da autista quando, vescovo onorario, monsignor Saretta si spostava per qualche viaggio. La macchina era fornita quasi sempre da Giuseppe Zorzetto, dirigente dell’Azienda Vergerio, che faceva il pieno e dava ordine che si andasse a scarrozzare sua eccellenza, od a prelevarlo per portarlo a S.Donà.

El soldo de le careghe
Sempre secondo Renato Pezzutto, fu ancora Giuseppe Zorzetto che, appena insediato il successore di Saretta, monsignor Dal Bo, firmò al nuovo parroco un assegno di 500.000 lire (allora si comprava quasi un appartamento) affinché ponesse fine per sempre la malnata usanza di far pagare in chiesa
el soldo de le careghe. Per sedersi sur una sedia durante le funzioni, occorreva cioè pagare un soldo (dieci lire? cinquanta? cento?). Preistoria parrocchiale.
 
Dal canto suo, il pensionato monsignor Saretta, si divertiva molto ad osservare le reazioni della gente di fronte ad un così alto esponente – vescovo, lo ricordiamo - della gerarchia ecclesiastica. Un giorno scese al Pedrocchi, il celebre caffè di Padova della gente bene.

Adesso mi metto il sottopanza
, esclamò ridendo, rivolto all’autista, e cinse la fusciacca sgargiante del colore del suo grado. Furono trattati con estrema riverenza dal personale. Eccellenza qua, eccellenza là. Con altrettanta riverenza, furono  omaggiati a mezzo di compiti inchini del capo da tutti i gentiluomini e le gentildonne presenti.

El trevisan
Alcuni
flash a conferma del mai smentito temperamento trevisano di monsignor Saretta.
Quando gli raccontarono che un latifondista sandonatese aveva dato alcune patate
crude al povero che gli aveva chiesto l’elemosina, monsignor Saretta aveva esclamato: Bisogna che i pitochi se ghe o fassa far ai siori, parché lori sì i sa farlo ben! 
Un giorno, l’auto era ferma ad un semaforo. Passò una bella ragazza in succinti abiti estivi. Monsignor Saretta colse lo sguardo ammirato che l’autista (quel giorno non era Antonio Tonetto) lanciava alla sconosciuta. Gli sorrise e sospirò:
Ah! La grazia di Dio piace a tutti!  
Noi trevisani non ci smentiamo mai. Del resto non dobbiamo dimenticare che la nostra è la Marca Gioiosa ed Amorosa. E, come oggi si dice crudamente
fare sesso, ieri nel Decameron il Boccaccio usava per lo stesso concetto la gentile metafora di ballo trevisano.  
Riporta Arturo Rizzo che un giorno, a completare il concetto espresso sopra, monsignor Saretta gli disse:
Il vero uomo deve saper lanciare il cappello in aria (deve saper apprezzare la gioia di vivere).  

Bruna, Luisa e Pierina 
Bruna e Luisa sono le sorelle di Ezio Baldasso. Mi hanno invitato perché è ospite da loro la cugina Pierina Michelino Borello, che si è trasferita a Genova dopo le nozze. Dicono che Pierina ha conosciuto bene Lucia Schiavinato e che probabilmente ha qualcosa da raccontare della futura santa.  
È un’afosa sera dell’estate scorsa. Le due signore abitano in una laterale di Piazza Rizzo. La casa conserva il  profumo degli Anni Quaranta o giù di lì, in cui fu costruita. Ripiombo nella mia infanzia. Le finestre del delizioso salottino sono spalancate, ma non entra un refolo d’aria. 

Incoraggiando a parlare la signora Pierina, Bruna e Luisa mi hanno dato anche loro preziose informazioni, come quelle sul
Conte Rosso e su Argia Michelino. Sono loro, anche, a riferirmi la famosa uscita di monsignor Saretta su Lucia Schiavinato, che a rancura de tuto.  

Per fortuna le sorelle Baldasso, oltre ad essere di una simpatia unica, sono anche persone di spirito. Mi offrono un portacenere e mi dicono che posso fumare. Solo la signora Pierina, che deve essere un tantino politicamente corretta, storce un po’ il naso, ma non dice nulla. Non è in casa propria.  
Bruna e Luisa sono ancora vive (il Signore le conservi a lungo) ed in ottima salute, nonostante io abbia fumato parecchio, quella sera. Sopravvive anche la gentile signora Borello.  

Com’era allora il Piccolo Rifugio 
La signora Pierina, appena sposata, si trasferì a Genova, dove abita ancora. È stata grande amica di Lucia, figlia del compianto senatore Celeste Bastianetto. Erano insieme nelle
Scout, verso il 1947. Quand’era piccola, la zia Argia e la zia Beppina la portavano al Piccolo Rifugio, che allora era costituito da due o tre stanze, prese in affitto dai Baratella.  

Possiamo vedere, attraverso i suoi occhi di bambina impressionabile, com’era allora quella prima modestissima sede.
Lucia, che vestiva sempre di scuro, con le trecce raccolte sopra la testa, la accoglieva con esclamazioni di gioia, chinandosi su di lei: Ah, Pierinetta, sei venuta a trovarmi! 
Pierina era molto turbata dalla vista di tutte quelle persone sofferenti. Lucia si moveva infaticabile dall’una all’altra. Col suo fazzoletto rimoveva da nasi e bocche liquidi disgustosi. C’era anche un bambino appena nato con una testa grossa come un pallone da calcio. Un povero, piccolo mostro. La signora Pierina ne conserva un’impressione tremenda. Lucia notò il suo turbamento e la portò  a prendere un bicchiere d’acqua. 
Il padre del bambino andò a trovarlo finché non morì. Alla povera mamma era stato detto che era nato morto.  

I Sandonatesi ed il Piccolo Rifugio  
Ad ogni visita, Lucia prendeva Pierina per mano e la portava nella cappella:
Vien, Pierinetta. – diceva – ‘Ndemo a saludar el Signor. Gesù l’è el nostro paròn, satu? 

Risposta a distanza a monsignor Saretta, se ho ben capito il carattere di Lucia Schiavinato. Come dire che, se capita, le buone cristiane  possono avere con Dio un rapporto diretto, saltando, magari, qualche monsignore geloso della propria autorità. Come dire, ristabiliamo le giuste proporzioni: comanda il Salvatore, più dei preti (cosa non sempre chiara nella testa di qualche cattolico).
    
Le giovani scout si impegnavano molto durante le feste natalizie. Facevano il giro dei negozi a chiedere regali per il Piccolo Rifugio. I Sandonatesi erano sempre generosi – ed immagino lo siano ancora oggi – con l’opera di Lucia Schiavinato. In qualche modo l’hanno fatta propria, adottando tacitamente quei poveri infelici.
Le sorelle Baldasso osservano che mai città è stata legata ad una sua istituzione benefica tanto quanto è S.Donà al
Piccolo Rifugio.
Moltissimi infatti davano una mano, appena potevano. Allora si doveva fare tutto a braccia, compresi gli spostamenti dei malati, dalla sedia al letto e viceversa. Le sedie a rotelle erano un lusso da signori. Lucia Schiavinato aveva creato in montagna una specie di colonia estiva. Anche lassù, i malati erano portati dalla strada alla casa a forza di braccia, lungo una ripa quasi verticale.

Democrazia sociale  
Nel 1911, la stampa diocesana aveva accusato Silvio Trentin di essere un massone. Era un momento in cui un po’ tutti i politici lo erano. Ma la fine di un’epoca si stava avvicinando. Otto anni dopo, la Massoneria apparteneva ormai al tempo delle stelle irrimediabilmente tramontate, almeno dal punto di vista della presa sociale, anche se i Liberi Muratori si illudevano d’aver ancora un ruolo politico da giocare.  
Era invece iniziato, con il suffragio universale – solo maschile per altro - il tempo dei partiti di massa, in quel momento il socialista ed il cattolico. Una massa che mancherà sempre ai “Fratelli maledetti”. 

La Massoneria prese allora una delle peggiori cantonate della sua storia. Sostenne il fascismo con lauti finanziamenti e si alleò con lo stesso futuro duce. Nel 1919, quando Trentin scrisse a Benito Mussolini una lettera piena di ammirazione, la cosa poteva ancora essere comprensibile. I
Fasci erano considerati una forza nazionale progressista. Tant’è che alle elezioni di novembre di quell’anno, Silvio Trentin fu eletto deputato presentandosi in una lista formata da Fascisti, da ex Combattenti e da una formazione nata nell’ambiente massonico veneziano, la Democrazia Sociale, che ebbe vita effimera.  

I Quadrumviri  
Dei
Quadrumviri del fascismo, che guidarono la Marcia su Roma, tre su quattro erano massoni. Non solo, ma erano massoni moltissimi alti dirigenti del partito, molti finanziatori, ebrei e non,  alte gerarchie militari fiancheggiatrici.  

Allora la Massoneria s’era già divisa in due tronconi, il Grande Oriente e la Gran Loggia. A dire il vero, il Grande Oriente fu meno entusiasta e meno compromesso. La Gran Loggia invece sperò fino all’ultimo di poter controllare il fenomeno fascista dall’interno, e mal gliene incolse. 
Anche Silvio Trentin si rese conto assai presto di quali energie negative erano state scatenate e non esitò a schierarsi contro, soprattutto dopo il rapimento e l’assassinio di Matteotti.  

Silvio Trentin e lo squadrista       
Nel 1925, un bel giorno – si fa per dire – Silvio Trentin entra nell’atrio di Ca’ Foscari, dove insegna. Mi piace pensare che stia fumando, col suo prezioso bocchino. Ma uno squadrista gli sbarra il passo (torneremo sull’argomento, perché abbiamo scoperto chi era l’energumeno fascista, e perché la storia ha un seguito romanzesco, ma vero).  

Lei oggi qui non fa lezione, avvocato. E neanche insegnerà più, né domani né mai
, gli dice l’uomo. Dopo di che, Trentin, come racconta Vittorio Ronchi, emigra frettolosamente in Francia.
Anche per questo avvenimento, la fuga precipitosa in Francia, abbiamo una spiegazione che non è stata mai avanzata dalla storiografia ufficiale, come vedremo. 
Avete notato qual è il gesto più caro ai fobici antifumo, quelli che nei loro siti
web espongono vignette in cui (mi vergogno a dirlo) fumatori sono ritratti con la faccia a deretano o le sigarette sono raffigurate come falli mosci? Il gesto che è loro tanto caro, è un gesto hollywoodiano che abbiamo visto spesso al cinema od in tivì.  
Dunque, l’eroe virtuoso del film, un energumeno con un quoziente d’intelligenza da prefisso telefonico, che è, poniamo, in procinto di sterminare i cattivi a colpi di mitragliatore e bombe ananas, si gira verso l’eroe in seconda. Questi, un po’ perplesso al pensiero dell’imminente massacro, s’è acceso una stizza. All’aperto. L’eroe fobico e politicamente corretto gliela strappa di bocca e la calpesta a terra, dicendo:
Butta via questa merda!  
Mi piace pensare che l’energumeno fascista strappi di mano il bocchino a Silvio Trentin e lo getti lontano.  

Un gesto nazifascista  
Se ci pensate bene, strappare di bocca la sigaretta ad uno, è un atto di violenza, un gesto di squisita natura nazifascista, come quello dell’energumeno che pose fine alla carriera universitaria di Silvio Trentin. Stessi gesti, stessa testa, temo.  

Tutti abbiamo smesso di fumare, almeno una volta 

Fra gli antifumo in servizio permanente effettivo c’è anche chi si diverte a tagliuzzare sigarette. Siamo ancora in democrazia ed ognuno impiega il proprio tempo libero come meglio gli aggrada. Ma mi chiedo: come si fa a seguire ciecamente persone che ricorrono a gratuite volgarità come quella della sigaretta-fallo, della merda o che non sanno controllare pulsioni sadiche, ed a dare loro fiducia?  
Gente come gli antifumo fobici, nel passato ha spento la luce sulla civiltà, spesso per secoli se non per millenni, con le scuse più virtuose.

6 - continua