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Il
Conte Rosso
Da non confondersi col Corsaro
Rosso,
personaggio creato da Emilio Salgàri. Il Conte
Rosso era una
nave passeggeri. Portava il soprannome di un feudatario savoiardo del XIII
secolo, precisamente Amedeo VII, che acquisì con Nizza uno sbocco al mare
per i suoi possedimenti.
Lo chiamavano così perché amava indossare nei tornei una tenuta
completamente rossa. Suo padre invece era soprannominato il Conte
Verde, per lo
stesso motivo, a parte il colore. Immaginate quanto i patriotti monarchici
ci ricamarono su, durante il Risorgimento. Ci vedevano un segno del
destino, tanto più che un altro Savoia era chiamato Biancamano.
Bianco rosso e verde, i colori della bandiera italiana, profetico, guarda
la combinazione. Non è da escludere che lo stesso Salgàri (in trevisano salghèri,
salici) si sia ispirato alla cosa, coi suoi corsari.
Manlio
Michelino e Riccardo Baradel
Durante l’ultima guerra, la nave fu requisita. Fu silurata dagli
Inglesi e colò a picco. Tra i membri dell’equipaggio erano almeno due
sandonatesi, Riccardo Baradel e Manlio Michelino. Quest’ultimo era
radiotelegrafista. Nella stessa occasione fu affondata anche la Vittoria,
nave gemella del Conte Rosso, nella quale era imbarcato il padre di Mario
Pettoello. Qualche giorno dopo arrivarono i Carabinieri a casa Michelino e
comunicarono che Manlio era stato dato per disperso.
La famiglia si attaccò alla flebile speranza che quel participio
passato concedeva. Chissà, forse non era morto. Ma Riccardo Baradel
confidò ad un cugino di Manlio:
Quando
la nave affondò, io nuotai fino ad un relitto, per mantenermi a galla. A
qualche metro da me, Manlio arrancava nell’acqua. Non sapeva nuotare, e
non ce l’ha fatta.
Sandonatesi
immigrati
Noi sandonatesi
immigrati arriviamo con altri ricordi di battaglie e di naufragi, e le
portiamo in dote al patrimonio di memorie di S.Donà.
Anteo Hoffman, vent’anni nel 1942, di Pola, non avrebbe mai
immaginato che la sua memoria sarebbe stata conservata qui, dove si
sarebbe rifugiata la sua famiglia dopo la fuga dalla Iugoslavia di Tito.
Era imbarcato in un sommergibile, che non fece più ritorno alla base. Ne
ho scritto nel vecchio Sandonàdomani
cartaceo.
Il ricordo di Ettore Scorsato, invece, lo porto io da Treviso.
L’incrociatore su cui era imbarcato fu colpito in pieno, probabilmente a
Capo Matapan. Un momento prima era al suo pezzo, un momento dopo era nudo
in mare. La potenza dell’esplosione gli aveva strappato i vestiti di
dosso. Fu raccolto dai nostri più di quarantotto ore dopo. Si ammalò di
tubercolosi. Ottenne una pensione e trascorse in un’allucinata inazione
gli anni successivi, pensando a cosa non si sa. Non ricordo se sia morto
di tisi, ma forse no. Per fortuna la guerra fu vinta dagli Americani, che
ci portarono gli antibiotici.
Era
così difficile maritare una figlia!
La sua famiglia viveva in una tipica casa borghese, enorme, con un
vigneto-giardino davanti ed un grande orto dietro. Confinava con la
caserma d’artiglieria. E
per fortuna quella casa era grande, dato l’esorbitante numero di figli,
in maggioranza femmine. Nelle sere d’estate, le stanze buie si animavano
di fruscii, fremiti e sospiri, percepibili da porte e finestre aperte. Le
ragazze si abbarbicavano ai fidanzati, baciandoli nei modi mutuati dal
cinema hollywoodiano. I vecchi genitori, bravissime persone, chiudevano un
occhio. Era così difficile, in quei momenti, maritare una figlia!
Un
Fondo Sandonà della
memoria
Lancio una proposta, ma non ai nostri Amministratori, perché non
credo molto nell’iniziativa pubblica in campo culturale. O la Cultura
cammina con le proprie gambe e si nutre delle proprie risorse, o non è.
La vera Cultura è libertà, è indipendenza, non patrocinio e contributi
economici del Comune (ma forse è solo una mia illusione, se penso che
insigni artisti e pensatori furono mantenuti nel passato da efferati
tiranni, chiamati mecenati.
Anche Stendhal aveva notato che l’arte prospera sotto gli autocrati).
Perché dunque non raccogliere in un Fondo
Sandonà gli
scritti che conservano le memorie della nostra città e della nostra
gente? San Donà non è solo una città di pittori, in definitiva. Sono
molti quelli che scrivono. Bisognerebbe riunirli e raccogliere i loro
lavori, pubblicati e no.
Ultimamente ha fatto sommessamente ingresso nella nostra Repubblica
Letteraria un nuovo confratello, molto dotato, con un libro di memorie
ancora inedito. Si tratta di Eugenio Armellin, uomo onesto e garbato.
Ricordando la propria infanzia, abbozza anche un prezioso ritratto di San
Donà durante l’ultima guerra.
Spiritualità
A proposito di Cultura. Ho detto, nella puntata precedente, che gli Ordini
Religiosi qui sembrano non attecchire. E l’Oratorio, direte voi? Ed i
Salesiani? San Donà si identifica col suo Oratorio salesiano.
Ma l’Oratorio dà un’educazione di base, popolare, mentre io intendevo
parlare di spiritualità.
Sto pensando al contributo che dànno, in questo senso, i Francescani a
Mestre ed a Treviso. Ha attecchito qui da noi, finora, solo un ordine operativo,
e scusatemi se non so spiegarmi meglio.
Argia
Michelino
Il signor Carlo Barosco mi dice che il processo di beatificazione di Lucia
Schiavinato sta un po’ segnando il passo, perché tardano ad arrivare i
miracoli richiesti dalla procedura canonica. Manca anche, boccaccia mia,
una copertina di Life,
come invece ebbe Madre Teresa.
Una copertina tutta per sé non avrà mai neanche Argia Michelino, classe
1916, morta nel 1999. A meno che non gliela diamo noi di Sandonadomani.
Era una donna dallo sguardo dolcissimo, modesta, silenziosa e schiva.
Meriterebbe che Lucia la portasse con sé, tenendola per mano, nel
processo di canonizzazione. Santa l’una e quasi
santa l’altra. Svolgeva con dedizione i lavori più umili al Piccolo
Rifugio. Per la Befana era lei, come vedremo, che perdeva giornate intere
a preparare le calze per gli ospiti della pia istituzione.
Argia Michelino fu una delle più attive e devote collaboratrici di Lucia
Schiavinato, fin da quella lontana vigilia di Natale del 1937 (o 1935),
quando partì il Piccolo Rifugio. Che fu, occorre ricordarlo e
sottolinearlo, un affare di donne
ed un affare laico,
benché ispirato dalla fede religiosa.
Pensando all’osservazione su gli Ordini Religiosi, ne risulta che
un’altro caratteristica sandonatese, è la preferenza per l’azione,
per l’intervento fattivo ed il coinvolgimento personale.
A
Lucia a rancura de tuto
Un commento maschilista di monsignor Saretta all’iniziativa di
Lucia Schiavinato era stato, in dialetto: “A
Lucia a rancura de tuto”.
I Trevisani come monsignor Saretta bisogna capirli, amano dire le cose in
maniera contorta, come ho già spiegato, per non fare la figura dei
sentimentali. Non era cattiveria, dunque, ma sotto sotto schietta
ammirazione concessa di contraggenio. Ci metterei la mano sul fuoco. A
Treviso si pretendeva, dalla moglie ideale: Che
a piasa, che a tasa, che a staga a casa.
Domanda angosciante. In che dialetto parlava il nostro monsignore, nei
momenti di intimo abbandono? Sandonatese o montebellunese? Su di lui in
autunno s’è tenuto un convegno serio, per ricordare i quarant’anni
dalla morte. Fra i relatori, Bruno Perissinotto e Mario Pettoello.
Qua ristabiliamo alcune verità minime, circa l’entourage
giovanile di Monsignor Saretta. Anzitutto, il capo riconosciuto dei suoi
chierichetti, negli Anni Quaranta, era Giuseppe Viotto. Ezio Baldasso e
Renato Pezzutto erano solo i vice. Giuseppe Viotto morì a sessant’anni,
in un incidente sul lavoro. Dirigeva un’impresa di costruzioni stradali.
A Marghera, una benna in retromarcia lo travolse, qualche anno fa.
Turiboli
stellari
Ezio Baldasso, chierichetto vice di Giuseppe Viotto, oggi è un
signore alto e serio, quasi severo. Qualche volta rievoca i giochi
praticati in sagrestia, dietro le quinte della funzione, nell’attesa di
entrare in scena con i turiboli dell’incenso. Per sfidarsi in abilità,
e per tener vive le braci, i ragazzetti in cotta facevano ruotare
velocemente quei loro sacri strumenti di lavoro.
Le braci si infiammavano e non di rado finivano per volare in aria, ad
innescare qua e là effimeri principi di incendio. Molte si schiacciavano,
ancora ardenti come le fiammelle dello Spirito Santo in capo agli
Apostoli, sulle pareti dello stanzone. Andò sempre bene. Il buon Dio ha
un occhio particolare per gli innocenti ed i puri di cuore…
Monsignor Saretta, al rientro dalla messa, fingeva di non notare le
macchie di bruciato sui muri.
Renato
Pezzutto
Il chierichetto Renato Pezzutto aveva il compito di accompagnare monsignor
Saretta al pulpito ed attenderlo ai piedi della scaletta. Si sedeva in
attesa, ai suoi piedi, sull’ultimo scalino. L’arciprete aveva una voce
forte e potente, racconta il Pezzutto, ed in più batteva il pugno sul
passamano.
Quando si confidava con gli intimi, monsignor Saretta dichiarava spesso di
temere una sola cosa al mondo, le persone
ignoranti. Se,
negli anni del fascismo trionfante non tollerava gagliardetti neri alle
funzioni religiose, in quel convulso dopoguerra, spariti i Fascisti, era
ai ferri corti coi Comunisti. Fra l’altro amava proclamare dal pulpito: I
Comunisti mentono sapendo di mentire!
(la maiuscola, naturalmente, è mia).
Fate mentalmente un confronto fra questo rude lottatore
anticomunista e l’intelligente, colto, garbato giovane prete e
giornalista trevisano che quarant’anni prima frequentava alla pari
professori universitari, teologi e filosofi, e comprenderete il suo dramma
umano ed esistenziale.
Certo, il buon prete è pronto a fare la volontà di Dio, qualunque
essa sia, in qualunque sede e su qualunque gradino della gerarchia. Così
ha fatto monsignor Saretta.
Ma, umanamente, possiamo anche capire il suo sconforto ed il suo
cambiamento. Una testa ed un cuore da cardinale confinata nell’angolo più
remoto della diocesi.
Le
baladore
Se la prendeva dal pulpito anche con le baladore,
ed assicurava che, vivo lui, non se ne sarebbe aperta una a S.Donà. Oggi
possiamo sorridere di quella sua ossessione. Personalmente però non me la
sento. A cinquant’anni di distanza, in un momento in cui da mo’
abbiamo rinunciato ad educare
i giovani in nome di una malintesa libertà, le baladore
ingoiano troppa
nostra gioventù brava e meno brava e la risputano intronata, se non
drogata. E molti di quella gioventù non tornano a casa, perché la loro
vita viene ghermita dal destino sulla strada del ritorno, nel cozzo
dell’auto contro un albero.
Il giovane Renato Pezzutto, finita la predica, aiutava monsignor Saretta a
scendere gli scoscesi scalini del pulpito. Oggi è un signore pronto al
sorriso, dagli occhi chiari che hanno conservato lo sguardo birichino
della sua infanzia e lo stesso lampo di affetto per il suo parroco.
L’ultimo
monsignor Saretta
Dopo cena, monsignor Saretta amava giocare a carte. Suo avversario
di sempre era un infermiere in pensione, Giovanni De Pieri, che sapeva
perdere con estrema abilità, senza insospettire l’anziano parroco.
Questi infatti non sapeva perdere. Se gli capitava di essere battuto, in
una partita, con un avversario diverso dall’ottimo Giovanni De Pieri ed
ignaro delle tragiche conseguenze del suo gesto, monsignor Saretta passava
una brutta nottata. Tormentato dall’asma, gli mancava il respiro e non
chiudeva occhio per tutta la notte.
Da pensionato, monsignor Saretta viveva a Treviso, in Borgo Cavour. Ma gli
riservavano una camera anche all’Ospedale di S.Donà, dove, fra
l’altro, morì.
Tra le mie fonti, è l’amico Antonio Tonetto, che gli faceva spesso da
autista quando, vescovo onorario, monsignor Saretta si spostava per
qualche viaggio. La macchina era fornita quasi sempre da Giuseppe Zorzetto,
dirigente dell’Azienda Vergerio, che faceva il pieno e dava ordine che
si andasse a scarrozzare sua eccellenza, od a prelevarlo per portarlo a
S.Donà.
El
soldo de le careghe
Sempre secondo Renato Pezzutto, fu ancora Giuseppe Zorzetto che, appena
insediato il successore di Saretta, monsignor Dal Bo, firmò al nuovo
parroco un assegno di 500.000 lire (allora si comprava quasi un
appartamento) affinché ponesse fine per sempre la malnata usanza di far
pagare in chiesa el soldo de le
careghe. Per
sedersi sur una sedia durante le funzioni, occorreva cioè pagare un soldo
(dieci lire? cinquanta? cento?). Preistoria parrocchiale.
Dal canto suo, il pensionato monsignor Saretta, si divertiva
molto ad osservare le reazioni della gente di fronte ad un così alto
esponente – vescovo, lo ricordiamo - della gerarchia ecclesiastica. Un
giorno scese al Pedrocchi, il celebre caffè di Padova della gente bene.
Adesso mi metto il sottopanza,
esclamò ridendo, rivolto all’autista, e cinse la fusciacca sgargiante
del colore del suo grado. Furono trattati con estrema riverenza dal
personale. Eccellenza qua,
eccellenza là.
Con altrettanta riverenza, furono omaggiati
a mezzo di compiti inchini del capo da tutti i gentiluomini e le
gentildonne presenti.
El
trevisan
Alcuni flash
a conferma del mai smentito temperamento trevisano di monsignor Saretta.
Quando gli raccontarono che un latifondista sandonatese aveva dato
alcune patate crude
al povero che gli aveva chiesto l’elemosina, monsignor Saretta aveva
esclamato: Bisogna che i pitochi se
ghe o fassa far ai siori, parché lori sì i sa farlo ben!
Un giorno, l’auto era ferma ad un semaforo. Passò una bella
ragazza in succinti abiti estivi. Monsignor Saretta colse lo sguardo
ammirato che l’autista (quel giorno non era Antonio Tonetto) lanciava
alla sconosciuta. Gli sorrise e sospirò: Ah!
La grazia
di Dio piace a tutti!
Noi trevisani non ci smentiamo mai. Del resto non dobbiamo
dimenticare che la nostra è la Marca Gioiosa ed Amorosa. E, come oggi si
dice crudamente fare sesso,
ieri nel Decameron
il Boccaccio usava per lo stesso concetto la gentile metafora di ballo
trevisano.
Riporta Arturo Rizzo che un giorno, a completare il concetto
espresso sopra, monsignor Saretta gli disse: Il
vero uomo deve saper lanciare il cappello
in aria (deve
saper apprezzare la gioia di vivere).
Bruna,
Luisa e Pierina
Bruna e Luisa sono le sorelle di Ezio Baldasso. Mi hanno invitato
perché è ospite da loro la cugina Pierina Michelino Borello, che si è
trasferita a Genova dopo le nozze. Dicono che Pierina ha conosciuto bene
Lucia Schiavinato e che probabilmente ha qualcosa da raccontare della
futura santa.
È un’afosa sera dell’estate scorsa. Le due signore abitano in
una laterale di Piazza Rizzo. La casa conserva il
profumo degli Anni Quaranta o giù di lì, in cui fu costruita.
Ripiombo nella mia infanzia. Le finestre del delizioso salottino sono
spalancate, ma non entra un refolo d’aria.
Incoraggiando a parlare la signora Pierina, Bruna e Luisa mi hanno
dato anche loro preziose informazioni, come quelle sul Conte
Rosso e su Argia
Michelino. Sono
loro, anche, a riferirmi la famosa uscita di monsignor Saretta su Lucia
Schiavinato, che a rancura de tuto.
Per fortuna le sorelle Baldasso, oltre ad essere di una simpatia
unica, sono anche persone di spirito. Mi offrono un portacenere e mi
dicono che posso fumare. Solo la signora Pierina, che deve essere un
tantino politicamente corretta, storce un po’ il naso, ma non dice
nulla. Non è in casa propria.
Bruna e Luisa sono ancora vive (il Signore le conservi a lungo) ed
in ottima salute, nonostante io abbia fumato parecchio, quella sera.
Sopravvive anche la gentile signora Borello.
Com’era
allora il Piccolo
Rifugio
La signora Pierina, appena sposata, si trasferì a Genova, dove
abita ancora. È stata grande amica di Lucia, figlia del compianto
senatore Celeste Bastianetto. Erano insieme nelle Scout,
verso il 1947. Quand’era piccola, la zia Argia e la zia Beppina la
portavano al Piccolo
Rifugio,
che allora era costituito da due o tre stanze, prese in affitto dai
Baratella.
Possiamo vedere, attraverso i suoi occhi di bambina
impressionabile, com’era allora quella prima modestissima sede. Lucia, che vestiva sempre di scuro, con le trecce raccolte sopra la
testa, la accoglieva con esclamazioni di gioia, chinandosi su di lei: Ah,
Pierinetta, sei venuta a trovarmi!
Pierina era molto turbata dalla vista di tutte quelle persone
sofferenti. Lucia si moveva infaticabile dall’una all’altra. Col suo
fazzoletto rimoveva da nasi e bocche liquidi disgustosi. C’era anche un
bambino appena nato con una testa grossa come un pallone da calcio. Un
povero, piccolo mostro. La signora Pierina ne conserva un’impressione
tremenda. Lucia notò il suo turbamento e la portò
a prendere un bicchiere d’acqua.
Il padre del bambino andò a trovarlo finché non morì. Alla
povera mamma era stato detto che era nato morto.
I
Sandonatesi ed il Piccolo
Rifugio
Ad ogni visita, Lucia prendeva Pierina per mano e la portava nella
cappella: Vien, Pierinetta. – diceva
– ‘Ndemo a saludar el Signor.
Gesù l’è el nostro paròn, satu?
Risposta a distanza a monsignor Saretta, se ho ben capito il
carattere di Lucia Schiavinato. Come dire che, se capita, le buone
cristiane possono avere con
Dio un rapporto diretto, saltando, magari, qualche monsignore geloso della
propria autorità. Come dire, ristabiliamo le giuste proporzioni: comanda
il Salvatore, più dei preti (cosa non sempre chiara nella testa di
qualche cattolico).
Le giovani scout
si impegnavano
molto durante le feste natalizie. Facevano il giro dei negozi a chiedere
regali per il Piccolo Rifugio.
I Sandonatesi erano sempre generosi – ed immagino lo siano ancora oggi
– con l’opera di Lucia Schiavinato. In qualche modo l’hanno fatta
propria, adottando tacitamente quei poveri infelici.
Le sorelle Baldasso osservano che mai città è stata legata ad una
sua istituzione benefica tanto quanto è S.Donà al Piccolo
Rifugio. Moltissimi infatti davano una mano, appena potevano. Allora si
doveva fare tutto a braccia, compresi gli spostamenti dei malati, dalla
sedia al letto e viceversa. Le sedie a rotelle erano un lusso da signori.
Lucia Schiavinato aveva creato in montagna una specie di colonia estiva.
Anche lassù, i malati erano portati dalla strada alla casa a forza di
braccia, lungo una ripa quasi verticale.
Democrazia
sociale
Nel 1911, la stampa diocesana aveva accusato Silvio Trentin di
essere un massone. Era un momento in cui un po’ tutti i politici lo
erano. Ma la fine di un’epoca si stava avvicinando. Otto anni dopo, la
Massoneria apparteneva ormai al tempo delle stelle irrimediabilmente
tramontate, almeno dal punto di vista della presa sociale, anche se i
Liberi Muratori si illudevano d’aver ancora un ruolo politico da
giocare.
Era invece iniziato, con il suffragio universale – solo maschile
per altro - il tempo dei partiti di massa, in quel momento il socialista
ed il cattolico. Una massa che mancherà sempre ai “Fratelli
maledetti”.
La Massoneria prese allora una delle peggiori cantonate della sua
storia. Sostenne il fascismo con lauti finanziamenti e si alleò con lo
stesso futuro duce. Nel 1919, quando Trentin scrisse a Benito Mussolini
una lettera piena di ammirazione, la cosa poteva ancora essere
comprensibile. I Fasci
erano considerati una forza nazionale progressista. Tant’è che alle
elezioni di novembre di quell’anno, Silvio Trentin fu eletto deputato
presentandosi in una lista formata da Fascisti, da ex Combattenti e da una
formazione nata nell’ambiente massonico veneziano, la Democrazia
Sociale, che
ebbe vita effimera.
I
Quadrumviri
Dei Quadrumviri
del fascismo, che guidarono la Marcia su Roma, tre su quattro erano
massoni. Non solo, ma erano massoni moltissimi alti dirigenti del partito,
molti finanziatori, ebrei e non, alte
gerarchie militari fiancheggiatrici.
Allora la Massoneria s’era già divisa in due tronconi, il Grande
Oriente e la Gran Loggia. A dire il vero, il Grande Oriente fu meno
entusiasta e meno compromesso. La Gran Loggia invece sperò fino
all’ultimo di poter controllare il fenomeno fascista dall’interno, e
mal gliene incolse.
Anche Silvio Trentin si rese conto assai presto di quali energie
negative erano state scatenate e non esitò a schierarsi contro,
soprattutto dopo il rapimento e l’assassinio di Matteotti.
Silvio
Trentin e lo squadrista
Nel 1925, un bel giorno – si fa per dire – Silvio Trentin entra
nell’atrio di Ca’ Foscari, dove insegna. Mi piace pensare che stia
fumando, col suo prezioso bocchino. Ma uno squadrista gli sbarra il passo
(torneremo sull’argomento, perché abbiamo scoperto chi era
l’energumeno fascista, e perché la storia ha un seguito romanzesco, ma
vero).
Lei oggi qui non fa lezione,
avvocato. E neanche insegnerà più, né domani né mai,
gli dice l’uomo. Dopo di che, Trentin, come racconta Vittorio Ronchi,
emigra frettolosamente in Francia. Anche per questo avvenimento, la fuga precipitosa in Francia,
abbiamo una spiegazione che non è stata mai avanzata dalla storiografia
ufficiale, come vedremo.
Avete notato qual è il gesto più caro ai fobici antifumo, quelli
che nei loro siti web
espongono vignette in cui (mi vergogno a dirlo) fumatori sono ritratti con
la faccia a deretano o le sigarette sono raffigurate come falli mosci? Il
gesto che è loro tanto caro, è un gesto hollywoodiano
che abbiamo
visto spesso al cinema od in tivì.
Dunque, l’eroe virtuoso del film, un energumeno con un quoziente
d’intelligenza da prefisso telefonico, che è, poniamo, in procinto di
sterminare i cattivi a colpi di mitragliatore e bombe ananas, si gira
verso l’eroe in seconda. Questi, un po’ perplesso al pensiero
dell’imminente massacro, s’è acceso una stizza. All’aperto.
L’eroe fobico e politicamente corretto gliela strappa di bocca e la
calpesta a terra, dicendo: Butta
via questa merda!
Mi piace
pensare che l’energumeno fascista strappi di mano il bocchino a Silvio
Trentin e lo getti lontano.
Un
gesto nazifascista
Se ci pensate bene, strappare di bocca la sigaretta ad uno, è un
atto di violenza, un gesto di squisita natura nazifascista, come quello
dell’energumeno che pose fine alla carriera universitaria di Silvio
Trentin. Stessi gesti, stessa testa, temo.

Tutti
abbiamo smesso di fumare, almeno una volta
Fra gli antifumo in servizio permanente effettivo c’è anche chi
si diverte a tagliuzzare sigarette. Siamo ancora in democrazia ed ognuno
impiega il proprio tempo libero come meglio gli aggrada. Ma mi chiedo: come si fa a seguire ciecamente persone che ricorrono
a gratuite volgarità come quella della sigaretta-fallo, della merda o che
non sanno controllare pulsioni sadiche, ed a dare loro fiducia?
Gente come gli antifumo fobici, nel passato ha spento la luce sulla
civiltà, spesso per secoli se non per millenni, con le scuse più
virtuose.
6
- continua
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