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Un
bilancio provvisorio
I Miti
non intendono raccontare solo la storia dei nostri più noti concittadini.
Intendono evocare quanti più possibile personaggi sandonatesi che in
qualche modo a quei miti maggiori
hanno fatto corona.
A tale scopo l’ultima puntata consisterà in una scheda in cui
saranno riportati, in ordine alfabetico e con brevi note biografiche,
tutte le persone nominate.
Ma, prima di
continuare, è bene fare ora un bilancio provvisorio e riassumere alcune
conclusioni alle quali siamo arrivati con la quarta puntata. Abbiamo visto
che i Sandonatesi hanno coraggio fisico; che sono fedeli alle amicizie;
che sono un po’ grandessoni,
che nel traffico sono creativi. Che hanno saputo esprimere una personalità
come quella di Lucia Schiavinato, prossima a salire all’onore degli
altari.
Una
città popolare
Ma S.Donà è anche una città popolare,
nel senso che la borghesia, dalla quale viene espressa tradizionalmente la
classe dirigente, in qualche modo si è ritirata in se stessa e non
partecipa alla gestione della cosa pubblica.
L’eredità morale ed intellettuale degli Janna, dei Trentin, dei
Bortolotto, dei Boccato, dei Ronchi, dei Bastianetto, dei Sepulcri, dei
Cian non ha avuto chi la rivendicasse. Una nuova borghesia stenta ad
affermarsi. Si odono solo balbettii. Qui, si può dire, tutto è in mano
al popolo. Al popolo cattolico, soprattutto, nulla di male. Ma, sia detto en
passant, un
popolo cattolico tutto e solo parrocchiale, non avendo mai attecchito in
città Ordini Religiosi in grado di contribuire ad innalzare il livello
della cultura cittadina.
Ogni loro tentativo di mettere radici è miseramente fallito. Non
abitavo ancora qui, quando accadde un fatto che fece ridere tutta l’Italia per le
boccaccesche avventure – così almeno vennero presentate dalla
televisione – dei conventi sandonatesi collegati da tunnel sotterranei,
teatro di scontri a bastonate tra fraticelli e suorine.
Il
catalogo di Tiziano Rizzo
Questa situazione è forse alla base della difficoltà di uno
sviluppo culturale, che a S.Donà appare un po’ inceppato. Il compianto
Tiziano Rizzo se ne andò a Venezia e, quando si facesse oggi un catalogo
delle iniziative e dei protagonisti della vita intellettuale sandonatese,
si potrebbe ricopiare esattamente quello che egli compilò trent’anni
fa. Nulla sembra essersi mosso, nel frattempo. Il Premio Pavan è finito
come è finito.
La nostra scuola superiore non gode di ottima fama nel circondario,
salvo le dovute eccezioni. E’ l’opinione di supplenti mestrini e
veneziani che ho intervistato.
Il numero dei diplomati e dei laureati aumenta, ma per fare una
buona borghesia cittadina ci vuole altro. Non solo pezzi di carta, ma
l’aria che si respira in famiglia. Vale a dire le buone maniere e
l’educazione al gusto, alla ragione ed al sentimento.
Il
graffito all’Agorà
Un anonimo ha graffito su un muro del condominio
Agorà,
alle spalle del Municipio: Sandonà
paese di
[censura], non avete la mentalità
per diventare città.
Se
ti svegli da un coma profondo, ti basta vedere come camminano certi
giovani medici nei lunghi corridoi, per capire che sei nel nostro ospedale
civile. Noia e disgusto esistenziale dipinti in faccia, andatura stanca da
ò fat tut mi,
anche se hanno appena iniziato il turno.
Ci sono ancora, oggi, gentiluomini come il
compianto dottor Giulio Girardi?
Le
date
Nella puntata precedente sottolineavo
l’incertezza di alcune date e di alcuni dati. È dura essere accurati,
quando si scrive di storia. Ieri, dopo nove anni che vado quotidianamente
in cimitero, ho sentito l’impulso di visitare le tombe di famiglia che
si trovano lungo il muro occidentale. Ci vado. Mi dico che, in fondo,
qualche nota di colore si può raccogliere anche là, quelle sono le tombe
della buona borghesia di cui sopra.
Ed infatti. C’è la tomba del senatore Celeste Bastianetto, capo
partigiano e fondatore del calcio sandonatese, un altro mito.
C’è quella del dottor Sepulcri e c’è quella di Silvio Trentin.
Nessuno pare vi abbia portato una corona di fiori in occasione del
sessantennio dalla morte. Un vetro è infranto. È ricordato sulla lapide
come Apostolo di Giustizia e Libertà.
Accanto a lui, nella cappella, riposa anche la moglie Beppa.
Ma ciò che più mi fa piacere è trovare la tomba di Lucia
Schiavinato, anche se scopro che ho sbagliato la data di morte. Non 1977,
ma 1976. Potrei correggere il testo prima che venga versato nel sito
Internet di Sandonadomani,
ma non voglio, perché perderei l’occasione di parlarne ora.
La foto sulla lapide deve essere stata scattata, qualche attimo
prima o qualche attimo dopo, nella stessa occasione in cui fu scattata quella scelta da me
per la precedente puntata, solo che, in questa, non è di spalle, ma di
fronte. E se la ride di gusto.
Lo prendo come un segno che ha gradito quello che ho scritto di
lei. In un certo senso, credo a queste ispirazioni. Ho dimenticato di dire
che, durante la guerra, Mamma Lucia aveva dato rifugio ad Ebrei e
Partigiani – ma questo si usa accreditare un po’ a tutti i giusti,
come non si nega a nessuno una segnalazione ad un concorso letterario.
La
damnatio memoriæ
La damnatio
memoriæ, cioè
la condanna all’oblio è uno sport assai sciocchino, molto praticato dai
vincitori. Da qualsiasi vincitore. Tutto ciò che ricorda gli sconfitti
viene cancellato. Subito dopo la guerra hanno cancellato con la dinamite
una cresta rocciosa che, vista dal Furlo, sembrava il maschio profilo del
Duce – salvo ora ricostruirlo artificialmente su decisione degli
amministratori ex comunisti, per ragioni di attrazione turistica.
Farebbero meglio a far funzionare l’ANAS nella loro regione rossa
– fingo di sbagliarmi con l’Emilia Romagna, in realtà il Furlo è
appena di là dal confine con le Marche,
ma è la stessa parrocchia.
La statale Romea è un biliardo da Marghera fino al Po di Goro, cioè
finché si resta nella Venezia Euganea. Appena entrati in Emilia, la
strada diventa tutta buche fino a Ravenna. E’ ridotta peggio che se
fosse la provinciale tra Bitonto con Bisceglie. La provinciale, che
procede fra oliveti incantevoli appare come se fosse stata mitragliata e
spezzonata da un attacco aereo.
Eppure i milioni di camion che percorrono il tratto euganeo sono
gli stessi che attraversano quello emiliano. Grandi amministratori, da
quelle parti! Mitici. Soprattutto quelli di Argenta, provincia di Ferrara.
I
leoni della Serenissima
La damnatio
memoriæ fu
praticata dal Buonaparte, con particolare accanimento, nei confronti dei
leoni di S.Marco.
Legioni di scalpellini si diedero gran da fare per cancellarli,
subito dopo la caduta della Serenissima. L’ordine veniva direttamente
dal Teròn.
Così chiama Napoleone il mio amico Osvaldo, un patriota veneto
irriducibile. E precisa: Sembra che
i Francesi amino farsi comandare dai teroni come Mazarino, il figlio di
costui, Luigi XIV, Napoleone, i mafiosi dell’Unione Corsa. Questa è una
mafia ben più potente e furba di quella siciliana…
Opinioni
di Osvaldo, dicevo, che riporto ad onor di cronaca. Opinioni paradossali,
che non condivido di certo.
Ma, tramontato finalmente l’astro del còrso, i leoni di S.Marco
furono puntigliosamente rifatti dov’erano e com’ erano. Anche quelli
scalpellati via dai Croati in Dalmazia, rinascono e rinasceranno sempre
dalle schegge. Potenza dei simboli.
L’abate
Lorenzo Cricco
La famiglia Bonaparte era originaria di Treviso. Apparteneva alla
bassa nobiltà, della cerchia dei Carraresi. La cosa è ben documentata da
alcune carte degli inizi del XIV secolo. Poi emigrò in Toscana, dove
divenne Buonaparte
e di là in Corsica.
Quando, nel 1797, lui
arrivò a Treviso, i maggiorenti della città si affrettarono a riferirgli
la cosa. Probabilmente, a farlo, furono quasi certamente il noventano
abate Lorenzo Crico, od un erudito della sua cerchia. A quei tempi,
l’abate abitava infatti a Treviso.
Delle proprie origini trevigiane invece, giustamente, il Còrso si
faceva un baffo. La ruffianeria del Crico invece fu molto apprezzata dal
Buonaparte. Egli infatti lo nominò sovrintendente ai trasferimenti (leggi
furti)
di opere d’arte, quelle che sarebbero finite in Francia. Svariati
milioni di euro, in valuta odierna. Bene così, anche Venezia saccheggiava
i beni dei popoli da lei sconfitti. E non è il caso di piangere per
queste cose, come durante il processo tenuto lo scorso anno a Venezia,
indetto per giudicare storicamente l’operato del futuro imperatore dei
Francesi. Se i Veneziani perdessero il vizio di piangere…
Ad occuparsi dei Monti di
Pietà, cioè
le pie istituzioni create nella Serenissima per fornire senza interesse il
circolante essenziale ai bisogni dei poveri di città, provvide invece
personalmente lui.
Con la Campagna d’Italia, Napoleone divenne l’uomo più ricco
d’Europa e fu grande capo carismatico dal Manzanarre al Reno. Finché
quei soldi durarono.
Il
senatoconsulto ultimo
Come al solito, le classi dirigenti si affrettarono a tradire il
popolo. In maggioranza, il Patriziato veneziano era diventato già da
secoli nobiltà imperiale,
cioè austriaca, come il fondatore
di S.Donà, l’Anzolo Trevisan da cui abbiamo ereditato lo stemma
cittadino. Uno storico esempio di prudenza, lungimiranza e trasformismo.
Così, mentre i nostri patrizi saltavano il fosso, più preoccupati
dei loro latifondi e ville in terraferma, che delle sorti della
Repubblica, non si raggiunse il numero legale nel Maggior Consiglio del 12
maggio 1797, per decidere come allontanare le minacce mortali che
incombevano sulla Patria. Né dai Pregadi
fu assunto nessun senatoconsulto ultimo, che ai tempi di Roma sonava così,
laconico e terribile: provideant
consules ne quid res publica detrimenti capiati .
Ma anche i senatori veneziani dagli altisonanti nomi storici, erano
quasi tutti in campagna,
a tener d’occhio le loro proprietà terriere. La Serenissima finì nella
vergogna. E, come sfregio ulteriore, il Buonaparte non si degnò nemmeno
di visitare la città. Si può?
Venessiani
c… in aqua
Il popolaccio
di Treviso assistette alla fuga precipitosa dei già superbi reggitori
veneziani. I quali se la facevano addosso al solo pensiero di cadere in
mano giacobina. Quattrocento anni, per Treviso, di assoluta dedizione alla
Serenissima finivano vergognosamente nel fondo di quelle mutande e culottes
insozzate. Da qui il grido di scherno della città, già proclamata
dal Veneto Senato pupilla dello
Stato, per la
sua fedeltà ed il valore dimostrato nel difendere la Repubblica
dall’attacco degli Ongari. E da qui anche il mi
no vao (più) a conbater,
avendo già dato.
Quel grido sorse spontaneo, per evidenza stessa delle cose: Venessiani,
c… in aqua
(cioè liberatevi i visceri in acqua a Venezia, e non qui sul sacro suolo
di Treviso, ex pupilla dello Stato
Veneto).
Non si sapeva ancora che il povero conte Anzolo Zustinian Recanati,
comandante di piazza, aveva tenuto un comportamento molto dignitoso e
perfino eroico di fronte all’Orco
còrso.
La risposta del popolino veneziano, che tutti conoscono per
l’estrema volgarità, ignora la storia ed è da asilo infantile.
Silvio
Trentin condannato all’oblio
Quando vado a consultare la Treccani per avere velocemente i dati
anagrafici di Silvio Trentin, scopro che il suo nome non c’è. Strano,
dato il numero di perfetti sconosciuti o quasi, che ne popolano le pagine.
Consulto anche altre enciclopedie. Nulla neanche là. Nelle più recenti
c’è sì un Trentin, ma si tratta del figlio Bruno, ex segretario
generale della CGIL.
Mi sorge un dubbio. Verifico negli indici dei nomi in libri e
collane storiche, compresa quella in più di dieci volumi Storia
della Democrazia Cristiana,
non si sa mai. Nulla. Silvio Trentin è nominato solo dal Mola, nella sua
corposa opera dedicata alla massoneria italiana – ma il nome di Trentin
non ricorre mai negli elenchi di Massoni giunti fino a noi. Per di più,
il Nostro è collegato dal Mola a Sandro Pertini, nel contesto di una
notizia errata, almeno stando a quanto riferito nel libro di Vittorio
Ronchi circa lo stesso episodio.
Con
accademico sussiego
Ma come!
mi dico. Silvio Trentin, uno dei maggiori, irriducibili, coerenti
oppositori del Fascismo, e nessuno si ricorda di lui! Qualcosa non quadra.
Deve essere in atto una damnatio
memoriæ.
Perché, poi? Sembrano ricordarsi di lui solo i Leghisti, a parte la
fondazione iesolana che porta il suo nome. A parte il nostro Moreno
Guerrato e Frank Rosengarten. Anzi, proprio un leghista iesolano ha scelto
come slogan
per le prossime elezioni europee il motto trentiniano liberare
e federare.
Ed ancora ricordano Silvio Trentin Norberto Bobbio nella sua Commemorazione
(1955, nel decennale della Liberazione), preceduta da una filza di nomi
lunga così nel comitato d’onore – tutti ipocriti? - ed un profilo a
cura del professor Paladini.
Ora, dopo svariate ricerche ed interessanti scoperte, sono convinto
che Silvio Trentin è stato effettivamente condannato all’oblio. Vedremo
in seguito perché. Del resto, la colpa fu sua, per un paio di madornali,
imperdonabili errori di valutazione; errori fatti in buona fede,
naturalmente, ma che lo tagliarono fuori. La cosa è sotto gli occhi di
tutti, un fatto su cui i politici attivi, con volpina furbizia, glissano
quando lo ricordano, e solo Bobbio, con accademico sussiego, fa notare
nella sua Commemorazione.
E forse anche con un po’ di perfidia.
Vediamo però di capire anzitutto la natura dell’uomo Trentin.
Per farlo, riannodiamo il filo del discorso, a partire dalla prima guerra
mondiale.
Anatomia
di un’anima
Non trovo metafore meno anatomopatologiche per descrivere quella
che, secondo me, fu l’intima natura di Silvio Trentin, e me ne scuso.
Cominciamo dalla testa. Silvio Trentin era un liberale, cresciuto
alla scuola dei grandi giuristi che facevano capo a Giuseppe Zanardelli,
bresciano, e di economisti come il trevigiano Luigi Luzzatti. Sia l’uno
sia l’altro erano stati ministri e capi del governo. Sullo scorcio del
secolo ed in età giolittiana, quegli economisti e quei giuristi tentarono
di modernizzare – cioè umanizzare
- l’Italia ,
a cominciare dai codici.
Per intenderci: remavano alla rozzezza sabauda. Avevano capito i
mali del Paese, che sotto il tallone dei re torinesi era diventato
guerrafondaio, bellicista, espansionista ed insensibile al benessere ed
all’educazione del popolo.
Il Regno era centralizzatore ed ottusamente anticlericale. Iniqua
la tassa sul macinato, estorta per pagare il debito pubblico degli stati
preunitari e folle l’acquisto delle corazzate più moderne dagli
Inglesi. Navi di ferro che sarebbero andate vergognosamente perdute a
Lissa, squassate a cannonate dalle navi di legno di Tegetthoff, veneziano
di adozione, che parlava con l’accento di Castello ai suoi marinai
veneti e dalmati. Vergognosa la strage di Bava Beccaris, feroce come
quella zarista di S.Pietroburgo nel 1905. Colonialismo straccione di
Francesco Crispi, siciliano.
I
rapporti ignorati
Il grande Luigi Luzzatti, ebreo di Oderzo, aveva capito il valore
del nostro giovane concittadino e ne aveva fatto il suo pupillo, riponendo
in lui molte speranze.
Silvio Trentin era venuto a conoscenza del lavoro di ricerca
sociale compiuto dalla precedente generazione liberale, soprattutto a
Treviso, ma anche a Vicenza ed a Verona. I primi studi, i primi
dettagliati, indignati ma soprattutto ignorati rapporti sulla condizione
popolare e contadina erano venuti da quelle realtà.
Miseria nera e pellagra. Morte per fame. Gemiti e sospiri anche dal
sandonatese, dove in più infieriva la malaria, a causa delle paludi.
S’era scoperto che si stava molto meglio sotto la Serenissima, che sotto
al Regno filofrancese del Beauharnais e, alla fine, anche di quello
unitario dei Savoia, passando per la dominazione austriaca. Quali le cause
principali? Il cinico codice civile napoleonico, che tagliava fuori dai
diritti i contadini.
Co
San Marco comandava
Una canzoncina popolare veronese diceva: Co
San Marco comandava se magnava e se senava. Coi Franzesi, brava gente,
solo pranzo e sena gnente. Coi Lorena (la
Casa d’Austria) no se magna e no
se sena. Coi Savoia, de magnare te ga voia!
Il tutto per mantenere esercito e marina da grande potenza. Milioni
di Veneti emigrarono, i più arrabbiati al grido di Porca
Italia!
Andarono in Brasile a fare quello che gli schiavi negri, da poco liberati,
non volevano più fare.
Ma torniamo a Bomba (ridente paese dell’Abruzzo marittimo). Quei
giuristi, che avevano ben presenti le intollerabili ingiustizie del
momento, avevano in mente un Paese libero e moderno, teso al progresso
sociale. Poi venne il tempo del fascismo e dei partiti popolari, bianchi e
rossi. Poche belle idee e pochi complimenti, così va la storia. Del
resto, la pazienza degli oppressi, nei momenti di crisi come quella
seguita alla Prima Guerra Mondiale, non arriva fino a tollerare i
gradualismi e la ragionevolezza. Già stenta a tollerare il riformismo.
Sotto il profilo della cultura e della coscienza civile fu un
regresso enorme, che scontiamo ancora oggi. Oltre che a S.Donà, una buona
borghesia liberale è mancata anche all’intero Paese.
Silvio Trentin ebbe forse sentore di quei rapporti sulla povertà
contadina, già quando fu giovane studente a Treviso. Tale conoscenza lo
aiutò ad avere occhi per la stessa ingiustizia che si consumava qui da
noi, nel distretto sandonatese. Quando poi fu a Venezia, conobbe la
miseria urbana. L’una e l’altra divennero il suo incubo, la molla del
suo spirito di riforma prima, di resistenza poi.
S’impuntarono
come muli
Il liberalismo economico fu teorizzato dagli Inglesi, lo sappiamo
tutti, con l’occhio ai commerci ed all’industria, com’è nel
temperamento pragmatico di quel popolo.
I teorici del liberalismo nel diritto furono invece i Tedeschi.
Sapete, la loro mania per la precisione, per la disciplina. La dottrina
tedesca si diede poi molto da fare – ahimè - anche per il nascente
diritto amministrativo.
I Tedeschi furono comunque i grandi riordinatori del diritto civile
romano e vi si spesero per generazioni, nel corso del XIX secolo.
Avevano l’ossessione di individuare il negozio giuridico compiuto
da un singolo soggetto, cioè il presunto atto fondante della libertà
individuale. I giuristi italiani invece, perplessi di fronte a tanti
sforzi teorici compiuti nella patria di Goethe, non li seguirono su questa
strada e, nella loro ricerca, si fermarono molto ragionevolmente al
contratto, cioè al negozio compiuto da due
soggetti.
Si impuntarono, come i muli che a un certo punto decidono di non
fare più un passo, né avanti, né indietro.
Il
mulo sul Quero
Ricordo che, subito dopo l’ultima guerra, stavo percorrendo il
Quero, in auto, con mio padre. C’era un mulo che si impuntava. Il
mulattiere, dopo aver consumato, per farlo camminare, la frusta e parecchi
nodosi bastoni di legno, gli accese un fuoco sotto la pancia. Non so come
andò a finire. Questo per i giovanissimi, che non hanno mai visto un mulo
dal vero.
Silvio Trentin, che pure era un grande ammiratore della dottrina
tedesca, sembra non aver colto, come studioso del diritto, il fatto che il
fondamento della libertà nel mondo moderno è nel diritto civile. Lui era
uno studioso di diritto pubblico, in particolare di quello amministrativo,
cioè del diritto che sottrae libertà al singolo a favore
dell’istituzione collettiva. Per capirci, in teoria gli stati liberali
dovrebbero avere solo il civile, quelli comunisti solo l’amministrativo.
Gli abusi del diritto civile spalancano le porte alla speculazione
ed allo sfruttamento, come accadeva coi vecchi contratti agrari. Gli abusi
del diritto amministrativo, finiscono invece per limitare ipocritamente
perfino i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino. Come in tutte
le cose, è necessario il giusto bilanciamento.
I
ciccioli di Modena
Il processo di avvolgimento della libertà in una ragnatela
amministrativa di obblighi e divieti sempre più impiccioni e sempre più invasivi per la
personale libertà di scelta, è giunto al top
col buon ministro Girolamo Sirchia.
Si è impicciato perfino nelle telecronache delle partite di calcio
ai Campionati Europei.
I
telecronisti sportivi sono stati gentilmente invitati
a raccomandare una sana
alimentazione ai telespettatori. E così, mentre la Svezia pareggia al
quarantesimo della ripresa, i due malcapitati telecronisti, invece di
maledire il destino cinico e baro degli Azzurri, si mettono a disquisire
di mangiar sano, con procurato entusiasmo:
- Ah, la dieta mediterranea! Quella sì…!
- Io, per me, solo quella…!
- Ed è così ricca di fibre…!
- Che bello vivere sani e magri…!
Bisogna capirli, rischiano la carriera. Devono compiacere.
Quello, con la sua aria da Nonno Libero, magari è un tipo vendicativo.
Chissà a quale lobby
governativa appartiene?
L’acqua
che elimina l’acqua
Al che, personalmente, mi precipito a spalancare il frigorifero e,
per calmare i nervi, mi regalo manciate di formidabili ciccioli fritti di
Modena, tanto per far schizzare alle stelle il colesterolo. Alla faccia
del ministro della Salute. Meglio l’infarto, ma da uomo libero, che
sopportare simili sciocchezze da
acqua che elimina l’acqua.
A suo tempo ero tra quelli che giuravano Dead
but not Red. Piuttosto
morti che comunisti.
E il salutismo il ministro lo raccomandi a chi vuole, ma chiamando
da un telefono privato. In televisione no. Il canone lo pagano anche i
fabbricanti di ciccioli fritti di Modena e tutti i produttori e
commercianti di cibi non sani
secondo la personale idea del ministro. Per non parlare dei produttori di
merendine, di vino e di alcolici. Quelli lavorano, caro ministro, e pagano
le tasse. Le sue raccomandazioni gastronomiche salutistiche li
danneggiano. O sennò, se proprio il loro lavoro risulta criminoso ed
antisociale, li faccia chiudere (bottega) e li faccia rinchiudere (in
galera). Rinunci alle loro tasse. Troppo comodo, fare simili giochetti, a
spese anche di chi non condivide, ma paga, sfruttando una posizione
amministrativa dominante. Ed è stato sleale ed ingiusto far fare quella
figura da cioccolatini
ai due telecronisti.
In pratica, con i suoi studi di diritto amministrativo, Silvio
Trentin contribuiva ad imbrigliare la libertà. Questa rimaneva il suo
mito supremo, ma diventava, privata del solido supporto del diritto
civile, un mito astratto, un mito romantico, un mito di
testa. Più che
un liberale, finì per essere un libertario, la qual cosa spiega i
fondamentali errori di valutazione di cui ho detto.
Le
scappatelle di Sunta Mazzoleni
Da liberale, dunque, Silvio Trentin giovane vide e capì la miseria
del popolo. Ma fu spinto alla
lotta e poi alla resistenza non dalla testa, bensì dal cuore, cioè
dalla sua tempra di combattente nato. Non si contentò di vedere e di
capire, ma sentì anche la necessità di spendersi concretamente, per
cambiare la società. Un passo avanti, dallo studio all’azione
riformatrice.
Per spendersi, occorre anzitutto non
essere Veneti,
cioè accomodanti.
Noi Veneti (Silvio Trentin aveva assai poco, in questo senso, del
temperamento nostro), non siamo tagliati per tessere oscure trame e
neanche innocue congiuricchie. Chiacchieriamo troppo, ed i Carabinieri
vengono subito a sapere tutto. Chi, come, dove, quando e perché. Ed anche
qualcosa di più, come gli ultimi pettegolezzi sulle scappatelle della
Sunta Mazzoleni. Figurarsi quanto poco si concilia con il nostro
temperamento la lotta dura, perché a tanto sarà spinto Silvio Trentin
dall’avvento del Fascismo.
Un
uomo di sinistra
Per una lotta dura contro l’oppressore ci vuole scatto, rigore,
determinazione, incorruttibilità. Ci vuole durezza, inflessibilità,
intransigenza. Occorre saper sfidare la legge, se iniqua, ed essere pronti
a sacrificare tutto alla causa. Mai in pantofole, e possibilmente astemi.
Questo, a pensarci bene, è il ritratto di un uomo
di sinistra. Di
un rivoluzionario in pectore,
il rivoluzionario che alla fine Silvio Trentin sarà, parola di Bobbio.
Gli uomini di sinistra possono anche non essere immuni dalla paura,
come tutti. O, diciamo, dalla prudenza. Come gli amici del protagonista di
Una vita difficile,
interpretato da Alberto Sordi. Quando era da scendere in piazza per la
causa, mentre lui ci andava e pagava di persona, loro avevano sempre
impegni da un’altra parte. Salvo poi raccogliere vantaggi, meriti,
prebende e medaglie.
Silvio Trentin non ebbe mai paura. Non si tirò mai indietro. Non
ebbe mai impegni da un’altra
parte. Non
delegò mai.
Sulla sua pietra, come abbiamo visto, è scritto: Apostolo
di giustizia e libertà.
Apostolo è colui che butta la bisaccia sulla spalla e parte con un
solo paio di sandali, mettendo nel conto anche una brutta fine. Testa,
cuore e fegato.
Gioventù
bruciata
I primi anni di
superiori, Silvio Trentin li fece nel prestigioso liceo Antonio Canova, a
Treviso. Poi fu cacciato, per cattiva condotta. Pare che amasse fare
scherzi e che, una notte, avesse liberato, nel dormitorio degli studenti,
un gatto con alcuni barattoli legati alla coda.
Siamo seri, la cosa ha tutte le caratteristiche della leggenda
metropolitana. Bisogna catturare il gatto, tenerlo buono e silenzioso fino
alle tre di notte, mentre gli si legano i barattoli alla coda
- cosa praticamente impossibile a farsi – e poi lanciarlo. Non
esiste. Siamo di fronte al tipico dolus
bonus, ad
un’esagerazione innocente e compiacente di amici ed ammiratori. Rimane il fatto che fu cacciato dal preside del Canova, Francesco
Nardari, suo futuro suocero. Gioventù bruciata. Oltre all’inclinazione
per lo scherzo – altra caratteristica sandonatese? - pare che Silvio
Trentin sia stato un eccellente caricaturista. Passò quindi da Treviso a
Venezia, dove non gli andò molto meglio al Marco Foscarini. Era, sì, uno
studente dotato, ma non si impegnava troppo. Poi venne la svolta con gli
studi di giurisprudenza. All’università di Camerino, sarà il più
giovane professore ordinario di diritto.
Fotografo
ed aviatore
Verso il 1910, Silvio Trentin, appassionato del volo, ebbe un
incidente aereo, che gli procurò una cronica infermità ad un orecchio.
La sordità avrebbe potuto farlo esonerare dal servizio militare. Ma egli
si fece arrolare lo stesso e servì nell’amministrazione della Croce
Rossa.
Dopo Caporetto volle entrare nel servizio attivo e fu al fronte
come ufficiale osservatore di artiglieria sugli aerei, tra la tarda
primavera ed il novembre 1918, in tempo per partecipare alla Battaglia del
Solstizio.
Del volo notturno sopra il Forte del Quarantotto abbiamo detto.
Come fotografo, altra sua passione, percorse in volo tutto il fronte, dal
Trentino al mare. Un’impresa non da poco.
In piena guerra, si verificò uno degli eventi fondamentali della
sua vita privata. Nel 1916, a trentuno anni, sposò Giuseppa Nardari,
figlia del suo vecchio preside al Canova e figlioccia di Luigi Luzzatti.
Da lei ebbe tre figli, due maschi ed una femmina. Uno dei maschietti fu
protagonista di un grave incidente. Sfuggito al controllo dei genitori, si
avventurò in un soppalco traditore in un palazzo di Venezia e precipitò
da nove metri d’altezza. Rimase lungamente in coma, fra la vita e la
morte. Immaginiamo che momenti, per i genitori.
All’inizio degli Anni Venti, i due sposi si trasferirono a
Venezia, prendendo casa vicino a Rialto.
Matrimoni
di guerra
Le nozze, in guerra, sono un classico – sia detto col massimo
rispetto. Anche chi scrive è figlio di un matrimonio di guerra. Il
momento, dal futuro incerto, non sembrerebbe opportuno per formare una
famiglia.
Ma, forse, è proprio l’incertezza che spinge a quel passo.
L’uomo che parte per il fronte sente l’irresistibile bisogno di solidi
affetti ai quali affidare la propria memoria nel caso deprecabile. Il
bisogno di avere
una donna. Di avere qualcuno a cui scrivere e per cui desiderare di
tornare. Di accelerare, di concentrare
la vita.
Fumatori
condannati a morte
Con Ancillotto, Silvio Trentin fu un eroe dell’aria. Che il volo
sia nel destino dei Sandonatesi? Ci resta da vedere quale fu il suo
atteggiamento interiore nei confronti del conflitto e della pace
vittoriosa. Un po’ tentiamo di indovinare, un po’ ci affidiamo al
ricordo di Vittorio Ronchi.
L’intollerante ed intollerabile retorica patriottarda per la
vittoria fu simile, nelle caratteristiche isteriche, alla retorica odierna
contro il tabacco, fondata, quest’ultima su premesse assolutamente non
vere, come la pericolosità del fumo passivo – la storia è piena di
persecuzioni , anche assai feroci, contro i fumatori. Ma il fumo non è
mai stato debellato, forse per la benefica azione sociale che
probabilmente svolge. Un re inglese previde anche la pena di morte, per i
fumatori.
L’intolleranza trionfa sempre, pare, nei momenti storici in cui
la gente è preda di una forte alienazione, di una dissociazione
incontrollabile della personalità. Imperversano il politicamente corretto
e le fesserie da Grande Fratello.
Negli Anni Venti, la dissociazione isterica nacque dall’orrore per il
massacro, oggi per la globalizzazione.
Ta-pum!
Era impossibile, allora, denunciare la guerra per ciò che era
stata, cioè un’orribile, inutile strage - parole di Sua Santità
Benedetto XV, Romano Pontefice. Minimo, ti saresti tirato addosso
l’accusa di tradimento. A conferma dell’inutilità della strage, resta
il fatto che i conti rimasero in sospeso tra vinti e vincitori e furono
regolati vent’anni dopo con raddoppiata violenza.
La condotta della guerra, da parte italiana, era stata cinica ed
insensata.
Seicentotrentacinquemila morti, al novanta per cento di estrazione
umilissima, un milione di feriti e mutilati. Fatti i conti,
cinqucentosessantamila contadini ventenni fatti a pezzi.
Undici battaglie dell’Isonzo, una più sanguinosa dell’altra.
Trecentomila morti. Carne contro il piombo delle mitragliatrici. La
chiamarono l’ invitta Terza
Armata, quella
che insanguinò il fiume carsico. Facciamoci un esame di coscienza, che
follia fu?
Non se la prendano le Associazioni d’Arma, il valore dei nostri
poveri soldati è solo esaltato, da queste tristissime considerazioni.
Una struggente canzone dell’epoca mi manda in depressione, quando
l’ascolto. Si intitola Ta-pum! dallo
sparo isolato dei cecchini austriaci.
Nasce in quel momento l’usanza scaramantica di non accendere mai
la sigaretta in tre con un solo cerino, perché porta sfiga. Di notte, il
cecchino vedeva la fiammella nella nostra trincea. Se erano in tre ad
accendere, al primo puntava, al secondo mirava, al terzo Ta-pum!
Una faccia devastata, il cervello di un ventenne italiano in pappe.
Ricordiamoci che la guerra l’avevamo dichiarata noi!
Ce l’eravamo andata a cercare.
Quanto
costa? Chi paga?
Sotto la Serenissima, quando si profilava la necessità di un
conflitto, la prima domanda che i saggi governanti di allora si facevano
era: Quanto costa?
– quanto costa in denaro dello stato, in beni materiali e vite umane. E
la seconda: Chi paga? –
sempre in denaro dello stato, in beni materiali e vite umane. Domande che
non avevano nemmeno sfiorato la capa
dei Savoia e degli interventisti.
Valevano la liberazione
di Trento e Trieste tanti morti? Non eravamo stati aggrediti, e proprio
tanto male le due città non stavano, sotto gli Asburgo. Ragionando con la
logica dell’unità della Patria, avremmo dovuto fare guerra anche alla
Svizzera, per Lugano, od alla Francia, per la Corsica, Nizza e Savoia.
Mantenere
le promesse
Al fronte, i fanti contadini si chiedevano: Per
quale motivo dobbiamo farci ammazzare come mosche?
Per la Patria? Per la Patria che ci nega la terra che lavoriamo?
Nelle trincee serpeggiava la rivolta. Lenin aveva invitato i
combattenti di ciascun fronte a rivolgere le baionette non più contro i
fratelli proletari nelle trincee nemiche
– i proletari non hanno patria, precisava - ma contro i propri
ufficiali, cioè i borghesi, i capitalisti ed i proprietari terrieri. La
voglia di farlo era tanta. Radio gavetta aveva diffuso l’incitamento
rivoluzionario.
Ad onor del vero, percentualmente, gli ufficiali borghesi, fino a
capitano, avevano avuto più morti dei contadini, ma erano diversamente
motivati.
Fu così che dai padroni del Paese vennero annunciate le riforme
politiche e, ai fanti contadini, fu promessa la terra, purché
continuassero a combattere. Un patto sacro, giurato sul Piave, che molti
furbacchioni sarebbero stati pronti ad infrangere, a vittoria ottenuta. A
Treviso si dice volgarmente magna e
desmentega.
Nel primo dopoguerra, Silvio Trentin era invece ossessionato dalla
necessità di mantenere quelle
promesse.
Riforme, come un suffragio universale vero, e la terra a chi la lavorava,
con patti meno onerosi.
Si confidò più volte, a questo proposito, con Vittorio Ronchi. Non
si può mentire al popolo,
diceva. Per lui, non onorare la parola data su tanto sangue, sarebbe stato
un peccato mostruoso, un peccato laico e mazziniano, un grido di vendetta
al cospetto di Dio.
Silvio Trentin si candidò alle elezioni politiche del novembre
1919, le prime veramente a scrutinio universale, anche se solo maschile.
Perché votino le donne, bisognerà aspettare ancora una guerra mondiale.
Nessuno studioso di Silvio Trentin, che io sappia, ha approfondito
la natura della formazione – la Democrazia
Sociale – per
la quale il giovane professore si presentò, e venne eletto. Lo faremo
nella prossima puntata. Forse.
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- Continua
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