Gli itinerari

Il gatto di Silvio Trentin

I miti sandonatesi - di Giuseppe Toffolo

Un bilancio provvisorio
I Miti non intendono raccontare solo la storia dei nostri più noti concittadini. Intendono evocare quanti più possibile personaggi sandonatesi che in qualche modo a quei miti maggiori hanno fatto corona.
A tale scopo l’ultima puntata consisterà in una scheda in cui saranno riportati, in ordine alfabetico e con brevi note biografiche, tutte le persone nominate.

Ma, prima di continuare, è bene fare ora un bilancio provvisorio e riassumere alcune conclusioni alle quali siamo arrivati con la quarta puntata. Abbiamo visto che i Sandonatesi hanno coraggio fisico; che sono fedeli alle amicizie; che sono un po’ grandessoni, che nel traffico sono creativi. Che hanno saputo esprimere una personalità come quella di Lucia Schiavinato, prossima a salire all’onore degli altari.

Una città popolare
Ma S.Donà è anche una città
popolare, nel senso che la borghesia, dalla quale viene espressa tradizionalmente la classe dirigente, in qualche modo si è ritirata in se stessa e non partecipa alla gestione della cosa pubblica.
L’eredità morale ed intellettuale degli Janna, dei Trentin, dei Bortolotto, dei Boccato, dei Ronchi, dei Bastianetto, dei Sepulcri, dei Cian non ha avuto chi la rivendicasse. Una nuova borghesia stenta ad affermarsi. Si odono solo balbettii. Qui, si può dire, tutto è in mano al popolo. Al popolo cattolico, soprattutto, nulla di male. Ma, sia detto
en passant, un popolo cattolico tutto e solo parrocchiale, non avendo mai attecchito in città Ordini Religiosi in grado di contribuire ad innalzare il livello della cultura cittadina.
Ogni loro tentativo di mettere radici è miseramente fallito. Non abitavo ancora qui, quando  accadde un fatto che fece ridere tutta l’Italia per le boccaccesche avventure – così almeno vennero presentate dalla televisione – dei conventi sandonatesi collegati da tunnel sotterranei, teatro di scontri a bastonate tra fraticelli e suorine.

Il catalogo di Tiziano Rizzo
Questa situazione è forse alla base della difficoltà di uno sviluppo culturale, che a S.Donà appare un po’ inceppato. Il compianto Tiziano Rizzo se ne andò a Venezia e, quando si facesse oggi un catalogo delle iniziative e dei protagonisti della vita intellettuale sandonatese, si potrebbe ricopiare esattamente quello che egli compilò trent’anni fa. Nulla sembra essersi mosso, nel frattempo. Il Premio Pavan è finito come è finito.  

La nostra scuola superiore non gode di ottima fama nel circondario, salvo le dovute eccezioni. E’ l’opinione di supplenti mestrini e veneziani che ho intervistato.  
Il numero dei diplomati e dei laureati aumenta, ma per fare una buona borghesia cittadina ci vuole altro. Non solo pezzi di carta, ma l’aria che si respira in famiglia. Vale a dire le buone maniere e l’educazione al gusto, alla ragione ed al sentimento.

Il graffito all’Agorà
Un anonimo ha graffito su un muro del condominio
Agorà, alle spalle del Municipio: Sandonà paese di [censura], non avete la mentalità per diventare città.
Se ti svegli da un coma profondo, ti basta vedere come camminano certi giovani medici nei lunghi corridoi, per capire che sei nel nostro ospedale civile. Noia e disgusto esistenziale dipinti in faccia, andatura stanca da ò fat tut mi, anche se hanno appena iniziato il turno.
Ci sono ancora, oggi, gentiluomini come il compianto dottor Giulio Girardi? 
                       

Le date
Nella puntata precedente sottolineavo l’incertezza di alcune date e di alcuni dati. È dura essere accurati, quando si scrive di storia. Ieri, dopo nove anni che vado quotidianamente in cimitero, ho sentito l’impulso di visitare le tombe di famiglia che si trovano lungo il muro occidentale. Ci vado. Mi dico che, in fondo, qualche nota di colore si può raccogliere anche là, quelle sono le tombe della buona borghesia di cui sopra.      
Ed infatti. C’è la tomba del senatore Celeste Bastianetto, capo partigiano e fondatore del calcio sandonatese, un altro
mito. C’è quella del dottor Sepulcri e c’è quella di Silvio Trentin. Nessuno pare vi abbia portato una corona di fiori in occasione del sessantennio dalla morte. Un vetro è infranto. È ricordato sulla lapide come Apostolo di Giustizia e Libertà. Accanto a lui, nella cappella, riposa anche la moglie Beppa.      
Ma ciò che più mi fa piacere è trovare la tomba di Lucia Schiavinato, anche se scopro che ho sbagliato la data di morte. Non 1977, ma 1976. Potrei correggere il testo prima che venga versato nel sito Internet di
Sandonadomani, ma non voglio, perché perderei l’occasione di parlarne ora.
     
La foto sulla lapide deve essere stata scattata, qualche attimo prima o qualche attimo dopo,  nella stessa occasione in cui fu scattata quella scelta da me per la precedente puntata, solo che, in questa, non è di spalle, ma di fronte. E se la ride di gusto.    
Lo prendo come un segno che ha gradito quello che ho scritto di lei. In un certo senso, credo a queste ispirazioni. Ho dimenticato di dire che, durante la guerra, Mamma Lucia aveva dato rifugio ad Ebrei e Partigiani – ma questo si usa accreditare un po’ a tutti i giusti, come non si nega a nessuno una segnalazione ad un concorso letterario.

 La damnatio memoriæ
La
damnatio memoriæ, cioè la condanna all’oblio è uno sport assai sciocchino, molto praticato dai vincitori. Da qualsiasi vincitore. Tutto ciò che ricorda gli sconfitti viene cancellato. Subito dopo la guerra hanno cancellato con la dinamite una cresta rocciosa che, vista dal Furlo, sembrava il maschio profilo del Duce – salvo ora ricostruirlo artificialmente su decisione degli amministratori ex comunisti, per ragioni di attrazione turistica.
    
Farebbero meglio a far funzionare l’ANAS nella loro regione rossa – fingo di sbagliarmi con l’Emilia Romagna, in realtà il Furlo è appena di là dal confine con le  Marche, ma è la stessa parrocchia. La statale Romea è un biliardo da Marghera fino al Po di Goro, cioè finché si resta nella Venezia Euganea. Appena entrati in Emilia, la strada diventa tutta buche fino a Ravenna. E’ ridotta peggio che se fosse la provinciale tra Bitonto con Bisceglie. La provinciale, che procede fra oliveti incantevoli appare come se fosse stata mitragliata e spezzonata da un attacco aereo.  
Eppure i milioni di camion che percorrono il tratto euganeo sono gli stessi che attraversano quello emiliano. Grandi amministratori, da quelle parti! Mitici. Soprattutto quelli di Argenta, provincia di Ferrara.

 I leoni della Serenissima 
La 
damnatio memoriæ fu praticata dal Buonaparte, con particolare accanimento, nei confronti dei leoni di S.Marco.  
Legioni di scalpellini si diedero gran da fare per cancellarli, subito dopo la caduta della Serenissima. L’ordine veniva direttamente dal
Teròn.  Così chiama Napoleone il mio amico Osvaldo, un patriota veneto irriducibile. E precisa: Sembra che i Francesi amino farsi comandare dai teroni come Mazarino, il figlio di costui, Luigi XIV, Napoleone, i mafiosi dell’Unione Corsa. Questa è una mafia ben più potente e furba di quella siciliana…      
Opinioni di Osvaldo, dicevo, che riporto ad onor di cronaca. Opinioni paradossali, che non condivido di certo. 

Ma, tramontato finalmente l’astro del còrso, i leoni di S.Marco furono puntigliosamente rifatti dov’erano e com’ erano. Anche quelli scalpellati via dai Croati in Dalmazia, rinascono e rinasceranno sempre dalle schegge. Potenza dei simboli.  

L’abate Lorenzo Cricco     
La famiglia Bonaparte era originaria di Treviso. Apparteneva alla bassa nobiltà, della cerchia dei Carraresi. La cosa è ben documentata da alcune carte degli inizi del XIV secolo. Poi emigrò in Toscana, dove divenne
Buonaparte e di là in Corsica.     Quando, nel 1797, lui arrivò a Treviso, i maggiorenti della città si affrettarono a riferirgli la cosa. Probabilmente, a farlo, furono quasi certamente il noventano abate Lorenzo Crico, od un erudito della sua cerchia. A quei tempi, l’abate abitava infatti a Treviso.    Delle proprie origini trevigiane invece, giustamente, il Còrso si faceva un baffo. La ruffianeria del Crico invece fu molto apprezzata dal Buonaparte. Egli infatti lo nominò sovrintendente ai trasferimenti (leggi furti) di opere d’arte, quelle che sarebbero finite in Francia. Svariati milioni di euro, in valuta odierna. Bene così, anche Venezia saccheggiava i beni dei popoli da lei sconfitti. E non è il caso di piangere per queste cose, come durante il processo tenuto lo scorso anno a Venezia, indetto per giudicare storicamente l’operato del futuro imperatore dei Francesi. Se i Veneziani perdessero il vizio di piangere…     
Ad occuparsi dei
Monti di Pietà, cioè le pie istituzioni create nella Serenissima per fornire senza interesse il circolante essenziale ai bisogni dei poveri di città, provvide invece personalmente lui. Con la Campagna d’Italia, Napoleone divenne l’uomo più ricco d’Europa e fu grande capo carismatico dal Manzanarre al Reno. Finché quei soldi durarono.  

Il senatoconsulto ultimo     
Come al solito, le classi dirigenti si affrettarono a tradire il popolo. In maggioranza, il Patriziato veneziano era diventato già da secoli
nobiltà imperiale, cioè austriaca, come il fondatore di S.Donà, l’Anzolo Trevisan da cui abbiamo ereditato lo stemma cittadino. Uno storico esempio di prudenza, lungimiranza e trasformismo.     Così, mentre i nostri patrizi saltavano il fosso, più preoccupati dei loro latifondi e ville in terraferma, che delle sorti della Repubblica, non si raggiunse il numero legale nel Maggior Consiglio del 12 maggio 1797, per decidere come allontanare le minacce mortali che incombevano sulla Patria. Né dai Pregadi fu assunto nessun senatoconsulto ultimo, che ai tempi di Roma sonava così, laconico e terribile: provideant consules ne quid res publica detrimenti capiati
[1]. 
Ma anche i senatori veneziani dagli altisonanti nomi storici, erano quasi tutti in
campagna, a tener d’occhio le loro proprietà terriere. La Serenissima finì nella vergogna. E, come sfregio ulteriore, il Buonaparte non si degnò nemmeno di visitare la città. Si può?

Venessiani c… in aqua      
Il popolaccio di Treviso assistette alla fuga precipitosa dei già superbi reggitori veneziani. I quali se la facevano addosso al solo pensiero di cadere in mano giacobina. Quattrocento anni, per Treviso, di assoluta dedizione alla Serenissima finivano vergognosamente nel fondo di quelle mutande e culottes  insozzate. Da qui il grido di scherno della città, già proclamata dal Veneto Senato pupilla dello Stato, per la sua fedeltà ed il valore dimostrato nel difendere la Repubblica dall’attacco degli Ongari. E da qui anche il mi no vao (più) a conbater, avendo già dato.     Quel grido sorse spontaneo, per evidenza stessa delle cose: Venessiani, c… in aqua (cioè liberatevi i visceri in acqua a Venezia, e non qui sul sacro suolo di Treviso, ex pupilla dello Stato Veneto).     
Non si sapeva ancora che il povero conte Anzolo Zustinian Recanati, comandante di piazza, aveva tenuto un comportamento molto dignitoso e perfino eroico di fronte all’
Orco còrso.     
La risposta del popolino veneziano, che tutti conoscono per l’estrema volgarità, ignora la storia ed è da asilo infantile.

Silvio Trentin condannato all’oblio      
Quando vado a consultare la Treccani per avere velocemente i dati anagrafici di Silvio Trentin, scopro che il suo nome non c’è. Strano, dato il numero di perfetti sconosciuti o quasi, che ne popolano le pagine. Consulto anche altre enciclopedie. Nulla neanche là. Nelle più recenti c’è sì un Trentin, ma si tratta del figlio Bruno, ex segretario generale della CGIL.
    
Mi sorge un dubbio. Verifico negli indici dei nomi in libri e collane storiche, compresa quella in più di dieci volumi
Storia della Democrazia Cristiana, non si sa mai. Nulla. Silvio Trentin è nominato solo dal Mola, nella sua corposa opera dedicata alla massoneria italiana – ma il nome di Trentin non ricorre mai negli elenchi di Massoni giunti fino a noi. Per di più, il Nostro è collegato dal Mola a Sandro Pertini, nel contesto di una notizia errata, almeno stando a quanto riferito nel libro di Vittorio Ronchi circa lo stesso episodio.

Con accademico sussiego 
Ma come!
mi dico. Silvio Trentin, uno dei maggiori, irriducibili, coerenti oppositori del Fascismo, e nessuno si ricorda di lui! Qualcosa non quadra. Deve essere in atto una damnatio memoriæ. Perché, poi? Sembrano ricordarsi di lui solo i Leghisti, a parte la fondazione iesolana che porta il suo nome. A parte il nostro Moreno Guerrato e Frank Rosengarten. Anzi, proprio un leghista iesolano ha scelto come slogan per le prossime elezioni europee il motto trentiniano liberare e federare.  
Ed ancora ricordano Silvio Trentin Norberto Bobbio nella sua
Commemorazione (1955, nel decennale della Liberazione), preceduta da una filza di nomi lunga così nel comitato d’onore – tutti ipocriti? - ed un profilo a cura del professor Paladini.  
Ora, dopo svariate ricerche ed interessanti scoperte, sono convinto che Silvio Trentin è stato effettivamente condannato all’oblio. Vedremo in seguito perché. Del resto, la colpa fu sua, per un paio di madornali, imperdonabili errori di valutazione; errori fatti in buona fede, naturalmente, ma che lo tagliarono fuori. La cosa è sotto gli occhi di tutti, un fatto su cui i politici attivi, con volpina furbizia, glissano quando lo ricordano, e solo Bobbio, con accademico sussiego, fa notare nella sua
Commemorazione. E forse anche con un po’ di perfidia. 

Vediamo però di capire anzitutto la natura dell’uomo Trentin. Per farlo, riannodiamo il filo del discorso, a partire dalla prima guerra mondiale.

Anatomia di un’anima     
Non trovo metafore meno anatomopatologiche per descrivere quella che, secondo me, fu l’intima natura di Silvio Trentin, e me ne scuso.
   
Cominciamo dalla testa. Silvio Trentin era un liberale, cresciuto alla scuola dei grandi giuristi che facevano capo a Giuseppe Zanardelli, bresciano, e di economisti come il trevigiano Luigi Luzzatti. Sia l’uno sia l’altro erano stati ministri e capi del governo. Sullo scorcio del secolo ed in età giolittiana, quegli economisti e quei giuristi tentarono di modernizzare – cioè
umanizzare - l’Italia , a cominciare dai codici.
    
Per intenderci: remavano alla rozzezza sabauda. Avevano capito i mali del Paese, che sotto il tallone dei re torinesi era diventato guerrafondaio, bellicista, espansionista ed insensibile al benessere ed all’educazione del popolo.     
Il Regno era centralizzatore ed ottusamente anticlericale. Iniqua la tassa sul macinato, estorta per pagare il debito pubblico degli stati preunitari e folle l’acquisto delle corazzate più moderne dagli Inglesi. Navi di ferro che sarebbero andate vergognosamente perdute a Lissa, squassate a cannonate dalle navi di legno di Tegetthoff, veneziano di adozione, che parlava con l’accento di Castello ai suoi marinai veneti e dalmati. Vergognosa la strage di Bava Beccaris, feroce come quella zarista di S.Pietroburgo nel 1905. Colonialismo straccione di Francesco Crispi, siciliano.

I rapporti ignorati     
Il grande Luigi Luzzatti, ebreo di Oderzo, aveva capito il valore del nostro giovane concittadino e ne aveva fatto il suo pupillo, riponendo in lui molte speranze.     
Silvio Trentin era venuto a conoscenza del lavoro di ricerca sociale compiuto dalla precedente generazione liberale, soprattutto a Treviso, ma anche a Vicenza ed a Verona. I primi studi, i primi dettagliati, indignati ma soprattutto ignorati rapporti sulla condizione popolare e contadina erano venuti da quelle realtà.     Miseria nera e pellagra. Morte per fame. Gemiti e sospiri anche dal sandonatese, dove in più infieriva la malaria, a causa delle paludi. S’era scoperto che si stava molto meglio sotto la Serenissima, che sotto al Regno filofrancese del Beauharnais e, alla fine, anche di quello unitario dei Savoia, passando per la dominazione austriaca. Quali le cause principali? Il cinico codice civile napoleonico, che tagliava fuori dai diritti i contadini.
 

Co San Marco comandava 
Una canzoncina popolare veronese diceva:
Co San Marco comandava se magnava e se senava. Coi Franzesi, brava gente, solo pranzo e sena gnente. Coi Lorena (la Casa d’Austria) no se magna e no se sena. Coi Savoia, de magnare te ga voia!     
Il tutto per mantenere esercito e marina da grande potenza. Milioni di Veneti emigrarono, i più arrabbiati al grido di
Porca Italia!
[2] Andarono in Brasile a fare quello che gli schiavi negri, da poco liberati, non volevano più fare.  
Ma torniamo a Bomba (ridente paese dell’Abruzzo marittimo). Quei giuristi, che avevano ben presenti le intollerabili ingiustizie del momento, avevano in mente un Paese libero e moderno, teso al progresso sociale. Poi venne il tempo del fascismo e dei partiti popolari, bianchi e rossi. Poche belle idee e pochi complimenti, così va la storia. Del resto, la pazienza degli oppressi, nei momenti di crisi come quella seguita alla Prima Guerra Mondiale, non arriva fino a tollerare i gradualismi e la ragionevolezza. Già stenta a tollerare il riformismo.     
Sotto il profilo della cultura e della coscienza civile fu un regresso enorme, che scontiamo ancora oggi. Oltre che a S.Donà, una buona borghesia liberale è mancata anche all’intero Paese.   Silvio Trentin ebbe forse sentore di quei rapporti sulla povertà contadina, già quando fu giovane studente a Treviso. Tale conoscenza lo aiutò ad avere occhi per la stessa ingiustizia che si consumava qui da noi, nel distretto sandonatese. Quando poi fu a Venezia, conobbe la miseria urbana. L’una e l’altra divennero il suo incubo, la molla del suo spirito di riforma prima, di resistenza poi.

S’impuntarono come muli      
Il liberalismo economico fu teorizzato dagli Inglesi, lo sappiamo tutti, con l’occhio ai commerci ed all’industria, com’è nel temperamento pragmatico di quel popolo.     
I teorici del liberalismo nel diritto furono invece i Tedeschi. Sapete, la loro mania per la precisione, per la disciplina. La dottrina tedesca si diede poi molto da fare – ahimè - anche per il nascente diritto amministrativo. 
I Tedeschi furono comunque i grandi riordinatori del diritto civile romano e vi si spesero per generazioni, nel corso del XIX secolo.  
Avevano l’ossessione di individuare il negozio giuridico compiuto da un singolo soggetto, cioè il presunto atto fondante della libertà individuale. I giuristi italiani invece, perplessi di fronte a tanti sforzi teorici compiuti nella patria di Goethe, non li seguirono su questa strada e, nella loro ricerca, si fermarono molto ragionevolmente al contratto, cioè al negozio compiuto da due soggetti.     
Si impuntarono, come i muli che a un certo punto decidono di non fare più un passo, né avanti, né indietro.

Il mulo sul Quero      
Ricordo che, subito dopo l’ultima guerra, stavo percorrendo il Quero, in auto, con mio padre. C’era un mulo che si impuntava. Il mulattiere, dopo aver consumato, per farlo camminare, la frusta e parecchi nodosi bastoni di legno, gli accese un fuoco sotto la pancia. Non so come andò a finire. Questo per i giovanissimi, che non hanno mai visto un mulo dal vero.      
Silvio Trentin, che pure era un grande ammiratore della dottrina tedesca, sembra non aver colto, come studioso del diritto, il fatto che il fondamento della libertà nel mondo moderno è nel diritto civile. Lui era uno studioso di diritto pubblico, in particolare di quello amministrativo, cioè del diritto che sottrae libertà al singolo a favore dell’istituzione collettiva. Per capirci, in teoria gli stati liberali dovrebbero avere solo il civile, quelli comunisti solo l’amministrativo.      
Gli abusi del diritto civile spalancano le porte alla speculazione ed allo sfruttamento, come accadeva coi vecchi contratti agrari. Gli abusi del diritto amministrativo, finiscono invece per limitare ipocritamente perfino i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino. Come in tutte le cose, è necessario il giusto bilanciamento.  

I ciccioli di Modena      
Il processo di avvolgimento della libertà in una ragnatela amministrativa di obblighi e divieti  sempre più impiccioni e sempre più invasivi per la personale libertà di scelta, è giunto al
top col buon ministro Girolamo Sirchia.
     
Si è impicciato perfino nelle telecronache delle partite di calcio ai Campionati  Europei.  

I telecronisti sportivi sono stati gentilmente
invitati a raccomandare una sana alimentazione ai telespettatori. E così, mentre la Svezia pareggia al quarantesimo della ripresa, i due malcapitati telecronisti, invece di maledire il destino cinico e baro degli Azzurri, si mettono a disquisire di mangiar sano, con procurato entusiasmo:
     

- Ah, la dieta mediterranea! Quella sì…!  
- Io, per me, solo quella…!  
- Ed è così ricca di fibre…!      
- Che bello vivere sani e magri…!

Bisogna capirli, rischiano la carriera. Devono compiacere. Quello, con la sua aria da Nonno Libero, magari è un tipo vendicativo. Chissà a quale lobby governativa appartiene?

L’acqua che elimina l’acqua     
Al che, personalmente, mi precipito a spalancare il frigorifero e, per calmare i nervi, mi regalo manciate di formidabili ciccioli fritti di Modena, tanto per far schizzare alle stelle il colesterolo. Alla faccia del ministro della Salute. Meglio l’infarto, ma da uomo libero, che sopportare simili sciocchezze
da acqua che elimina l’acqua. A suo tempo ero tra quelli che giuravano Dead but not Red. Piuttosto morti che comunisti.     
E il salutismo il ministro lo raccomandi a chi vuole, ma chiamando da un telefono privato. In televisione no. Il canone lo pagano anche i fabbricanti di ciccioli fritti di Modena e tutti i produttori e commercianti di cibi
non sani secondo la personale idea del ministro. Per non parlare dei produttori di merendine, di vino e di alcolici. Quelli lavorano, caro ministro, e pagano le tasse. Le sue raccomandazioni gastronomiche salutistiche li danneggiano. O sennò, se proprio il loro lavoro risulta criminoso ed antisociale, li faccia chiudere (bottega) e li faccia rinchiudere (in galera). Rinunci alle loro tasse. Troppo comodo, fare simili giochetti, a spese anche di chi non condivide, ma paga, sfruttando una posizione amministrativa dominante. Ed è stato sleale ed ingiusto far fare quella figura da cioccolatini ai due telecronisti.     
In pratica, con i suoi studi di diritto amministrativo, Silvio Trentin contribuiva ad imbrigliare la libertà. Questa rimaneva il suo mito supremo, ma diventava, privata del solido supporto del diritto civile, un mito astratto, un mito romantico, un mito
di testa. Più che un liberale, finì per essere un libertario, la qual cosa spiega i fondamentali errori di valutazione di cui ho detto.

Le scappatelle di Sunta Mazzoleni     
Da liberale, dunque, Silvio Trentin giovane vide e capì la miseria del popolo. Ma fu  spinto  alla  lotta e poi alla resistenza non dalla testa, bensì dal cuore, cioè dalla sua tempra di combattente nato. Non si contentò di vedere e di capire, ma sentì anche la necessità di spendersi concretamente, per cambiare la società. Un passo avanti, dallo studio all’azione riformatrice.
    
Per spendersi, occorre anzitutto
non essere Veneti, cioè accomodanti.
    
Noi Veneti (Silvio Trentin aveva assai poco, in questo senso, del temperamento nostro), non siamo tagliati per tessere oscure trame e neanche innocue congiuricchie. Chiacchieriamo troppo, ed i Carabinieri vengono subito a sapere tutto. Chi, come, dove, quando e perché. Ed anche qualcosa di più, come gli ultimi pettegolezzi sulle scappatelle della Sunta Mazzoleni. Figurarsi quanto poco si concilia con il nostro temperamento la lotta dura, perché a tanto sarà spinto Silvio Trentin dall’avvento del Fascismo.
 

Un uomo di sinistra     
Per una lotta dura contro l’oppressore ci vuole scatto, rigore, determinazione, incorruttibilità. Ci vuole durezza, inflessibilità, intransigenza. Occorre saper sfidare la legge, se iniqua, ed essere pronti a sacrificare tutto alla causa. Mai in pantofole, e possibilmente
astemi.      
Questo, a pensarci bene, è il ritratto di un
uomo di sinistra. Di un rivoluzionario in pectore, il rivoluzionario che alla fine Silvio Trentin sarà, parola di Bobbio.    
Gli uomini di sinistra possono anche non essere immuni dalla paura, come tutti. O, diciamo, dalla prudenza. Come gli amici del protagonista di
Una vita difficile, interpretato da Alberto Sordi. Quando era da scendere in piazza per la causa, mentre lui ci andava e pagava di persona, loro avevano sempre impegni da un’altra parte. Salvo poi raccogliere vantaggi, meriti, prebende e medaglie.     
Silvio Trentin non ebbe mai paura. Non si tirò mai indietro. Non ebbe mai impegni
da un’altra parte. Non delegò mai.     
Sulla sua pietra, come abbiamo visto, è scritto:
Apostolo di giustizia e libertà.     
Apostolo è colui che butta la bisaccia sulla spalla e parte con un solo paio di sandali, mettendo nel conto anche una brutta fine. Testa, cuore e
fegato.

Gioventù bruciata      
I primi anni di superiori, Silvio Trentin li fece nel prestigioso liceo Antonio Canova, a Treviso. Poi fu cacciato, per cattiva condotta. Pare che amasse fare scherzi e che, una notte, avesse liberato, nel dormitorio degli studenti, un gatto con alcuni barattoli legati alla coda.     
Siamo seri, la cosa ha tutte le caratteristiche della leggenda metropolitana. Bisogna catturare il gatto, tenerlo buono e silenzioso fino alle tre di notte, mentre gli si legano i barattoli alla coda       - cosa praticamente impossibile a farsi – e poi lanciarlo. Non esiste. Siamo di fronte al tipico
dolus bonus, ad un’esagerazione innocente e compiacente di amici ed ammiratori.
Rimane il fatto che fu cacciato dal preside del Canova, Francesco Nardari, suo futuro suocero. Gioventù bruciata. Oltre all’inclinazione per lo scherzo – altra caratteristica sandonatese? - pare che Silvio Trentin sia stato un eccellente caricaturista. Passò quindi da Treviso a Venezia, dove non gli andò molto meglio al Marco Foscarini. Era, sì, uno studente dotato, ma non si impegnava troppo. Poi venne la svolta con gli studi di giurisprudenza. All’università di Camerino, sarà il più giovane professore ordinario di diritto.  

Fotografo ed aviatore      
Verso il 1910, Silvio Trentin, appassionato del volo, ebbe un incidente aereo, che gli procurò una cronica infermità ad un orecchio. La sordità avrebbe potuto farlo esonerare dal servizio militare. Ma egli si fece arrolare lo stesso e servì nell’amministrazione della Croce Rossa.       
Dopo Caporetto volle entrare nel servizio attivo e fu al fronte come ufficiale osservatore di artiglieria sugli aerei, tra la tarda primavera ed il novembre 1918, in tempo per partecipare alla Battaglia del Solstizio.     
Del volo notturno sopra il Forte del Quarantotto abbiamo detto. Come fotografo, altra sua passione, percorse in volo tutto il fronte, dal Trentino al mare. Un’impresa non da poco.     
In piena guerra, si verificò uno degli eventi fondamentali della sua vita privata. Nel 1916, a trentuno anni, sposò Giuseppa Nardari, figlia del suo vecchio preside al Canova e figlioccia di Luigi Luzzatti. Da lei ebbe tre figli, due maschi ed una femmina. Uno dei maschietti fu protagonista di un grave incidente. Sfuggito al controllo dei genitori, si avventurò in un soppalco traditore in un palazzo di Venezia e precipitò da nove metri d’altezza. Rimase lungamente in coma, fra la vita e la morte. Immaginiamo che momenti, per i genitori.     
All’inizio degli Anni Venti, i due sposi si trasferirono a Venezia, prendendo casa vicino a Rialto.  

Matrimoni di guerra      
Le nozze, in guerra, sono un classico – sia detto col massimo rispetto. Anche chi scrive è figlio di un matrimonio di guerra. Il momento, dal futuro incerto, non sembrerebbe opportuno per formare una famiglia.
     
Ma, forse, è proprio l’incertezza che spinge a quel passo. L’uomo che parte per il fronte sente l’irresistibile bisogno di solidi affetti ai quali affidare la propria memoria nel caso deprecabile. Il bisogno di
avere una donna. Di avere qualcuno a cui scrivere e per cui desiderare di tornare. Di accelerare, di concentrare la vita.

Fumatori condannati a morte     
Con Ancillotto, Silvio Trentin fu un eroe dell’aria. Che il volo sia nel destino dei Sandonatesi? Ci resta da vedere quale fu il suo atteggiamento interiore nei confronti del conflitto e della pace vittoriosa. Un po’ tentiamo di indovinare, un po’ ci affidiamo al ricordo di Vittorio Ronchi.      
L’intollerante ed intollerabile retorica patriottarda per la vittoria fu simile, nelle caratteristiche isteriche, alla retorica odierna contro il tabacco, fondata, quest’ultima su premesse assolutamente non vere, come la pericolosità del fumo passivo – la storia è piena di persecuzioni , anche assai feroci, contro i fumatori. Ma il fumo non è mai stato debellato, forse per la benefica azione sociale che probabilmente svolge. Un re inglese previde anche la pena di morte, per i fumatori.
     
L’intolleranza trionfa sempre, pare, nei momenti storici in cui la gente è preda di una forte alienazione, di una dissociazione incontrollabile della personalità. Imperversano il politicamente corretto e le fesserie da
Grande Fratello. Negli Anni Venti, la dissociazione isterica nacque dall’orrore per il massacro, oggi per la globalizzazione. 

Ta-pum!  
Era impossibile, allora, denunciare la guerra per ciò che era stata, cioè un’orribile, inutile strage - parole di Sua Santità Benedetto XV, Romano Pontefice. Minimo, ti saresti tirato addosso l’accusa di tradimento. A conferma dell’inutilità della strage, resta il fatto che i conti rimasero in sospeso tra vinti e vincitori e furono regolati vent’anni dopo con raddoppiata violenza.     
La condotta della guerra, da parte italiana, era stata cinica ed insensata.     
Seicentotrentacinquemila morti, al novanta per cento di estrazione umilissima, un milione di feriti e mutilati. Fatti i conti, cinqucentosessantamila contadini ventenni fatti a pezzi.
    
Undici battaglie dell’Isonzo, una più sanguinosa dell’altra. Trecentomila morti. Carne contro il piombo delle mitragliatrici. La chiamarono l’
invitta Terza Armata, quella che insanguinò il fiume carsico. Facciamoci un esame di coscienza, che follia fu?
     
Non se la prendano le Associazioni d’Arma, il valore dei nostri poveri soldati è solo esaltato, da queste tristissime considerazioni.
 Una struggente canzone dell’epoca mi manda in depressione, quando l’ascolto. Si intitola Ta-pum! dallo sparo isolato dei cecchini austriaci.  
Nasce in quel momento l’usanza scaramantica di non accendere mai la sigaretta in tre con un solo cerino, perché porta sfiga. Di notte, il cecchino vedeva la fiammella nella nostra trincea. Se erano in tre ad accendere, al primo puntava, al secondo mirava, al terzo
Ta-pum! Una faccia devastata, il cervello di un ventenne italiano in pappe.       
Ricordiamoci che la guerra l’avevamo dichiarata
noi! Ce l’eravamo andata a cercare.
 

Quanto costa? Chi paga?      
Sotto la Serenissima, quando si profilava la necessità di un conflitto, la prima domanda che i saggi governanti di allora si facevano era:
Quanto costa? – quanto costa in denaro dello stato, in beni materiali e vite umane. E la seconda: Chi paga? – sempre in denaro dello stato, in beni materiali e vite umane. Domande che non avevano nemmeno sfiorato la capa dei Savoia e degli interventisti.      
Valevano la
liberazione di Trento e Trieste tanti morti? Non eravamo stati aggrediti, e proprio tanto male le due città non stavano, sotto gli Asburgo. Ragionando con la logica dell’unità della Patria, avremmo dovuto fare guerra anche alla Svizzera, per Lugano, od alla Francia, per la Corsica, Nizza e Savoia.

Mantenere le promesse     
Al fronte, i fanti contadini si chiedevano:
Per quale motivo dobbiamo farci ammazzare come mosche?     
Per la Patria? Per la Patria che ci nega la terra che lavoriamo?
    Nelle trincee serpeggiava la rivolta. Lenin aveva invitato i combattenti di ciascun fronte a rivolgere le baionette non più contro i fratelli proletari nelle trincee nemiche – i proletari non hanno patria, precisava - ma contro i propri ufficiali, cioè i borghesi, i capitalisti ed i proprietari terrieri. La voglia di farlo era tanta. Radio gavetta aveva diffuso l’incitamento rivoluzionario.
    Ad onor del vero, percentualmente, gli ufficiali borghesi, fino a capitano, avevano avuto più morti dei contadini, ma erano diversamente motivati.     
Fu così che dai padroni del Paese vennero annunciate le riforme politiche e, ai fanti contadini, fu promessa la terra, purché continuassero a combattere. Un patto sacro, giurato sul Piave, che molti furbacchioni sarebbero stati pronti ad infrangere, a vittoria ottenuta. A Treviso si dice volgarmente
magna e desmentega.  
Nel primo dopoguerra, Silvio Trentin era invece ossessionato dalla necessità di
mantenere quelle promesse. Riforme, come un suffragio universale vero, e la terra a chi la lavorava, con patti meno onerosi.     
Si confidò più volte, a questo proposito, con Vittorio Ronchi.
Non si può mentire al popolo, diceva. Per lui, non onorare la parola data su tanto sangue, sarebbe stato un peccato mostruoso, un peccato laico e mazziniano, un grido di vendetta al cospetto di Dio.    
 
Silvio Trentin si candidò alle elezioni politiche del novembre 1919, le prime veramente a scrutinio universale, anche se solo maschile. Perché votino le donne, bisognerà aspettare ancora una guerra mondiale.     
Nessuno studioso di Silvio Trentin, che io sappia, ha approfondito la natura della formazione – la
Democrazia Sociale – per la quale il giovane professore si presentò, e venne eletto. Lo faremo nella prossima puntata. Forse.

 

5 - Continua

[1] G. GROSSO, Storia del diritto romano, pag.205.
[2]
Francesca) MASSAROTTO RAOUIK, Brasile per sempre.