Gli itinerari

Mamma Lucia ed il soldato d’Israele

I miti sandonatesi -  - di Giuseppe Toffolo

Erano quasi tutti degli Yes Men

   Mosca, domenica 21 settembre 2003. Stiamo percorrendo a piedi il Novi Arbat, che, con tutte quelle insegne al neon, sembra una strada della periferia di Las Vegas. Siamo diretti al Cremlino. Le signore ci precedono di una decina di passi, alla disperata ma inutile ricerca di qualche negozio con vetrina. A dodici anni dalla caduta del regime antivetrine e delle file davanti ai negozi, i Russi non hanno ancora imparato ad allestirne. Le vetrine moscovite sono finestroni stretti e lunghi, con lunghe strisce di carta da pacchi ad accecarle.
   Ezio, ex chierichetto-capo (precisazione, questa del capo, dovuta a Mario Masala, che era ai suoi ordini) mi sta raccontando di monsignor Saretta e di Lucia Schiavinato. Mi fido moltissimo delle sue opinioni. La sua correttezza, l’onestà, la cortesia fanno onore a S.Donà. Nella foto dei chierichetti pubblicata nella terza puntata di questo ciclo, è lo spilungone che guarda verso il cielo con la bocca aperta, come se stesse osservando la planata della colomba dello Spirito Santo sopra la commovente cerimonia.

  
Premette che il parroco era molto colto ed intelligente. Non ha dubbi.
   - Monsignor Saretta rispettava negli altri solo l’intelligenza – dice. – Di conseguenza, non nutriva, in generale, molta stima dei suoi collaboratori laici adulti, tutte persone assai mediocri. Dei veri yes men
    Ezio nomina un’eccezione o due, mi pare. Ma la memoria non mi aiuta, perciò mi scuso con le suddette eccezioni, e coi loro eredi, se non ne faccio i nomi.
    - Era in fondo il suo cruccio, essere circondato da tanto servilismo, un ulteriore motivo di solitudine esistenziale. Tu fai questo, tu fai quello, tu quell’altro, diceva. Ed erano tutti pronti a battere i tacchi ed a scattare, senza sollevare obiezioni, qualunque fosse l’ordine. Come fai ad aprire il tuo animo a gente con poco cervello?
   - E Lucia Schiavinato? - chiedo.

Ghe ne riparlaren, Monsignor

    - Lei era una delle poche persone che Monsignor Saretta rispettava, proprio per il fatto dell’intelligenza, anche se molto spesso i due non si trovavano d’accordo su molte questioni. Lei aveva ben presente l’importante posizione di Monsignor Saretta in seno alla Chiesa. Ubbidiva se del caso, ma non si faceva per nulla intimidire dall’uomo. Capitava spesso che lui si ritrovasse impotente di fronte agli argomenti di lei, e qualche volta era anche in difficoltà.
   Peccato, penso, che l’intelligenza Monsignor Saretta l’avesse trovata in una donna, con cui, per evidenti motivi dottrinari e di disciplina ecclesiale, non poteva entrare più di tanto in intimità. Probabilmente era anche il suo confessore.
   - Descrivimela – chiedo.
   - Me la ricordo, quando veniva a messa ultima, la domenica, col velo sulla testa ed il messale stretto in mano. Piccola, minuta, il suo posto era un banco della prima fila, a destra. Seguiva composta la funzione, china sul libro aperto. Ascoltava impassibile, col busto eretto, la tonante predica. Faceva la comunione. Poi, a messa finita, si infilava in sagrestia, dove Monsignor Saretta stava deponendo i paramenti sacri. Andava dritta verso di lui, ed i due si appartavano nell’angolo in fondo, cominciando sottovoce un’animata discussione. 
   In genere era Monsignor Saretta a stare sulla difensiva. Noi chierichetti coglievamo di lui alcuni mozziconi di frasi come Ma vede, signorina Lucia…però…bisognaria che…no intendevo questo… Di quello che diceva lei sentivamo poco, perché parlava a voce molto bassa. 
    Non si scomponeva mai. Per ogni sì con la testa che faceva a Monsignore, c’era almeno un paio di no, che commentava con un
no me par mìo, monsignor…
    Portava i capelli raccolti a crocchia, come Tordella del Corriere dei Piccoli. Spesso, alla fine del conciliabolo, lei concludeva con un Ghe ne riparlaren, Monsignor, pronunciato a voce alta. Segno che non aveva ceduto alle pressioni di lui.
    Guardando la scena con gli occhi di poi, viene spontaneo pensare che fra qualche decina d’anni l’onnipotente parroco sarà praticamente dimenticato, mentre lei sarà sugli altari. Dimenticato come Silvio Trentin, per il quale sospetto seriamente sia in atto una damnatio memoriæ – ma ne riparleremo. 
    Un suggerimento. Dato che Lucia Schiavinato non potrà soppiantare come protettrice di S.Donà la Madonna del Rosario, che fece trionfare la flotta veneziana e cristiana a Lepanto contro gli Infedeli, proporrei di farla protettrice delle vittime del traffico, data la particolare creatività di autisti, motociclisti, ciclisti e pedoni sandonatesi.
    Alcune sere fa, amici mestrini osservavano:
    - Si legge spesso che giovani di S.Donà muoiono in incidenti stradali.
    In Piazza Indipendenza, i ciclisti corrono impuniti sotto i portici. Una giovanotta sui trent’anni, equipaggiata con regolamentare acqua minerale da bere a canna, qualche giorno fa, ha creato il caos. Stava per investire una madre col carrozzino e relativo infante neonato dentro, due anziani malfermi sulle gambe, una coppia di studentesse. Quando la giovane madre le fa osservare che le biciclette dovrebbero correre in strada e non sul marciapiede, quella grida che corre dove vuole perché là non c’è pista ciclabile e quindi lei non può arrischiare la vita nella via. Aveva ancora ragione lei… Vorrei vedere che a Treviso uno fosse beccato a pedalare in Piazza dei Signori.

Ivan Grosnij 

    A metà strada dell’Arbat mi trovo senza sigarette, così mi acconcio a prendere, ad un chiosco, delle miserabili Marlboro russe, meschine nel prezzo e meschine nel gusto. Acquisto anche, ad una bancarella, un libro di Henri Troyat, Ivan Grosnij, cioè Ivan il Terribile, primo zar di tutte le Russie. Tre euro. Poco, dato che il libro è bene stampato e meglio rilegato. 

     Tornato in Italia, costringo quello dalla libreria Manzoni a procurarmi la versione italiana, così posso leggere il russo con testo a fronte, evitandomi di morire sfogliando il vocabolario. Che giro linguistico! Troyat, naturalizzato francese ed Accademico di Francia, ha naturalmente scritto il suo libro nella lingua di Voltaire.
    Henri Troyat fu portato via bambino dalla Russia allo scoppio della rivoluzione bolscevica. Quella sua egregia biografia dello zar psicopatico traccia anche un eccellente profilo storico del popolo russo. Un popolo che ha tollerato di tutto dagli autocrati folli che lo hanno governato, ricambiando l’oppressione, le torture, le estorsioni, con la venerazione riservata ai santi. Zar, da Cæsar, che era il titolo onorifico riservato ai re come Davide e Salomone od ai Maccabei nella versione russo ortodossa della Bibbia.

Nicola II

    I Russi, dopo la disastrosa caduta del comunismo, hanno ricuperato i resti di Nicola II Romanov, assassinato dai Bolscevichi, e lo hanno fatto santo. Uno che, se non fossi personalmente un mite, e convinto della necessità del perdono cristiano, al pensiero delle stragi del 1905 di donne, bambini, vecchi, operai affamati, di S.Pietrogrado, avrei tirato io il grilletto, giuro, a Ekaterinburg (Sverdlovsk, ai tempi belli dell’Unione Sovietica).
    Inconcepibile, per noi Occidentali, fare santo un mostro del genere. Ma i Russi sono fatti così. Noi, invece, negli ultimi duemila anni abbiamo sempre avuto chi ha detto no al potere tirannico, o quanto meno ghe ne riparlaren
    Ci siamo tenuti, come dire, costantemente in esercizio. Siamo stati eretici, ribelli, rivoluzionari, pirati, dissenzienti, riformatori, ammutinati, carbonari, cospiratori, obiettori, insorti, regicidi, irredentisti, contestatori, figli dei fiori. Ciascuno coi propri metodi, violenti o non violenti. Abbiamo avuto rivolte, rivoluzioni, pronunciamientos, congiure, riforme, attentati, guerre civili e religiose, jacqueries, resistenze, insurrezioni, e non ci siamo mai arresi al potere senza controlli, cioè all’ingiustizia. 
    Lucia Schiavinato è stata, cristianamente, come S.Francesco, tra chi ha detto uno dei
no più rotondi della storia di noi Occidentali. Naturalmente, non mi riferisco ai no a monsignor Saretta, ci mancherebbe, ma ai no all’ingiustizia, che è oblio ed abbandono dei più poveri e dei più deboli. Un no più sublime di quello di Teresa di Calcutta. E’ facile vedere la sofferenza e l’ingiustizia in India. Molto più difficile è avere occhi per vederla in casa nostra. In genere, tiriamo via.
   Se può consolare noi cattolici, la Chiesa Ortodossa Russa proclama i santi semplicemente registrandone il nome in un apposito Libro d’Oro, per decreto del Sacro Sinodo di Mosca. Nulla a che vedere con la nostra
canonizzazione, accurato processo che è oggi in corso per la fondatrice del Piccolo Rifugio.

La scheda biografica

    Lucia Schiavinato (1900-1977) apparteneva ad una famiglia benestante. Era assai cagionevole di salute. La mamma era maestra, così, quando a causa della salute malferma, Lucia rinunciò a frequentare la scuola pubblica, ebbe comunque un’istruzione adeguata. Durante l’occupazione austriaca del 1917-18 fu profuga con la famiglia in Liguria. Di là scrisse una lettera infiammata al nuovo giovane parroco, Monsignor Saretta, offrendo i propri servigi alla comunità religiosa sandonatese. Al ritorno, lavorò intensamente nell’ambito delle opere parrocchiali.     In occasione del Congresso Eucaristico del 1925, indetto in concomitanza della consacrazione del duomo ricostruito, una delle relazioni ufficiali era stata affidata proprio a lei. Il suo nome figura infatti nell’elenco stilato dall’arciprete. Ma poi era stata depennata, e sostituita da tale signorina Poloni. Da quel che ho capito, non si sa ancora oggi con precisione quale delle due donne abbia letto la relazione. 
    Mi sfuggono le ragioni profonde di un congresso eucaristico. Importanti ragioni teologali, sicuramente. E di evangelizzazione. Ma anche spettacolari, e di ricerca di consenso fra il popolo, non c’è nulla di male.
 

    A quel tempo Monsignor Saretta aveva quarant’anni. La prova che gli toccò superare non fu da poco. Immaginate, mettere d’accordo i capi, uno più permaloso dell’altro, del genere se quello non viene non vengo neanch’io. Sapete come sono i capi. Il vescovo Longhin gli scriveva, quando ormai tutto era pronto - che non c’era il concorso di abbastanza vescovi e che forse – velato ricatto – sarebbe stato meglio rimandare il tutto a data da destinarsi, soprattutto se non ci fosse stato il vescovo di Udine. D’altra parte, il vescovo di Udine aveva un grave imbarazzo. Proprio quel sabato era stato scelto dal suo autista per sposarsi, e lui, sua eminenza, non si fidava del sostituto neopatentato. 
  
Tra le gatte da pelare, per Monsignor Saretta, ci fu probabilmente – gli storici seri mi correggano se sbaglio nel fare questa ipotesi – anche un confidenziale, sussurrato e provincialissimo
non expedit nei confronti di Lucia Schiavinato, sostituita quindi dalla più malleabile (?) signorina Poloni? 
    Certo, Lucia aveva il suo caratterino, e quelli col caratterino vengono subito segnati a dito, soprattutto in certi ambienti. Fatto sta che le sue
Volontarie della Carità, come i primi Francescani – non furono mai sottoposte alla disciplina ecclesiastica. Erano e sono restate laiche, meglio, secolari, non pronunciano voti religiosi perpetui. Così come non li pronunciò mai Lucia.
   Il congresso andò egregiamente, nonostante le bizze dei capi. La partecipazione di popolo fu enorme, un successo personale dell’arciprete,
grande organizzatore, come dicono i suoi estimatori. La chiesa marciana, cioè la chiesa veneta, era autenticamente vicina al popolo, nel senso che lo aiutava, lo difendeva e lo soccorreva nella sua miseria nera. 
    Di là da ogni discorso, sono sicuro che questa vicinanza ha risparmiato all’Italia intera grandi sciagure, vale a dire la vittoria del comunismo nel secondo dopoguerra.
   Lucia Schiavinato, da parte sua, con ogni probabilità se la legò cristianamente ad un dito e forse fu quello il momento in cui decise e scelse lo stato laico per le sue future volontarie.   

  
Nel 1937, l’antivigilia di Natale, in una stanza d’affitto che dà sul Campiello, Lucia Schiavinato accolse, ospitò e curò una povera vecchia sola ed ammalata. Nacque così il
Piccolo Rifugio. Anche su questa data non ho trovato concordi le fonti. Alcune dicono 1935, ma in fondo non ha importanza. Pensiamoci bene. Fu una cosa veramente grande. Ed ancor più grande che il fatto non finì lì. Quanti di noi sarebbero capaci di una cosa del genere?
    L’opera fondata da Lucia Schiavinato si sviluppò rapidamente. Aumentarono le persone assistite, soprattutto disabili. Qualche anno dopo, Lucia impiegò la propria eredità per comprare l’edificio in Via Dante in cui è ospitato ancora oggi il Piccolo Rifugio.
    Nel 1941, con l’aiuto di Attilio Rizzo, col quale divideva il profondo impegno religioso, portò a compimento la costruzione e l’arredo della cappella, nella quale si tiene l’adorazione perpetua dell’Eucaristia.
    Non paga di quanto aveva realizzato fino a quel momento, Lucia, dopo una breve parentesi di vita politica, decise di estendere il proprio intervento alle terre di missione. Di operare in diaspora, come diceva lei. Parte per il Brasile, ad assistere poveri e lebbrosi. Morì di cancro, nel 1977, a  Verona. 

Carlo Barosco

     Il 24 marzo del 2001 è cominciato il processo di canonizzazione di Lucia Schiavinato. L’avvenimento è stato celebrato a San Donà, nel venticinquennale della morte, con una manifestazione pubblica che ha visto molti prestigiosi contributi, da quello di Rosy Bindi, a quello del sindaco del tempo, Vasco Magnolato. Agli atti di quel convegno rimando coloro che volessero approfondire. Soprattutto al contributo di Mario Pettoello, il più completo, articolato ed intelligente. L’intervento è integralmente riportato nel numero 5, del dicembre 2001, nel bollettino Amore vince del Piccolo Rifugio. Amore vince, è anche il motto dell’intera opera della futura santa.
    Questo, per la storia delle idee. Per il
mito di Mamma Lucia, che si rivolge più all’immaginazione dei concittadini che alla ragione, sentiamo che cosa ha da dire Carlo Barosco, attuale presidente dell’Opera da lei fondata. Anche lui ha partecipato al convegno del venticinquennale con un’interessante relazione.
    Carlo Barosco è un ex dirigente industriale dal fisico robusto e dal temperamento tranquillo. E’ sposato, ha figli. Non si scalda mai. Ed è uno di quei modesti che sono tali perché sanno bene di valere. Dice che è stato il caso (Manzoni avrebbe riservato il merito alla divina Provvidenza) a portarlo alla guida del Piccolo Rifugio.
Piccolo, spiega, vuol dire familiare. 
    L’idea di Lucia Schiavinato era che l’ambiente non dovesse assomigliare per niente alle pie ma pelose istituzioni benefiche di una volta, in cui il ricoverato veniva trattato più o meno come Oliver Twist nel suo orfanotrofio lager. L’ospite del Piccolo Rifugio doveva sentirsi invece circondato da un affetto autenticamente familiare. In altre parole, secondo Lucia Schiavinato, la carità doveva coincidere con l’amore. Con il rispetto.
    (Che non siano chiacchiere, me lo conferma il giovane Marco B., di Venezia, una delle mie fonti, idee di sinistra estrema, che ha fatto il suo servizio civile al Piccolo Rifugio, qualche anno fa. Racconta: Per me è stata un’esperienza fondamentale, indimenticabile. Ci volevamo tutti bene. L’unica che non potevo sopportare era la direttrice. Pareva che ce l’avesse con me…).

    
Negli Anni Cinquanta, precisa Carlo Barosco, il Piccolo Rifugio acquistò personalità giuridica, come
Fondazione di Culto e di Religione. Ottenne anche riconoscimenti pontifici. Oggi, le case in Italia sono sette ed innumerevoli sono i benefattori. Sul modello del Piccolo Rifugio è stata presentata la legge quadro in cui si individuano le strutture per le case di accoglienza per disabili, le quali, fra l’altro, non devono avere più di venti letti. E devono essere, appunto, delle case-famiglia.
     A suo tempo, Lucia Schiavinato, quando la Legge Merlin abolì le
case chiuse, soccorse anche molte di quelle donne infelici, rimaste senza un posto dove andare.   
    
Chiedo a Carlo Barosco di descrivermi Lucia Schiavinato. Secondo lui, esprimeva calma, serenità e
concentrazione. Non perdeva un secondo del suo tempo. Dormiva pochissimo e trascorreva la notte seduta in una poltrona. Stava a letto solo quand’era ammalata. La sua giornata era divisa fra l’assistenza, la ricerca di benefattori e l’adorazione dell’Eucaristia. Più di una volta aveva rifiutato l’offerta di una nuova sede, perché priva della possibilità di costruirvi una cappella. 
    Ad una mia precisa domanda, Carlo Barosco dice che le persone mantenevano da lei una rispettosa distanza. Caso mai
era lei ad avvicinarsi. Come tutte le persone tese alle realtà ben più elevate di questo nostro povero mondo, non ci teneva in modo particolare a lasciare scritti suoi. Distruggeva sistematicamente le sue lettere. Ubbidì, però, quando le fu assegnato, su pressione dei vescovi Longhin e poi di Carraro, un assistente spirituale per dirigerla. 
   Un modo per controllarla, non si sa mai, con certi spiriti troppo
forti – ma questo lo dico io, linguaccia trevisana, memore di quanto era avvenuto nel 1925 in occasione del Congresso Eucaristico. Anche S.Francesco era spiato.
   

 La mistica 

    E’ proprio in base alla corrispondenza con l’assistente spirituale, che ha preso avvio il processo di canonizzazione. Una sorella del prete trovò, dopo la morte di lui, le lettere di Lucia. La lettura ne rivelò il grande misticismo. Ed è quindi la mistica che attende di essere fatta santa, non tanto o non solo la benefattrice dei poveri e dei disabili, precisa Carlo Barosco.
    A conferma delle sue virtù eroiche giunse la scoperta del testamento spirituale di Lucia Schiavinato. Quando venne ristrutturato il tabernacolo nella cappella di Via Dante, trovarono una lettera autografa. Era una lode appassionata del SS. Sacramento. Nient’altro, lo scarno, sublime riassunto d’una vita intensa.

   
Ad un laico come me, che non l’ha mai conosciuta personalmente, Lucia Schiavinato, è particolarmente cara, perché, con la sua opera, leva un inno alla fratellanza fra gli uomini, all’uguaglianza di là dalle gerarchie, all’indipendenza di giudizio, cioè alla ragione ed alla libertà. Si tratta di un’anima che ha detto no. E che no, sommesso ma fermissimo. Che ha saputo vedere oltre gli orpelli ed i
pareci.
   
 
Lucia
Schiavinato

 

Ubbidendo con umiltà, ha certamente edificato e dato lezione, lei, di santità e di devozione, al prete che avrebbe dovuto assisterla spiritualmente. E, se la lezione è poi arrivata abbastanza in alto, anche a quelli che gliel’avevano voluto mettere alle costole.

     Sempre fedele a se stessa, a se stessa non è sopravvissuta in vita, come in qualche modo è toccato – lo vedremo – a Monsignor Saretta ed a Silvio Trentin.

La sartina 

     Ezio B. ha, come tanti, delle sorelle, Bruna e Luisa. Il loro nonno materno rimase vittima di un atroce delitto compiuto verso la metà degli Anni Trenta. Quel nonno si chiamava Angelo Michelino. Una notte, udendo dei rumori in cortile, si affacciò alla finestra e fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco.
     Dalle signorine Bruna e Luisa ho raccolto questo aneddoto. Il fatto accadde quando la loro mamma era una giovanissima apprendista sarta. Un giorno accompagnò la sua datrice di lavoro, la signora Nardini, ad alcune prove in casa di Lucia Schiavinato, che, mi dicono, viveva in un appartamento sopra la Cassa di Risparmio. Allora si usava che ai clienti di riguardo si andassero a fare le prove in casa. 
     La mamma di Bruna e Luisa aveva il compito di passare gli spilli, il gesso – ve lo ricordate quel gesso da sarti, grasso e duro, a forma di rotella? – il metro, mentre la sarta riprendeva pinces e correggeva eventuali difetti dell’imbastitura. Divenuta adulta, l’antica sartina portava sempre ad esempio, per le figliole, l’estrema modestia di Lucia, e la diligenza che ci metteva, durante le prove, ad eliminare le ancor minime scollature ed ogni più piccolo particolare nell’abito che potesse evidenziare la sua femminilità. Pudicizia che avrebbe conservato per tutta la vita.
    Oggi forse possiamo sorridere di queste cose. Ma io non lo farei a cuor leggero, pensando agli sciocchi messaggi che con sfrontatezza ci vengono quotidianamente ammanniti, via
mass media, da ragazze avide e furbette che, con le loro nudità quei media ingombrano. Qualche volta, anche oggi, si ha il desiderio di respirare un po’ d’aria pulita. Di un po’ di pudicizia.
 

Il soldato d’Israele 

     Il vecchio arabo, uguale uguale ad uno dei nostri repentini di una volta, innocuo come loro,  uguale uguale ad uno dei cafoni uccisi a Portella delle Ginestre, urlava e piangeva. Si aggrappava in ginocchio alla polvere della sua terra avara, la sua vita. Qualche metro più in là, un bulldozer sradicava uno dei suoi olivi. Con gli olivi sradicavano anche l’anima sua.
    Stanno costruendo il muro. Tuta mimetica, fucile automatico spianato, elmetto, un soldato d’Israele lo spinge via a pedate e spintoni. 
      Se quel giovanotto in armi fosse stato un uomo, avrebbe sollevato per le spalle il vecchio arabo e lo avrebbe abbracciato stretto. Avrebbe pianto con lui. Forse quel soldato sarebbe finito davanti alla corte marziale. Ma ne sarebbe valsa la pena. Sono occasioni che capitano una volta sola nella vita. 
     Nel caso di Lucia Schiavinato, invece, su occasioni come quella, è stata costruita tutta la vita.

     Ghe ne riparlaren, monsignor…

Giuseppe Toffolo

i miti sandonatesi / Mamma Lucia ed il soldato d’Israele  / 2004

Per gli atti del Convegno per il venticinquennale della morte di Lucia Schiavinato, tenutosi il 13 ottobre 2001,
consultare la pagina: www.sandonadomani.it/documenti/?ref=schiavinato.htm