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Erano
quasi tutti degli Yes Men
Mosca, domenica 21 settembre 2003. Stiamo percorrendo a piedi il Novi
Arbat, che, con
tutte quelle insegne al neon, sembra una strada della periferia di Las
Vegas. Siamo diretti al Cremlino. Le signore ci precedono di una decina di
passi, alla disperata ma inutile ricerca di qualche negozio con vetrina. A
dodici anni dalla caduta del regime antivetrine e delle file davanti ai
negozi, i Russi non hanno ancora imparato ad allestirne. Le vetrine
moscovite sono finestroni stretti e lunghi, con lunghe strisce di carta da
pacchi ad accecarle.
Ezio, ex chierichetto-capo (precisazione, questa del capo,
dovuta a Mario Masala, che era ai suoi ordini) mi sta raccontando di
monsignor Saretta e di Lucia Schiavinato. Mi fido moltissimo delle sue
opinioni. La sua correttezza, l’onestà, la cortesia fanno onore a S.Donà.
Nella foto dei chierichetti pubblicata nella terza puntata di questo
ciclo, è lo spilungone che guarda verso il cielo con la bocca aperta,
come se stesse osservando la planata della colomba dello Spirito Santo
sopra la commovente cerimonia.
Premette che il parroco era molto colto ed
intelligente. Non ha dubbi.
- Monsignor Saretta rispettava negli altri solo l’intelligenza
– dice. – Di conseguenza, non nutriva, in generale, molta stima dei
suoi collaboratori laici adulti, tutte persone assai mediocri. Dei veri yes
men.
Ezio nomina un’eccezione o due, mi pare. Ma la memoria non mi
aiuta, perciò mi scuso con le suddette eccezioni, e coi loro eredi, se
non ne faccio i nomi.
- Era in fondo il suo cruccio, essere circondato da tanto
servilismo, un ulteriore motivo di solitudine esistenziale. Tu
fai questo, tu fai quello, tu quell’altro,
diceva. Ed erano tutti pronti a battere i tacchi ed a scattare, senza
sollevare obiezioni, qualunque fosse l’ordine. Come fai ad aprire il tuo
animo a gente con poco cervello?
- E Lucia Schiavinato? - chiedo.
Ghe
ne riparlaren, Monsignor
- Lei era una delle poche persone che Monsignor Saretta rispettava,
proprio per il fatto dell’intelligenza, anche se molto spesso i due non
si trovavano d’accordo su molte questioni. Lei aveva ben presente
l’importante posizione di Monsignor Saretta in seno alla Chiesa.
Ubbidiva se del caso, ma non si faceva per nulla intimidire dall’uomo.
Capitava spesso che lui si ritrovasse impotente di fronte agli argomenti
di lei, e qualche volta era anche in difficoltà.
Peccato, penso, che
l’intelligenza Monsignor Saretta l’avesse trovata in una donna, con
cui, per evidenti motivi dottrinari e di disciplina ecclesiale, non poteva
entrare più di tanto in intimità. Probabilmente era anche il suo
confessore.
- Descrivimela –
chiedo.
- Me la ricordo,
quando veniva a messa ultima, la domenica, col velo sulla testa ed il
messale stretto in mano. Piccola, minuta, il suo posto era un banco della
prima fila, a destra. Seguiva composta la funzione, china sul libro
aperto. Ascoltava impassibile, col busto eretto, la tonante predica.
Faceva la comunione. Poi, a messa finita, si infilava in sagrestia, dove
Monsignor Saretta stava deponendo i paramenti sacri. Andava dritta verso
di lui, ed i due si appartavano nell’angolo in fondo, cominciando
sottovoce un’animata discussione.
In genere era Monsignor Saretta a stare sulla difensiva. Noi
chierichetti coglievamo di lui alcuni mozziconi di frasi come Ma
vede, signorina Lucia…però…bisognaria che…no intendevo questo… Di
quello che diceva lei sentivamo poco, perché parlava a voce molto
bassa.
Non si
scomponeva mai. Per ogni sì con la testa che faceva a Monsignore, c’era
almeno un paio di no, che commentava con un no
me par mìo, monsignor…
Portava i
capelli raccolti a crocchia, come Tordella del Corriere
dei Piccoli.
Spesso, alla fine del conciliabolo, lei concludeva con un Ghe
ne riparlaren, Monsignor,
pronunciato a voce alta. Segno che non aveva ceduto alle pressioni di lui.
Guardando la scena con gli occhi di poi, viene spontaneo pensare
che fra qualche decina d’anni l’onnipotente parroco sarà praticamente
dimenticato, mentre lei sarà sugli altari. Dimenticato come Silvio
Trentin, per il quale sospetto seriamente sia in atto una damnatio
memoriæ
– ma
ne riparleremo.
Un suggerimento. Dato che Lucia Schiavinato non potrà soppiantare
come protettrice di S.Donà la Madonna del Rosario, che fece trionfare la
flotta veneziana e cristiana a Lepanto contro gli Infedeli, proporrei di
farla protettrice delle vittime del traffico, data la particolare
creatività di autisti, motociclisti, ciclisti e pedoni sandonatesi.
Alcune sere fa,
amici mestrini osservavano:
- Si legge
spesso che giovani di S.Donà muoiono in incidenti stradali.
In Piazza
Indipendenza, i ciclisti corrono impuniti sotto i portici. Una giovanotta
sui trent’anni, equipaggiata con regolamentare acqua minerale da bere a
canna, qualche giorno fa, ha creato il caos. Stava per investire una madre
col carrozzino e relativo infante neonato dentro, due anziani malfermi
sulle gambe, una coppia di studentesse. Quando la giovane madre le fa
osservare che le biciclette dovrebbero correre in strada e non sul
marciapiede, quella grida che corre dove vuole perché là non c’è
pista ciclabile e quindi lei non può arrischiare la vita nella via. Aveva
ancora ragione lei… Vorrei vedere che a Treviso uno fosse beccato a
pedalare in Piazza dei Signori.
Ivan
Grosnij
A metà strada dell’Arbat
mi trovo senza sigarette, così mi acconcio a prendere, ad un chiosco,
delle miserabili Marlboro
russe, meschine nel prezzo e meschine nel gusto. Acquisto anche, ad una
bancarella, un libro di Henri Troyat, Ivan
Grosnij, cioè
Ivan il Terribile, primo zar di tutte le Russie. Tre euro. Poco, dato che
il libro è bene stampato e meglio rilegato.
Tornato in Italia, costringo quello dalla libreria Manzoni a
procurarmi la versione italiana, così posso leggere il russo con testo a
fronte, evitandomi di morire sfogliando il vocabolario. Che giro
linguistico! Troyat, naturalizzato francese ed Accademico di Francia, ha
naturalmente scritto il suo libro nella lingua di Voltaire.
Henri Troyat fu portato via bambino dalla Russia allo scoppio della
rivoluzione bolscevica. Quella sua egregia biografia dello zar psicopatico
traccia anche un eccellente profilo storico del popolo russo. Un popolo
che ha tollerato di tutto dagli autocrati folli che lo hanno governato,
ricambiando l’oppressione, le torture, le estorsioni, con la venerazione
riservata ai santi. Zar,
da Cæsar,
che era il titolo onorifico riservato ai re come Davide e Salomone od ai
Maccabei nella versione russo ortodossa della Bibbia.
Nicola
II
I Russi, dopo la disastrosa caduta del comunismo, hanno ricuperato
i resti di Nicola II Romanov, assassinato
dai Bolscevichi, e lo hanno fatto santo.
Uno che, se non fossi personalmente un mite, e convinto della necessità
del perdono cristiano, al pensiero delle stragi del 1905 di donne,
bambini, vecchi, operai affamati, di S.Pietrogrado, avrei tirato io il
grilletto, giuro, a Ekaterinburg
(Sverdlovsk, ai tempi belli dell’Unione Sovietica).
Inconcepibile, per noi Occidentali, fare santo un mostro del
genere. Ma i Russi sono fatti così. Noi, invece, negli ultimi duemila
anni abbiamo sempre avuto chi ha detto no
al potere tirannico, o quanto meno ghe
ne riparlaren.
Ci siamo tenuti, come dire, costantemente in esercizio. Siamo stati
eretici, ribelli, rivoluzionari, pirati, dissenzienti, riformatori,
ammutinati, carbonari, cospiratori, obiettori, insorti, regicidi,
irredentisti, contestatori, figli dei fiori. Ciascuno coi propri metodi,
violenti o non violenti. Abbiamo avuto rivolte, rivoluzioni, pronunciamientos,
congiure, riforme, attentati, guerre civili e religiose, jacqueries,
resistenze, insurrezioni, e non ci siamo mai arresi al potere senza
controlli, cioè all’ingiustizia.
Lucia
Schiavinato è stata, cristianamente, come S.Francesco, tra chi ha detto
uno dei no
più rotondi della storia di noi Occidentali. Naturalmente, non mi
riferisco ai no a monsignor Saretta, ci mancherebbe, ma ai no
all’ingiustizia, che è oblio ed abbandono dei più poveri e dei più
deboli. Un no più sublime di quello di Teresa di Calcutta. E’ facile
vedere la sofferenza e l’ingiustizia in India. Molto più difficile è
avere occhi per vederla in casa nostra. In genere, tiriamo via.
Se può consolare noi
cattolici, la Chiesa Ortodossa Russa proclama i santi semplicemente
registrandone il nome in un apposito Libro d’Oro, per decreto del Sacro
Sinodo di Mosca. Nulla a che vedere con la nostra canonizzazione,
accurato processo che è oggi in corso per la fondatrice del Piccolo
Rifugio.
La
scheda biografica
Lucia Schiavinato (1900-1977) apparteneva ad una famiglia
benestante. Era assai cagionevole di salute. La mamma era maestra, così,
quando a causa della salute malferma, Lucia rinunciò a frequentare la
scuola pubblica, ebbe comunque un’istruzione adeguata. Durante
l’occupazione austriaca del 1917-18 fu profuga con la famiglia in
Liguria. Di là scrisse una lettera infiammata al nuovo giovane parroco,
Monsignor Saretta, offrendo i propri servigi alla comunità religiosa
sandonatese. Al ritorno, lavorò intensamente nell’ambito delle opere
parrocchiali. In
occasione del Congresso Eucaristico del 1925, indetto in concomitanza
della consacrazione del duomo ricostruito, una delle relazioni ufficiali
era stata affidata proprio a lei. Il suo nome figura infatti nell’elenco
stilato dall’arciprete. Ma poi era stata depennata, e sostituita da tale
signorina Poloni. Da quel che ho capito, non si sa ancora oggi con
precisione quale delle due donne abbia letto la relazione.
Mi sfuggono le
ragioni profonde di un congresso eucaristico. Importanti ragioni
teologali, sicuramente. E di evangelizzazione. Ma anche spettacolari, e di
ricerca di consenso fra il popolo, non c’è nulla di male.
A quel tempo Monsignor Saretta aveva quarant’anni. La prova che
gli toccò superare non fu da poco. Immaginate, mettere d’accordo i
capi, uno più permaloso dell’altro, del genere se
quello non viene non vengo neanch’io.
Sapete come sono i capi. Il vescovo Longhin gli scriveva, quando ormai
tutto era pronto - che non c’era il concorso di abbastanza vescovi e che
forse – velato ricatto – sarebbe stato meglio rimandare il tutto a
data da destinarsi, soprattutto se non ci fosse stato il vescovo di Udine.
D’altra parte, il vescovo di Udine aveva un grave imbarazzo. Proprio quel
sabato era stato scelto dal suo autista per sposarsi, e lui, sua eminenza,
non si fidava del sostituto neopatentato.
Tra le gatte da pelare, per Monsignor Saretta, ci fu
probabilmente – gli storici seri mi correggano se sbaglio nel fare
questa ipotesi – anche un confidenziale, sussurrato e provincialissimo non
expedit nei
confronti di Lucia Schiavinato, sostituita quindi dalla più malleabile
(?) signorina Poloni?
Certo, Lucia
aveva il suo caratterino, e quelli col caratterino vengono subito segnati
a dito, soprattutto in certi ambienti. Fatto sta che le sue Volontarie
della Carità,
come i primi Francescani – non furono mai sottoposte alla disciplina
ecclesiastica. Erano e sono restate laiche, meglio, secolari, non
pronunciano voti religiosi perpetui. Così come non li pronunciò mai
Lucia.
Il congresso andò
egregiamente, nonostante le bizze dei capi. La partecipazione di popolo fu
enorme, un successo personale dell’arciprete, grande
organizzatore,
come dicono i suoi estimatori. La chiesa marciana,
cioè la chiesa veneta, era autenticamente vicina al popolo, nel senso che
lo aiutava, lo difendeva e lo soccorreva nella sua miseria nera.
Di là da ogni discorso, sono sicuro che questa vicinanza ha
risparmiato all’Italia intera grandi sciagure, vale a dire la vittoria
del comunismo nel secondo dopoguerra.
Lucia Schiavinato, da
parte sua, con ogni probabilità se la legò cristianamente ad un dito e
forse fu quello il momento in cui decise e scelse lo stato laico per le
sue future volontarie.
Nel 1937, l’antivigilia di Natale, in una stanza
d’affitto che dà sul Campiello, Lucia Schiavinato accolse, ospitò e
curò una povera vecchia sola ed ammalata. Nacque così il Piccolo
Rifugio. Anche
su questa data non ho trovato concordi le fonti. Alcune dicono 1935, ma in
fondo non ha importanza. Pensiamoci bene. Fu una cosa veramente grande. Ed
ancor più grande che il fatto non finì lì. Quanti di noi sarebbero
capaci di una cosa del genere?
L’opera fondata da Lucia Schiavinato si sviluppò rapidamente.
Aumentarono le persone assistite, soprattutto disabili. Qualche anno dopo,
Lucia impiegò la propria eredità per comprare l’edificio in Via Dante
in cui è ospitato ancora oggi il Piccolo Rifugio.
Nel 1941, con
l’aiuto di Attilio Rizzo, col quale divideva il profondo impegno
religioso, portò a compimento la costruzione e l’arredo della cappella,
nella quale si tiene l’adorazione perpetua dell’Eucaristia.
Non paga di quanto aveva realizzato fino a quel momento, Lucia,
dopo una breve parentesi di vita politica, decise di estendere il proprio
intervento alle terre di missione. Di operare in
diaspora, come
diceva lei. Parte per il Brasile, ad assistere poveri e lebbrosi. Morì di
cancro, nel 1977, a Verona.
Carlo
Barosco
Il 24 marzo del 2001 è cominciato il processo di canonizzazione di
Lucia Schiavinato. L’avvenimento è stato celebrato a San Donà, nel
venticinquennale della morte, con una manifestazione pubblica che ha visto
molti prestigiosi contributi, da quello di Rosy Bindi, a quello del
sindaco del tempo, Vasco Magnolato. Agli atti di quel convegno rimando
coloro che volessero approfondire. Soprattutto al contributo di Mario
Pettoello, il più completo, articolato ed intelligente. L’intervento è
integralmente riportato nel numero 5, del dicembre 2001, nel bollettino Amore
vince del
Piccolo Rifugio. Amore vince,
è anche il motto dell’intera opera della futura santa.
Questo, per la
storia delle idee. Per il mito
di Mamma Lucia, che si rivolge più all’immaginazione dei concittadini
che alla ragione, sentiamo che cosa ha da dire Carlo Barosco, attuale
presidente dell’Opera da lei fondata. Anche lui ha partecipato al
convegno del venticinquennale con un’interessante relazione.
Carlo Barosco è
un ex dirigente industriale dal fisico robusto e dal temperamento
tranquillo. E’ sposato, ha figli. Non si scalda mai. Ed è uno di quei
modesti che sono tali perché sanno bene di valere. Dice che è stato il
caso (Manzoni avrebbe riservato il merito alla divina Provvidenza) a
portarlo alla guida del Piccolo Rifugio. Piccolo,
spiega, vuol dire familiare.
L’idea di Lucia Schiavinato era che l’ambiente non dovesse
assomigliare per niente alle pie ma pelose istituzioni benefiche di una
volta, in cui il ricoverato veniva trattato più o meno come Oliver Twist
nel suo orfanotrofio lager.
L’ospite del Piccolo Rifugio doveva sentirsi invece circondato da un
affetto autenticamente familiare. In altre parole, secondo Lucia
Schiavinato, la carità
doveva coincidere con l’amore.
Con il rispetto.
(Che non siano chiacchiere, me lo conferma il giovane Marco B., di
Venezia, una delle mie fonti, idee di sinistra estrema, che ha fatto il
suo servizio civile al Piccolo Rifugio, qualche anno fa. Racconta: Per
me è stata un’esperienza fondamentale, indimenticabile. Ci volevamo
tutti bene. L’unica che non potevo sopportare era la direttrice. Pareva
che ce l’avesse con me…).
Negli Anni Cinquanta, precisa Carlo
Barosco, il Piccolo Rifugio acquistò personalità giuridica, come Fondazione
di Culto e di Religione.
Ottenne anche riconoscimenti pontifici. Oggi, le case in Italia sono sette
ed innumerevoli sono i benefattori. Sul modello del Piccolo Rifugio è
stata presentata la legge quadro in cui si individuano le strutture per le
case di accoglienza per disabili, le quali, fra l’altro, non devono
avere più di venti letti. E devono essere, appunto, delle case-famiglia.
A suo
tempo, Lucia Schiavinato, quando la Legge Merlin abolì le case
chiuse,
soccorse anche molte di quelle
donne
infelici,
rimaste senza un posto dove andare.
Chiedo a Carlo Barosco di descrivermi
Lucia Schiavinato. Secondo lui, esprimeva calma, serenità e concentrazione.
Non perdeva un secondo del suo tempo. Dormiva pochissimo e trascorreva la
notte seduta in una poltrona. Stava a letto solo quand’era ammalata. La
sua giornata era divisa fra l’assistenza, la ricerca di benefattori e
l’adorazione dell’Eucaristia. Più di una volta aveva rifiutato
l’offerta di una nuova sede, perché priva della possibilità di
costruirvi una cappella.
Ad una mia
precisa domanda, Carlo Barosco dice che le persone mantenevano da lei una
rispettosa distanza. Caso mai era
lei ad avvicinarsi.
Come tutte le persone tese alle realtà ben più elevate di questo nostro
povero mondo, non ci teneva in modo particolare a lasciare scritti suoi.
Distruggeva sistematicamente le sue lettere. Ubbidì, però, quando le fu
assegnato, su pressione dei vescovi Longhin e poi di Carraro, un
assistente spirituale per dirigerla.
Un modo per
controllarla, non si sa mai, con certi spiriti troppo forti
– ma questo lo dico io, linguaccia trevisana, memore di quanto era
avvenuto nel 1925 in occasione del Congresso Eucaristico. Anche
S.Francesco era spiato.
La
mistica
E’ proprio in base alla corrispondenza con l’assistente
spirituale, che ha preso avvio il processo di canonizzazione. Una sorella
del prete trovò, dopo la morte di lui, le lettere di Lucia. La lettura ne
rivelò il grande misticismo. Ed è quindi la mistica che attende di
essere fatta santa, non tanto o non solo la benefattrice dei poveri e dei
disabili, precisa Carlo Barosco.
A conferma delle
sue virtù eroiche giunse la scoperta del testamento spirituale di Lucia
Schiavinato. Quando venne ristrutturato il tabernacolo nella cappella di
Via Dante, trovarono una lettera autografa. Era una lode appassionata del
SS. Sacramento. Nient’altro, lo scarno, sublime riassunto d’una vita
intensa.
Ad un laico come me, che non l’ha mai
conosciuta personalmente, Lucia Schiavinato, è particolarmente cara,
perché, con la sua opera, leva un inno alla fratellanza fra gli uomini,
all’uguaglianza di là dalle gerarchie, all’indipendenza di giudizio,
cioè alla ragione ed alla libertà. Si tratta di un’anima che ha detto
no. E che no, sommesso ma fermissimo. Che ha saputo vedere oltre gli
orpelli ed i pareci.
Lucia
Schiavinato
Ubbidendo
con umiltà, ha certamente edificato e dato lezione, lei, di santità e di
devozione, al prete che avrebbe dovuto assisterla spiritualmente. E, se la
lezione è poi arrivata abbastanza in alto, anche a quelli che
gliel’avevano voluto mettere alle costole.
Sempre fedele a se stessa, a se stessa non è sopravvissuta in
vita, come in qualche modo è toccato – lo vedremo – a Monsignor
Saretta ed a Silvio Trentin.
La
sartina
Ezio
B. ha, come tanti, delle sorelle, Bruna e Luisa. Il loro nonno materno
rimase vittima di un atroce delitto compiuto verso la metà degli Anni
Trenta. Quel nonno si chiamava Angelo Michelino. Una notte, udendo dei
rumori in cortile, si affacciò alla finestra e fu ucciso da un colpo
d’arma da fuoco.
Dalle signorine Bruna e Luisa ho raccolto questo aneddoto. Il fatto
accadde quando la loro mamma era una giovanissima apprendista sarta. Un
giorno accompagnò la sua datrice di lavoro, la signora Nardini, ad alcune
prove in casa di Lucia Schiavinato, che, mi dicono, viveva in un
appartamento sopra la Cassa di Risparmio. Allora si usava che ai clienti
di riguardo si andassero a fare le prove in casa.
La mamma di Bruna e Luisa aveva il compito di passare gli spilli,
il gesso – ve lo ricordate quel gesso da sarti, grasso e duro, a forma
di rotella? – il metro, mentre la sarta riprendeva pinces
e correggeva eventuali difetti dell’imbastitura. Divenuta adulta,
l’antica sartina portava sempre ad esempio, per le figliole, l’estrema
modestia di Lucia, e la diligenza che ci metteva, durante le prove, ad
eliminare le ancor minime scollature ed ogni più piccolo particolare
nell’abito che potesse evidenziare la sua femminilità. Pudicizia che
avrebbe conservato per tutta la vita.
Oggi forse
possiamo sorridere di queste cose. Ma io non lo farei a cuor leggero,
pensando agli sciocchi messaggi che con sfrontatezza ci vengono
quotidianamente ammanniti, via mass
media, da
ragazze avide e furbette che, con le loro nudità quei media
ingombrano. Qualche volta, anche oggi, si ha il desiderio di respirare un
po’ d’aria pulita. Di un po’ di pudicizia.
Il
soldato d’Israele
Il vecchio arabo, uguale uguale ad uno dei nostri repentini
di una volta, innocuo come loro, uguale
uguale ad uno dei cafoni
uccisi a Portella delle Ginestre, urlava e piangeva. Si aggrappava in
ginocchio alla polvere della sua terra avara, la sua vita. Qualche metro
più in là, un bulldozer
sradicava uno dei suoi olivi. Con gli olivi sradicavano anche l’anima
sua.
Stanno costruendo il muro. Tuta mimetica, fucile automatico
spianato, elmetto, un soldato d’Israele lo spinge via a pedate e
spintoni.
Se quel giovanotto in armi fosse stato un
uomo, avrebbe
sollevato per le spalle il vecchio arabo e lo avrebbe abbracciato stretto.
Avrebbe pianto con lui. Forse quel soldato sarebbe finito davanti alla
corte marziale. Ma ne sarebbe valsa la pena. Sono occasioni che capitano
una volta sola nella vita.
Nel caso di Lucia Schiavinato, invece, su occasioni come quella, è
stata costruita tutta
la vita.
Ghe ne riparlaren, monsignor…
Giuseppe Toffolo |