Gli itinerari

Il Leone
e
lo Scorpione

I miti sandonatesi - 1 - di Giuseppe Toffolo

  M’invitano a tenere tre conversazioni all’UNIPER sui miti sandonatesi, cioè sui personaggi più importanti nella storia recente della nostra città. Alberto Landi, che me lo chiede al telefono, fa esplicito riferimento ai miei Itinerari umani e non del Basso Piave – apparsi nel giornale cartaceo, uscito a cavallo degli anni Ottanta e Novanta.
  
Vengono spontaneamente tre nomi, Silvio Trentin, monsignor Luigi Saretta, Lucia Schiavinato. Fuori di S.Donà, è lei che ha la maggior fama. Sarà fatta santa. Di Trentin si cercherebbe invano il nome nella Treccani. Di monsignor Saretta rimane, fuori di S.Donà uno scolorito ricordo. Il vescovo del Basso Piave, lo chiamano in diocesi a Treviso quelli che se ne ricordano, forse con una lieve sfumatura di derisione. Forse.

  
Non mi si chiede dunque di parlare di storia contemporanea, ma di disegnare dei profili umani, per sentire più vicini quegli illustri, in qualche modo. Quei concittadini.

  
Ad un luogo, per essere città, non basta un regio decreto, ribadito magari quindici anni dopo da un altro decreto, presidenziale stavolta, che l’autorizzi a fregiarsi dell’appellativo nelle carte ufficiali. Treviso, per dire della più vicina a noi, non si sognerebbe mai di intestarsi Città di Treviso. Basta il nome, nessuno metterebbe mai in dubbio il titolo.
  
Ad un luogo occorre un santo cittadino, e fra poco, S.Donà l’avrà, come abbiamo visto. Una santa, per la precisione.
  
Male ha fatto il vecchio sindaco Carlo Trevisan a pubblicare quel libro sui cinquecento anni di S.Donà, rendendo così difficile ricuperare al convincimento dei concittadini il fatto che S.Donà è molto, ma molto più antica. È un bel libro, senza dubbio, ma ci siamo sparati sui piedi, grazie a all’amico Carletto.
   
Sono convinto che, tra le tante qualità serie ed importanti, per essere città, ne occorra anche una piuttosto frivola, il pettegolezzo bonario, la ciacola che amalgama i ceti diversi dentro le stesse civiche mura, la confidenza con gli illustri, l’indulgente contezza non solo dei loro meriti, ma anche dei loro difetti, delle loro manie, delle loro umane debolezze, in modo da poterli sfiorare per strada – quelli che ancora non appartengono alla miglior vita - senza dar segno di entusiasmi. Non erano, non sono uomini come noi, in fondo?
  
Così sono state le mie conversazioni sui miti sandonatesi. Non sono né uno storico, né, Dio scampi, un intellettuale. Io volo basso. Ho cercato di evocare uomini e donne in carne ed ossa, in uno scenario di vita autentica, con le sue luci e le sue ombre. Non so se ci sono riuscito. Giudicheranno gli sparuti lettori. Del resto, almeno per Silvio Trentin, la sua figura storica ed intellettuale ci è stata egregiamente restituita da Moreno Guerrato, nei suoi pregevoli lavori di ricerca. Ma, per esempio, qual era l’aspetto fisico di Silvio Trentin? Quale il suo carattere? Il suo umore? Quali erano i suoi affetti? Eccetera eccetera, terra terra.
  
Una preziosa testimonianza su Trentin, più importante e completa di qualsiasi compilazione accademica, ci viene dal misconosciuto libretto – un piccolo capolavoro – di un altro concittadino, Vittorio Ronchi, grande amico ed ammiratore di quell’uomo illustre. Col Plateo, quel libretto dovrebbe essere in ogni casa sandonatese.
   
Un’altra osservazione. Mentre preparavo il materiale, mi sono reso conto che, oltre ai miti maggiori, esistono anche, a S.Donà, molti miti minori. Minori. Si fa per dire. Sono figure che, umanamente, non hanno nulla da invidiare a quegli altri. Uno è il Vittorio Ronchi appena menzionato. Cercheremo di far rivivere anche loro.    Silvio Trentin, uomo minuto ma per nulla gracile, nacque nel 1885, come monsignor Saretta. Per chi crede nell’astrologia, Trentin era uno Scorpione, Saretta un Leone. In questo caso, nulla di più azzeccato. Ecco, sono giunto alla conclusione che Trentin non fu il mite studioso di diritto, od il democratico intransigente ed indomabile che ci appare dai lavori accademici, ma un combattente scorpione, che diede colpi di coda fino all’ultimo. Uno che non si arrese mai e che non smise mai di infliggere duri colpi all’avversario fascista. Un freddo, irriducibile campione della libertà, per di più dotato di un coraggio fisico eccezionale.
  
Nel 1915 non prese posizione per l’intervento contro
l’Austria-Ungheria. Era troppo intelligente. Ma, a guerra dichiarata, fece il proprio dovere fino in fondo. Sorvolò di notte S.Donà, come ufficiale osservatore d’artiglieria, per dirigere il tiro dei nostri pezzi, schierati di là dal Piave, sul Comando austroungarico. Si scoperse che questo era insediato al Forte del 48. Fu un volo radente, nel buio totale, preso di mira dalle sparacchiate rabbiose degli invasori. Silvio Trentin fu ufficiale degli Arditi – oggi si direbbe commando - il che vuol dire che non era proprio un seghetta. Presentò al nostro Comando il piano d’una temeraria incursione alle spalle degli invasori, che egli stesso avrebbe guidato, e che non si realizzò solo perché la guerra finì prima. Era insomma uno che aveva con le rami e con le pandette la stessa sicura confidenza. E che non esitava ad usarle, le armi. Avete presente i pacifisti in servizio permanente effettivo – siamo tutti pacifisti - che fanno mostra di venir meno al solo pensiero di un’arma? E se domani dovessero battersi per la libertà?
  
Del resto, l’altro mito sandonatese, monsignor Saretta, di là dalle riconosciute virtù morali, fu anche lui un coraggioso. Coraggioso fisicamente, intendo dire. Ma non da freddo scorpione, lui fu coraggioso da leone ruggente. Le sue romanzesche avventure durante l’occupazione nel 1917-18 sono piene di slanci, di colpi di testa, di rischi mortali affrontati a viso aperto. Di situazioni anche tragicomiche, come quando gli riuscì il colpaccio di rubare un importantissimo timbro – non un datario - al Comando Austroungarico di Portogruaro. E con quel timbro rilasciò un numero esorbitante di lasciapassare ai soldati italiani sbandati e ricercati da quello stesso Comando. Rischiava a fucilazione ad ogni timbrata. Certe volte, l’astrologia!
  
Per ora mi fermo qui. Però posso dire una cosa. Lo studio dei miti sandonatesi mi permette già di affermare che uno dei caratteri della nostra città è il coraggio. Quello che ti fa gettare il cuore di là dall’ostacolo. Quello stesso dei miti minori, degli Ottorino Tombolan, dei Giuseppe Mucelli, degli Attilio Rizzo, dei Giannino Ancillotto, dei Sergio Sorgon.
   
Non è poco, per cominciare.

  1 - continua

Silvio Trentin non aveva un fisico eccezionale;
nella foto è con l’ing. Dal Pra al Congresso delle Bonifiche,
nel 1922.

i miti sandonatesi / Il leone e lo scorpione / 2004