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M’invitano
a tenere tre conversazioni all’UNIPER sui miti sandonatesi, cioè sui
personaggi più importanti nella storia recente della nostra città.
Alberto Landi, che me lo chiede al telefono, fa esplicito riferimento ai
miei Itinerari umani e non del Basso Piave – apparsi nel
giornale cartaceo, uscito a cavallo degli anni Ottanta e Novanta.
Vengono spontaneamente tre nomi, Silvio Trentin,
monsignor Luigi Saretta, Lucia Schiavinato. Fuori di S.Donà, è lei che
ha la maggior fama. Sarà fatta santa. Di Trentin si cercherebbe invano
il nome nella Treccani. Di monsignor Saretta rimane, fuori di S.Donà
uno scolorito ricordo. Il vescovo del Basso Piave, lo
chiamano in diocesi a Treviso quelli che se ne ricordano, forse con una
lieve sfumatura di derisione. Forse.
Non mi si chiede dunque di parlare di storia
contemporanea, ma di disegnare dei profili umani, per sentire più
vicini quegli illustri, in qualche modo. Quei concittadini.
Ad un luogo, per essere città, non basta un regio
decreto, ribadito magari quindici anni dopo da un altro decreto,
presidenziale stavolta, che l’autorizzi a fregiarsi dell’appellativo
nelle carte ufficiali. Treviso, per dire della più vicina a noi, non si
sognerebbe mai di intestarsi Città di Treviso. Basta il nome,
nessuno metterebbe mai in dubbio il titolo.
Ad un luogo occorre un santo cittadino, e fra poco,
S.Donà l’avrà, come abbiamo visto. Una santa, per la precisione.
Male ha fatto il vecchio sindaco Carlo Trevisan a
pubblicare quel libro sui cinquecento anni di S.Donà, rendendo così
difficile ricuperare al convincimento dei concittadini il fatto che
S.Donà è molto, ma molto più antica. È un bel libro, senza dubbio,
ma ci siamo sparati sui piedi, grazie a all’amico Carletto.
Sono convinto che, tra le tante qualità serie
ed importanti, per essere città, ne occorra anche una piuttosto
frivola, il pettegolezzo bonario, la ciacola che amalgama i ceti diversi
dentro le stesse civiche mura, la confidenza con gli illustri,
l’indulgente contezza non solo dei loro meriti, ma anche dei loro
difetti, delle loro manie, delle loro umane debolezze, in modo da
poterli sfiorare per strada – quelli che ancora non appartengono alla
miglior vita - senza dar segno di entusiasmi. Non erano, non sono uomini
come noi, in fondo?
Così sono state le mie conversazioni sui miti
sandonatesi. Non sono né uno storico, né, Dio scampi, un
intellettuale. Io volo basso. Ho cercato di evocare uomini e donne in
carne ed ossa, in uno scenario di vita autentica, con le sue luci e le
sue ombre. Non so se ci sono riuscito. Giudicheranno gli sparuti
lettori. Del resto, almeno per Silvio Trentin, la sua figura storica ed
intellettuale ci è stata egregiamente restituita da Moreno Guerrato,
nei suoi pregevoli lavori di ricerca. Ma, per esempio, qual era
l’aspetto fisico di Silvio Trentin? Quale il suo carattere? Il suo
umore? Quali erano i suoi affetti? Eccetera eccetera, terra terra.
Una preziosa testimonianza su Trentin, più
importante e completa di qualsiasi compilazione accademica, ci viene dal
misconosciuto libretto – un piccolo capolavoro – di un altro
concittadino, Vittorio Ronchi, grande amico ed ammiratore di
quell’uomo illustre. Col Plateo, quel libretto dovrebbe essere in ogni
casa sandonatese.
Un’altra osservazione. Mentre preparavo il
materiale, mi sono reso conto che, oltre ai miti maggiori, esistono
anche, a S.Donà, molti miti minori. Minori. Si fa per dire. Sono figure
che, umanamente, non hanno nulla da invidiare a quegli altri. Uno è il
Vittorio Ronchi appena menzionato. Cercheremo di far rivivere anche
loro. Silvio Trentin,
uomo minuto ma per nulla gracile, nacque nel 1885, come monsignor
Saretta. Per chi crede nell’astrologia, Trentin era uno Scorpione,
Saretta un Leone. In questo caso, nulla di più azzeccato. Ecco,
sono giunto alla conclusione che Trentin non fu il mite studioso di
diritto, od il democratico intransigente ed indomabile che ci appare dai
lavori accademici, ma un combattente scorpione, che diede colpi
di coda fino all’ultimo. Uno che non si arrese mai e che non smise mai
di infliggere duri colpi all’avversario fascista. Un freddo,
irriducibile campione della libertà, per di più dotato di un coraggio
fisico eccezionale.
Nel 1915 non prese posizione per l’intervento
contro l’Austria-Ungheria. Era troppo intelligente. Ma, a
guerra dichiarata, fece il proprio dovere fino in fondo. Sorvolò di
notte S.Donà, come ufficiale osservatore d’artiglieria, per dirigere
il tiro dei nostri pezzi, schierati di là dal Piave, sul Comando
austroungarico. Si scoperse che questo era insediato al Forte del 48.
Fu un volo radente, nel buio totale, preso di mira dalle sparacchiate
rabbiose degli invasori. Silvio Trentin fu ufficiale degli Arditi –
oggi si direbbe commando - il che vuol dire che non era proprio
un seghetta. Presentò al nostro Comando il piano d’una temeraria
incursione alle spalle degli invasori, che egli stesso avrebbe guidato,
e che non si realizzò solo perché la guerra finì prima. Era insomma
uno che aveva con le rami e con le pandette la stessa sicura confidenza.
E che non esitava ad usarle, le armi. Avete presente i pacifisti in
servizio permanente effettivo – siamo tutti pacifisti - che fanno
mostra di venir meno al solo pensiero di un’arma? E se domani
dovessero battersi per la libertà?
Del resto, l’altro mito sandonatese,
monsignor Saretta, di là dalle riconosciute virtù morali, fu anche lui
un coraggioso. Coraggioso fisicamente, intendo dire. Ma non da freddo scorpione,
lui fu coraggioso da leone ruggente. Le sue romanzesche avventure
durante l’occupazione nel 1917-18 sono piene di slanci, di colpi di
testa, di rischi mortali affrontati a viso aperto. Di situazioni anche
tragicomiche, come quando gli riuscì il colpaccio di rubare un
importantissimo timbro – non un datario - al Comando Austroungarico di
Portogruaro. E con quel timbro rilasciò un numero esorbitante di
lasciapassare ai soldati italiani sbandati e ricercati da quello stesso
Comando. Rischiava a fucilazione ad ogni timbrata. Certe volte,
l’astrologia!
Per ora mi fermo qui. Però posso dire una cosa. Lo
studio dei miti sandonatesi mi permette già di affermare che uno
dei caratteri della nostra città è il coraggio. Quello che ti fa
gettare il cuore di là dall’ostacolo. Quello stesso dei miti minori,
degli Ottorino Tombolan, dei Giuseppe Mucelli, degli Attilio Rizzo, dei
Giannino Ancillotto, dei Sergio Sorgon.
Non è poco, per cominciare.
1 - continua
Silvio
Trentin non aveva un fisico eccezionale;
nella foto è con l’ing. Dal Pra al
Congresso delle Bonifiche,
nel 1922.
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