Gli itinerari

MUSSETTA MATTINA

di Giuseppe Toffolo

Ogni mattina mi alzo per tempo e vado a fare un largo giro in quel di Mussetta. Potrebbero sincronizzare gli orologi su di me. Fa bene respirare l’ultima aria balsamica della notte, magari fumando due o tre sigarette. Qualche volta faccio il giro leggendo un libro. È tranquillizzante veder leggere lo sconosciuto che ti passa davanti casa.
I primi che incontro sul mio cammino, sono dei ragazzini delle medie che aspettano il bus scolastico. Passandogli accanto, adotto una delle mie personali regole di vita che dice: “con tutti i fobici che sono in giro, per non passare da pedofilo, fare la faccia feroce ai bamboli, soprattutto ai maschietti”.   




Con tutti i fobici 
che sono in giro… 
fare la faccia feroce 
ai bamboli.

Qualche mese fa passavo in bici lungo il giardino dietro la chiesa. Guardavo i giochi installati dal Comune e mi dicevo “belli!” Ma vedo che le giovani mamme presenti mi guardano in tralice, pensando che lumassi non i giochi, ma i loro pargoli. Viviamo tempi sospettosi.
Ai due ragazzini della fermata, devo aver fatto una faccia davvero brutta, tant’è che hanno deciso di rabbonirmi in qualche modo. Hanno preso a salutarmi regolarmente. “Salve!”, mi fanno. Strategia democristiana, abbraccia il nemico che non puoi sconfiggere. I due sono piegati sotto la soma di orribili zainacci stracarichi, politicamente corretti. Sembrano in partenza per scalare l’Aconcagua. Maschere, ossigeno, tenda, piccozze e via discorrendo.
Mi viene in mente quando s’andava a scuola noi. Il bus scolastico era ancora un’americanata di là da venire. Con sole, neve, vento, gelo e pioggia, due chilometri di strada a piedi. E niente mamme appresnsive al seguito. C’era anche chi veniva da Santa Bona Nuova, come Gilberto e Luciano Benetton, col doppio del percorso.
Le strade erano piene di grembiuli neri e bianchi, di nappe azzurre e rosa, a seconda del sesso. Una festa ogni mattina. Portavamo a tracolla la scaheta con dentro il sussidiario, un paio di quaderni e l’astuccio ligneo dei canotti e dei pennini. Oltre al merendino, naturalmente, pane e marmellata di ciliegie, che allora era la più economica. Ci divertivamo da matti. Ce la raccontavamo, scambiavamo le figurine e le baete de fragna, facevamo qualche scaramuccia coi bulletti dei quartieri nemici, facevamo le gare di corsa, pattinavamo sul ghiaccio di fossi e fossetti, quando c’era, anche per centinaia di metri. La merce più preziosa erano i fiammiferi antivento ed i cuscinetti a sfere.
Ancora più gioioso era il ritorno. Si facevano quattro ore di lezione e niente tempo pieno, che sottrae tempo al gioco. Gaetano Carniato ha perduto almeno una decina di sachete, nel fosso sotto il lungo ponte, una quindicina di metri, che dava sul cortile di casa mia. Perduto? Mah!…
Poi ci sono i merli. Saltellano da scemi in mezzo ai prati roridi di rugiada. In questo periodo, cadono i giorni più lunghi per quei giovani pennuti, quando l’istinto li porta fuori del nido. Te ne accorgi dall’agitazione dei genitori, lui con la livrea nera lucente, lei sul grigio, tutti indaffarati a segnalare con concitati schiocchi di voce la presenza di gatti o di gazze. Le gazze sono molto pericolose, per i merlotti. Sono delle vere assassine. Se la prendono anche con i nidi da cui portano via le uova. Se il merlotto, guidato da mamma e papà, giunge incolume a sera, è fatta. Ormai è adulto ed in grado di badare a se stesso.
D’inverno, i mattinieri siamo pochi. C’è uno, che ho finito per classificare come lunatico, che gira in bicicletta. Un giorno ti fa festa e ti pianta bottone, poi per tre giorni di fila ti saluta col muso di chi ha un morto in casa. Un altro, dalla voce baritonale, pedala a gambe larghe sulla sua bici da donna e canta allegramente, mentre va a prendere il Gazzettino. C’è il mio antico allievo, oggi vescovo o giù di lì dei Testimoni di Geova, che porta a spasso il cagnolino della vecchia madre. Non può mancare il nonsolo, uno che invece porta in giro la sua mole, camminando di tre quarti. C’è il vecchio signor Cicogna, che vuole rendersi utile nonostante l’età, e ogni mattina scopa coscienziosamente il marciapiede davanti al negozio. Ci sono i cinesi, che hanno comprato una vecchia villetta vicino al distributore di benzina. Non si sa in quanti ci vivano, di tutte le età. C’è la suorina, bella e gentile, che esce dall’asilo per andare in chiesa, e mi saluta con virginale modestia. Un giorno andava verso il centro, e perciò faceva la mia stessa strada. Ho rallentato, per non aver l’aria di seguirla.
C’è stata infatti un’unica suora, nella mia vita sentimentale, suor Amedeo. Aveva preso il nome del fratello, sommergibilista, morto in guerra. Era di corporatura notevole e le guance piene e rubiconde. Aveva il temperamento più allegro che abbia mai conosciuto. Frequentavo nel suo convento la prima elementare da privatista. Nato in gennaio, i miei avevano commesso la crudeltà di mandarmi a scuola a cinque anni. Ero il beniamino di suor Amedeo. Mi sollevava spesso in braccio per sbaciucchiarmi (una volta c’era meno malizia), ed ogni volta gli aghi da cucito che aveva appuntati sul vasto apparato mammario, erano una tortura da fachiro, per me (ma l’ho sempre perdonata, quel mio angelo custode in gonnella, anzi, in saio).
Le case, gli orti ed i giardini di Mussetta sono ben tenuti. In un giardino c’è una gran quantità di statuine. Non i soliti sette nani, ma puttini abbracciati ad un delfino, ad una cornucopia, ad un fascio di rose. C’è anche un bevitore malfermo sulle gambe e due galletti pronti a beccarsi. Bevitore e galletti sono molto realistici e completamente dipinti a colori vivaci.
Più avanti, abita un padre entusiasta. Sono sette mesi che ha un fiocco azzurro appeso alla macchina, sull’antenna della radio, ed ancora non l’ha tolto. In una casa davanti all’asilo, le finestre del tinello sono aperte estate ed inverno. Giungono le voci che recitano il rosario sotto la guida di Radio Maria, accesa a tutto volume.
A Mussetta sono arrivati molti nuovi abitanti dalle altre città. C’è benessere, a giudicare dai gipponi a quattro ruote motrici che circolano nel quartiere. Quando la mattina li vedo partire, penso al percorso accidentato che dovranno affrontare con quei mostri di veicoli, ai guadi, alle dune, ai dirupi, ai pericoli sempre in agguato fuori dalle strade normali. Sono macchine buone per una  Parigi-Dakar. Chissà se faranno in tempo a tornare a casa, per il pranzo di  mezzogiorno, mi chiedo, preoccupato per loro.
Quando finisco il giro e sono di ritorno, passano in bicicletta le ragazzine del vicinato. Camilla, Giulia, Marta, Elena, si riuniscono in bicicletta, di cancello in cancello, come uno stormo di cince. Mi salutano con le loro voci argentine, chiamandomi per nome, ed il mio vecchio cuore di nonno esulta in segreto.