|
Qualche mese fa passavo in bici lungo il giardino dietro la chiesa.
Guardavo i giochi installati dal Comune e mi dicevo “belli!” Ma vedo
che le giovani mamme presenti mi guardano in tralice, pensando che lumassi
non i giochi, ma i loro pargoli. Viviamo tempi sospettosi.
Ai due ragazzini della
fermata, devo aver fatto una faccia davvero brutta, tant’è che hanno
deciso di rabbonirmi in qualche modo. Hanno preso a salutarmi
regolarmente. “Salve!”, mi fanno. Strategia democristiana, abbraccia
il nemico che non puoi sconfiggere. I due sono piegati sotto la soma di
orribili zainacci stracarichi, politicamente corretti. Sembrano in
partenza per scalare l’Aconcagua. Maschere, ossigeno, tenda, piccozze e
via discorrendo.
Mi viene in mente quando
s’andava a scuola noi. Il bus scolastico era ancora un’americanata di
là da venire. Con sole, neve, vento, gelo e pioggia, due chilometri di
strada a piedi. E niente mamme appresnsive al seguito. C’era anche chi
veniva da Santa Bona Nuova, come Gilberto e Luciano Benetton, col doppio
del percorso.
Le strade erano piene di
grembiuli neri e bianchi, di nappe azzurre e rosa, a seconda del sesso.
Una festa ogni mattina. Portavamo a tracolla la scaheta con dentro il
sussidiario, un paio di quaderni e l’astuccio ligneo dei canotti e dei
pennini. Oltre al merendino, naturalmente, pane e marmellata di ciliegie,
che allora era la più economica. Ci divertivamo da matti. Ce la
raccontavamo, scambiavamo le figurine e le baete de fragna, facevamo
qualche scaramuccia coi bulletti dei quartieri nemici, facevamo le gare di
corsa, pattinavamo sul ghiaccio di fossi e fossetti, quando c’era, anche
per centinaia di metri. La merce più preziosa erano i fiammiferi
antivento ed i cuscinetti a sfere.
Ancora più gioioso era il
ritorno. Si facevano quattro ore di lezione e niente tempo pieno, che
sottrae tempo al gioco. Gaetano Carniato ha perduto almeno una decina di
sachete, nel fosso sotto il lungo ponte, una quindicina di metri, che dava
sul cortile di casa mia. Perduto? Mah!…
Poi ci sono i merli.
Saltellano da scemi in mezzo ai prati roridi di rugiada. In questo
periodo, cadono i giorni più lunghi per quei giovani pennuti, quando
l’istinto li porta fuori del nido. Te ne accorgi dall’agitazione dei
genitori, lui con la livrea nera lucente, lei sul grigio, tutti
indaffarati a segnalare con concitati schiocchi di voce la presenza di
gatti o di gazze. Le gazze sono molto pericolose, per i merlotti. Sono
delle vere assassine. Se la prendono anche con i nidi da cui portano via
le uova. Se il merlotto, guidato da mamma e papà, giunge incolume a sera,
è fatta. Ormai è adulto ed in grado di badare a se stesso.
D’inverno, i mattinieri
siamo pochi. C’è uno, che ho finito per classificare come lunatico, che
gira in bicicletta. Un giorno ti fa festa e ti pianta bottone, poi per tre
giorni di fila ti saluta col muso di chi ha un morto in casa. Un altro,
dalla voce baritonale, pedala a gambe larghe sulla sua bici da donna e
canta allegramente, mentre va a prendere il Gazzettino. C’è il mio
antico allievo, oggi vescovo o giù di lì dei Testimoni di Geova, che
porta a spasso il cagnolino della vecchia madre. Non può mancare il
nonsolo, uno che invece porta in giro la sua mole, camminando di tre
quarti. C’è il vecchio signor Cicogna, che vuole rendersi utile
nonostante l’età, e ogni mattina scopa coscienziosamente il marciapiede
davanti al negozio. Ci sono i cinesi, che hanno comprato una vecchia
villetta vicino al distributore di benzina. Non si sa in quanti ci vivano,
di tutte le età. C’è la suorina, bella e gentile, che esce
dall’asilo per andare in chiesa, e mi saluta con virginale modestia. Un
giorno andava verso il centro, e perciò faceva la mia stessa strada. Ho
rallentato, per non aver l’aria di seguirla.
C’è stata infatti
un’unica suora, nella mia vita sentimentale, suor Amedeo. Aveva preso il
nome del fratello, sommergibilista, morto in guerra. Era di corporatura
notevole e le guance piene e rubiconde. Aveva il temperamento più allegro
che abbia mai conosciuto. Frequentavo nel suo convento la prima elementare
da privatista. Nato in gennaio, i miei avevano commesso la crudeltà di
mandarmi a scuola a cinque anni. Ero il beniamino di suor Amedeo. Mi
sollevava spesso in braccio per sbaciucchiarmi (una volta c’era meno
malizia), ed ogni volta gli aghi da cucito che aveva appuntati sul vasto
apparato mammario, erano una tortura da fachiro, per me (ma l’ho sempre
perdonata, quel mio angelo custode in gonnella, anzi, in saio).
Le case, gli orti ed i
giardini di Mussetta sono ben tenuti. In un giardino c’è una gran
quantità di statuine. Non i soliti sette nani, ma puttini abbracciati ad
un delfino, ad una cornucopia, ad un fascio di rose. C’è anche un
bevitore malfermo sulle gambe e due galletti pronti a beccarsi. Bevitore e
galletti sono molto realistici e completamente dipinti a colori vivaci.
Più avanti, abita un padre
entusiasta. Sono sette mesi che ha un fiocco azzurro appeso alla macchina,
sull’antenna della radio, ed ancora non l’ha tolto. In una casa
davanti all’asilo, le finestre del tinello sono aperte estate ed
inverno. Giungono le voci che recitano il rosario sotto la guida di Radio
Maria, accesa a tutto volume.
A Mussetta sono arrivati molti
nuovi abitanti dalle altre città. C’è benessere, a giudicare dai
gipponi a quattro ruote motrici che circolano nel quartiere. Quando la
mattina li vedo partire, penso al percorso accidentato che dovranno
affrontare con quei mostri di veicoli, ai guadi, alle dune, ai dirupi, ai
pericoli sempre in agguato fuori dalle strade normali. Sono macchine buone
per una Parigi-Dakar. Chissà
se faranno in tempo a tornare a casa, per il pranzo di
mezzogiorno, mi chiedo, preoccupato per loro.
Quando finisco il giro e sono
di ritorno, passano in bicicletta le ragazzine del vicinato. Camilla,
Giulia, Marta, Elena, si riuniscono in bicicletta, di cancello in
cancello, come uno stormo di cince. Mi salutano con le loro voci
argentine, chiamandomi per nome, ed il mio vecchio cuore di nonno esulta
in segreto.
|