|
Viviamo
in un mondo di fanatismi senza se e senza ma. Spesso l’estremismo è
pane, per tanti, perciò che gli intellettuali tradissero il (proprio)
popolo si sapeva.
Ai tempi della contestazione
generale, circa trent’anni fa, ne fu intervistato uno alla radio,
presumibilmente un maoista, che spiegò come nella Cina del Grande
Timoniere Mao Tse Tung, l’amore per il popolo era tale, che si
prevedevano e prevenivano i terremoti. Come? Le Guardie Rosse osservavano
le oche ed altri animali da cortile, che possiedono un sesto senso per i
sismi. Neanche tre giorni dopo l’intervista, un terribile terremoto
coglieva la Cina, facendo trecentomila morti. Le oche non avevano detto
niente alle Guardie Rosse. Poi è arrivata l’aviaria.
 |
Per
dimostrare che Luciano Laurana, geniale artista nato a Zara (quindi
cittadino della Serenissima Repubblica) era slavo, e non italiano,
un altro intellettualicchio ebbe largo spazio su Rai Tre. Era
convinto, immagino, di fare un gran favore ai compagni iugoslavi.
Perché Laurana sarebbe stato slavo? Perché si firmava LAVRANA, e vra
sarebbe un suono slavo (?), non italiano. L’intellettuale
filoiugoslavo dimenticava, o più probabilmente non sapeva, che ai
tempi del Laurana, la u non era ancora stata inventata e si scriveva
v, che si pronunciava appunto u, almeno una volta su due. Il più
bel muro del mondo è opera del Laurana, e si trova ad Urbino.
Tipi come quegli
intellettuali esistono ancora, anche se hanno cambiato vernice, dopo
la caduta del Muro (non quello del Laurana, che resta in piedi, ma
quello di Berlino).
A proposito di Zara e della Venezia di là dal Mar, cioè
Istria, Dalmazia, Corfù, Candia, là noi Veneti siamo a casa. Con
Gianni, la Edda, due loro cognati ed una barca di figli piccoli,
un’estate passammo le vacanze tra Rab e Pola. |
 |
 |
Il
barcaiolo, quando fummo bene al largo, lontani da orecchie di spioni, ci
spiegò che Rab era il nome croato della sua isola, nome che invece, in
veneziano, era Arbe, patria di San Marino, quello che fondò l’omonima
Repubblica sul Monte Titano.
La gente più umile cercava in ogni modo di parlare con noi, anche di cose
da nulla. Una vecchia contadina si avvicinò mentre facevamo una specie di
picnic. “Da giovane sono stata a Milano, a servizio del generale
R…Adesso andiamo bene col Presidente Tito, che ci permette di
parlare la nostra lingua”.
A Lussin Piccolo, fummo avvicinati da una vecchia segnorina
truccata cme la Bella Otero. Era stata dattilografa dei Carabinieri Reali,
quando Lussin era italiana. Evocò i bei tempi, prendendo un gelato con
noi.
Dopo una coda estenuante davanti al panificio, arriva il mio turno. Ho una
tasca piena di monete. Il totale è diciotto dinari. Li deposito sul
bancone, contandoli a voce alta: “Uno, do, tre, cuatro, sinque, sie, sète…disdoto”.
Il giovane commesso, non più di venti anni, mi dice “Conti ancora.”
Forse non ha capito. Così conto in russo, pensando che, tra lingue slave,
un croato possa capire: “Adìn, dva, tri, citir, piat…” Il giovane
mi ferma e dice: “No, no. Conti come prima”. Ed io: “Uno, do, tre,
cuatro…” Voleva sentir parlare veneto.
Ma ci sono anche alcuni rovesci di medaglia. Un impiegato del campeggio,
arrabbiato non so con chi, attraversa il prato parlando in croato e
bestemmiando in perfetto italiano. A Pola, un giovane prete, lividamente
ostile, al quale ci siamo rivolti per saper la strada del mercato ittico
(c’è solo lui in giro), finge di non capire, finché non mi sovviene il
termine russo: “Ribi”.
La giovane guida dalmata che ci porta a Traù, dice: “Noi non siamo
croati. Siamo Dalmati”. Di più non può dire, ma se si tiene
conto che per un migliaio di anni la Dalmazia è appartenuta a S.Marco, il
senso della sua affermazione è chiaro. La ragazza continua a fare esempi
di parole veneziane entrate nella lingua dalmata, come carega. O
frasi intere, come Ti xe ‘na mona. A Traù ci spiega la
psicologia degli abitanti. “Sono come a Venezia. Tutti sanno tutto di
tutti. Le comunicazioni avvengono attraverso la calle senza uscir di
casa.” Penso alla comare di Lino Toffolo che chiede
all’amica:”Maria, dato che ti ga a boca verta, ciama anca me fia.”
Traù sembra infatti un sestiere di Venezia. In campo, mi avvicina un
tizio male in arnese. “Ho fatto le scuole elementari italiane, durante
la guerra. Mio figlio studia canto all’Accademia di Santa Cecilia, a
Roma.”
Sembrano tutte invocazioni d’aiuto, dal buio croato. Spalato è
devastata dal cemento titino.
A Candia ti portano a vedere
la Fontana del Morosini, che porta acqua alla città assetata. Si è
accolti nell’isola da enormi leoni di S.Marco, rimessi al loro
posto sulle fortezze del porto, dopo la fine del dominio turco. Già dal
mare ti accoglie un’enorme scritta: “Caffè Veneto”.
Sembrano rimpianti, nel sole greco.
A Corfù, i nomi dei luoghi più importanti sono veneti. Nel capoluogo la
presenza Veneta incombe, grazie alle due enormi fortezze. Colgo al volo un
discorso. Un tizio di mezza età chiede ad una ragazza, che se ne sta in
piedi sulla porta del suo negozio: “Che ora fè?”. La ragazza guarda
l’orologio e risponde in greco. L’uomo ringrazia in greco. Penso di
ave udito male. Mezzora dopo ripasso appositamente davanti alla ragazza e
chiedo: “Che ora fè?“. Lei mi osserva un po’ perplessa, poi solleva
il polsino, guarda l’orologio, e mi dice qualcosa in greco. Non so
ancora che ora fosse, perché proprio non so nulla di quella lingua.
La cosa peggiore che potessimo fare in Italia per perdere la Venezia di
là dal Mar, è stata considerare confini italiani quelli che invece
erano confini di S.Marco. Ma forse quella Venezia di là dal mare non è
perduta per sempre. Basta considerarne nuovamente veneti i confini. |