Gli itinerari

Le oche cinesi 
di Giuseppe Toffolo

Viviamo in un mondo di fanatismi senza se e senza ma. Spesso l’estremismo è pane, per tanti, perciò che gli intellettuali tradissero il (proprio) popolo si sapeva.
Ai tempi della contestazione generale, circa trent’anni fa, ne fu intervistato uno alla radio, presumibilmente un maoista, che spiegò come nella Cina del Grande Timoniere Mao Tse Tung, l’amore per il popolo era tale, che si prevedevano e prevenivano i terremoti. Come? Le Guardie Rosse osservavano le oche ed altri animali da cortile, che possiedono un sesto senso per i sismi. Neanche tre giorni dopo l’intervista, un terribile terremoto coglieva la Cina, facendo trecentomila morti. Le oche non avevano detto niente alle Guardie Rosse. Poi è arrivata l’aviaria.

Per dimostrare che Luciano Laurana, geniale artista nato a Zara (quindi cittadino della Serenissima Repubblica) era slavo, e non italiano, un altro intellettualicchio ebbe largo spazio su Rai Tre. Era convinto, immagino, di fare un gran favore ai compagni iugoslavi. Perché Laurana sarebbe stato slavo? Perché si firmava LAVRANA, e vra sarebbe un suono slavo (?), non italiano. L’intellettuale filoiugoslavo dimenticava, o più probabilmente non sapeva, che ai tempi del Laurana, la u non era ancora stata inventata e si scriveva v, che si pronunciava appunto u, almeno una volta su due. Il più bel muro del mondo è opera del Laurana, e si trova ad Urbino.
Tipi come quegli intellettuali esistono ancora, anche se hanno cambiato vernice, dopo la caduta del Muro (non quello del Laurana, che resta in piedi, ma quello di Berlino).
A proposito di Zara e della Venezia di là dal Mar, cioè Istria, Dalmazia, Corfù, Candia, là noi Veneti siamo a casa.
Con Gianni, la Edda, due loro cognati ed una barca di figli piccoli, un’estate passammo le vacanze tra Rab e Pola.

Il barcaiolo, quando fummo bene al largo, lontani da orecchie di spioni, ci spiegò che Rab era il nome croato della sua isola, nome che invece, in veneziano, era Arbe, patria di San Marino, quello che fondò l’omonima Repubblica sul Monte Titano.
La gente più umile cercava in ogni modo di parlare con noi, anche di cose da nulla. Una vecchia contadina si avvicinò mentre facevamo una specie di picnic. “Da giovane sono stata a Milano, a servizio del generale R…Adesso andiamo bene col Presidente Tito, che ci permette di parlare la nostra lingua”. 
A Lussin Piccolo, fummo avvicinati da una vecchia segnorina truccata cme la Bella Otero. Era stata dattilografa dei Carabinieri Reali, quando Lussin era italiana. Evocò i bei tempi, prendendo un gelato con noi.
Dopo una coda estenuante davanti al panificio, arriva il mio turno. Ho una tasca piena di monete. Il totale è diciotto dinari. Li deposito sul bancone, contandoli a voce alta: “Uno, do, tre, cuatro, sinque, sie, sète…disdoto”. Il giovane commesso, non più di venti anni, mi dice “Conti ancora.” Forse non ha capito. Così conto in russo, pensando che, tra lingue slave, un croato possa capire: “Adìn, dva, tri, citir, piat…” Il giovane mi ferma e dice: “No, no. Conti come prima”. Ed io: “Uno, do, tre, cuatro…” Voleva sentir parlare veneto.
Ma ci sono anche alcuni rovesci di medaglia. Un impiegato del campeggio, arrabbiato non so con chi, attraversa il prato parlando in croato e bestemmiando in perfetto italiano. A Pola, un giovane prete, lividamente ostile, al quale ci siamo rivolti per saper la strada del mercato ittico (c’è solo lui in giro), finge di non capire, finché non mi sovviene il termine russo: “Ribi”.
La giovane guida dalmata che ci porta a Traù, dice: “Noi non siamo croati. Siamo Dalmati”. Di più non può dire, ma se si tiene conto che per un migliaio di anni la Dalmazia è appartenuta a S.Marco, il senso della sua affermazione è chiaro. La ragazza continua a fare esempi di parole veneziane entrate nella lingua dalmata, come carega. O frasi intere, come Ti xe ‘na mona. A Traù ci spiega la psicologia degli abitanti. “Sono come a Venezia. Tutti sanno tutto di tutti. Le comunicazioni avvengono attraverso la calle senza uscir di casa.” Penso alla comare di Lino Toffolo che chiede all’amica:”Maria, dato che ti ga a boca verta, ciama anca me fia.”
Traù sembra infatti un sestiere di Venezia. In campo, mi avvicina un tizio male in arnese. “Ho fatto le scuole elementari italiane, durante la guerra. Mio figlio studia canto all’Accademia di Santa Cecilia, a Roma.”
Sembrano tutte invocazioni d’aiuto, dal buio croato. Spalato è devastata dal cemento titino.

A Candia ti portano a vedere la Fontana del Morosini, che porta acqua alla città assetata. Si è  accolti nell’isola da enormi leoni di S.Marco, rimessi al loro posto sulle fortezze del porto, dopo la fine del dominio turco. Già dal mare ti accoglie un’enorme scritta: “Caffè Veneto”.
Sembrano rimpianti, nel sole greco.
A Corfù, i nomi dei luoghi più importanti sono veneti. Nel capoluogo la presenza Veneta incombe, grazie alle due enormi fortezze. Colgo al volo un discorso. Un tizio di mezza età chiede ad una ragazza, che se ne sta in piedi sulla porta del suo negozio: “Che ora fè?”. La ragazza guarda l’orologio e risponde in greco. L’uomo ringrazia in greco. Penso di ave udito male. Mezzora dopo ripasso appositamente davanti alla ragazza e chiedo: “Che ora fè?“. Lei mi osserva un po’ perplessa, poi solleva il polsino, guarda l’orologio, e mi dice qualcosa in greco. Non so ancora che ora fosse, perché proprio non so nulla di quella lingua.
La cosa peggiore che potessimo fare in Italia per perdere la Venezia di là dal Mar, è stata considerare confini italiani quelli che invece erano confini di S.Marco. Ma forse quella Venezia di là dal mare non è perduta per sempre. Basta considerarne nuovamente veneti i confini.