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Le brave ragazze del Basso Piave
Sabato 22 gennaio
scorso è stata presentata al Centro Culturale Leonardo da Vinci la
Guida turistica e culturale del Basso Piave, scritta da tre
studentesse, Sara Padovan, Alessandra Patti e Maria Giovanna Simonetto.
Bel lavoro, sia dal punto di vista storico, sia informativo
dell’attualità. Un elogio anche alla vivacissima associazione culturale
GRIL, che ha fornito il necessario supporto alle ragazze nel loro lavoro
di ricerca, tradotto anche in inglese ed in tedesco.
Meno bene la giornata, con politici ed insegnanti che hanno rubato la
scena alle giovani autrici. Un sindaco è perfino arrivato di slancio a
lodare la dabbenaggine di un non so più quale assessore
regionale. Un po’ astruso il linguaggio degli insegnanti, che cercano di
imitare il rigore del metodo cartesiano, la qual cosa non è roba da
Italiani. Un preside ha temerariamente buttato là e storpiato un
celebre proverbio francese, l’argent fa la guerre. Capita a
tutti, ed ai Francesi ben gli sta.
Magistrale la lezione del dott. Schiavon dell’Associazione Albergatori
di Jesolo. A braccio, in perfetto, chiaro e comprensibile italiano ha
esposto il programma di aggiornamento e di sviluppo della strategia
dell’associazione che rappresenta.
Minorquinas
È uscita , a spese
d’Autore, la raccolta di poesie Minorquitas di Sandro Zucchetta,
per i tipi della Marpress di Ponte di Piave. Si tratta, dice il poeta,
di un percorso temporale del verso, parallelo
anche al vario sentire del vivere quotidiano, che ha il prologo in
primavera del 2010 e l’epilogo in autunno, mentre l’azione vede la luce
durante l’estate in occasione di un viaggio nell’isola di Minorca.
Ad una prima sommaria lettura, le quarantasei liriche di Sandro
Zucchetta presentano il fascino della poesia vissuta intensamente ogni
giorno, ogni momento, solo o con le persone amate. L’Autore svolge il
filo dei suoi pensieri, delle sue emozioni e delle circostanze con una
determinazione che è anch’essa poesia. Svolge e scava.
La raccolta merita comunque il dovuto approfondimento, che potrebbe
avvenire con la presentazione in una sede consona, che potrebbe essere
Ca’ Tessere.
De profundis
La Provincia di Venezia avrebbe decretato la fine dell’INAPLI, acronimo
che significava Istituto Nazionale pel l’Addestramento e la
Preparazione dei Lavoratori dell’Industria. Una brutta fine. Iniziò
infatti come Istituto Nazionale, poi passò alla Regione, infine alla
Provincia. Un percorso tutto verso il basso, quello del Centro voluto da
Fabrizio Gorghetto, e dal suo vice Giuseppe Balestra, attraverso
istituzioni che non sempre hanno dimostrato di capire l’importanza della
formazione professionale. Un peso fastidioso, per burocrati e politici.
Ma anche un trampolino di lancio per le splendide carriere politiche di
trafficoni che s’infilano dappertutto.
L’INAPLI iniziò la sua attività nel 1959, con il fior fiore dei periti
industriali diplomati al Pacinotti di Mestre ed al Fermi (mi pare) di
Treviso. Roba fina, gente con una preparazione che sfidava quella degli
ingegneri, prima del ’68. Vi ho trascorso molta parte della mia vita
lavorativa, fra colleghi meravigliosi che sono rimasti tutti amici. Tra
allievi reclutati dalle situazioni più sfortunate, ma splendidi. Sono
orgoglioso d’ aver contribuito a formare quei ragazzi e gli adulti delle
serali, che ora costituiscono il nerbo dell’imprenditoria locale. Ci
sono anche alcuni che oggi sono dei veri capitani d’industria, e dànno
lavoro a centinaia di operai. Ci sono stati anche, come S…, dei sospetti
brigatisti.
Quando andavo a prendere delle pizze, il giovedì sera di tanti anni fa,
lo vedevo spesso, insieme con altri due o tre, in conciliabolo con
l’arcinoto (e bruttissimo) cattivo maestro del terrorismo, arrivato da
Padova, con una Porsche Carrera, per il briefing settimanale.
Voglio bene anche a lui (a S…, non al cattivo maestro), e mi chiedo che
fine abbia fatto.
Ci resta solo da confidare che la Provincia metta bene il naso dentro
l’attuale situazione, faccia pulizia degli eventuali trafficoni di cui
sopra, facendo della formazione professionale la cosa seria che è e
deve essere.
L’ombrello del Presidente
Anche a San Donà si celebrano i
centocinquant’anni. Spero vivamente d’aver visto male, in un reportage
televisivo da Roma. Piove, corteo delle Autorità, l’auto del Presidente
avanza lentamente tra due ali di folla, pioggerella. A fianco dell’auto
trotterella un signore di mezza età, in evidente affanno.
Porta
l’ombrello – chiuso – del Presidente. Probabilmente rincorre l’auto per
restituire il parapioggia dimenticato dal legittimo proprietario. Ma
forse no. Sull’esempio americano dei G-Men che affiancano correndo,
armati fino ai denti, la limousine di Obama, anche il signore sovrappeso
con l’ombrello fa parte di una coreografia tipo yankee.
Sono indignato, quell’uomo è stato trattato come neanche un lacchè del
Settecento. Nei centocinquant’anni, in una Repubblica democratica ed
egalitaria, un cittadino non può essere degradato a saltellante
portaombrelli umano. Sarebbe molto meglio che il Presidente portasse
l’ombrello con sé. O che facesse salire in macchina il signore che lo ha
in consegna. Con osservanza, signor Presidente, come dice Giuliano
Ferrara.
Se non ho visto male…
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