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Derviscio
(L.Ballarin, Venezia)

Piazza
Indipendenza sarebbe un bel punto d’incontro, il salotto buono della
città, se sotto i portici non corressero le biciclette. Del resto, S.Donà
non ha marciapiedi, ha piste ciclabili.
L’altro
giorno, all’ora dell’aperitivo, invito E.B. e l’Anonimo Trevisano a
bere uno spriz. La parola è tedesca, ci è stata lasciata dagli
Austriaci, e significa spruzzo. Molti baristi scrivono spritz. Sono gli
stessi che invece di tè, si inventano thé, thea, tea, thee e via
elencando. La semplicità nell’ortografia rende sospettosi e spinge
all’ipercorrezione, come quel tale che assicurava di abitare in Via
Bruciate.
Per la
gioia del lettore, darò la ricetta esatta di questo cocktail
venezianissimo che si fa un baffo di qualsivoglia Bloody Mary o di Cuba
Libre.
Dunque,
lo spriz richiede come base il prosecco. Si aggiunge del Bitter Campari
(non Campari Soda) e si spruzza con selz (è ammessa anche la grafia
seltz, dal nome di un villaggio termale di Prussia, Germania). Di rigore
sono due cubetti di ghiaccio ed una pezzetto di buccia di limone. Non una
fettina di limone, si badi bene, ma una buccia, per dare il profumo. Lo
spriz va bevuto accompagnato dallo sgranocchiamento di patatine fritte e,
per chi fuma, da una buona sigaretta. E’ un vero sacrilegio abbinarlo ai
baciri. Qualcuno, al posto del bitter, preferisce l’Aperol.
- Mia
figlia Sibilla – dice E.B., riferendosi al libro “2084. Treviso perla
dell’Islam” dell’Anonimo Trevisano – ha letto il tuo libro e le è
piaciuto molto. Anche a me è piaciuto. Ti fa riflettere.
- Gli
unici ai quali non è andato giù sono stati i Leghisti. In linea di
principio, avrebbero dovuto apprezzarlo, quanto meno per l’argomento
che tratta, cioè la presenza islamica in Veneto. Invece non c’è stato
un solo Leghista che mi abbia detto, così, per pura cortesia, qualche
parola di circostanza. Neanche i pochi amici che conto fra di loro.
Silenzio di tomba. Ne ho mandata una copia a Gentilini, che non si è
fatto sentire neanche con un “grazie”.
E.B.
osserva che si tratta semplicemente di maleducazione.
-
Perché, secondo te non è piaciuto ai Leghisti? – chiede.
-
Perché, in fondo, il racconto si conclude con il raggiungimento di una
convivenza pacifica tra cristiani e mussulmani, sia pure non sulla base di
ineffabili e sublimi principi, ma sulla base terra-terra degli
irresistibili panini alla porchetta di Ermete Beltrame e di vino Verduzzo.
Sai, come il mio solito, io amo mandare le cose un po’ in vacca. Per lo
stesso motivo, il libro è invece piaciuto moltissimo ai Patrioti Veneti,
che ne hanno comprato centinaia di copie. Quello che li divide dai
Leghisti duri e puri, ci metterei la mano sul fuoco, è l’eventuale
opzione serba (nel 2084, s’intende, quando i Mussulmani fossero
maggioranza), cioè la guerra etnica. Che poi guerra etnica non è ma di
religione. Un’opzione che non paga, e che i Patrioti Veneti non
farebbero mai, perché sanno che non si può costruire nulla sul sangue e
sulla violenza, neanche il ritorno della Serenissima. Bisogna porgere la
mano al diverso, per costruire.
- Ci
sono state reazioni da parte dei Mussulmani?
- Alla
vigilia della pubblicazione, nutrivo qualche timore. Mi immaginavo che
sarei stato oggetto di una fatwa, sul tipo di un Salman Rushdie di
provincia. Magari una condanna alla circoncisione – peggio della morte.
Invece niente, neanche una telefonata di insulti, né a me né
all’editore. Eppure il libro è circolato molto a Treviso, dove è tra i
più venduti da due anni. Impossibile che non sia arrivato nelle mani di
qualche mussulmano, ma nessuno ha reagito scompostamente. In effetti,
quelli di loro che arrivano qui, si fanno senz’altro quattro conti e
vedono la differenza, in meglio, coi loro luoghi d’origine.
Lo stesso ha fatto uno dei personaggi, l’anziano Mino Saeno
(Osama
ben Sedan) che, dopo aver bevuto un paio di onbrete, espone il suo vero
pensiero in perfetto trevisano:”Meio ronparse a schena oto ore sora un
tornio, che star tuta a giornada col culo par aria a pregar Maometo!”
Peccato che con gli onesti lavoratori mussulmani, arrivino anche i loro
preti fanatici, che li sustano a fare i mone. Ma pare che qui in Veneto
non ci riescano molto… per fortuna.
A
questo punto, E.B., persona seria e ponderata assai, fa una dichiarazione
che mi lascia di stucco, ma ineccepibile:
-
A proposito di opzione serba. Gli Israeliani sbagliano a far saltare in
aria le case dei loro coloni cacciati dalla striscia di Gaza, per non
lasciarle ai Palestinesi. Non capiscono che, comportandosi generosamente,
investirebbero probabilmente in un futuro di pace.
Sottoscrivo.
Israele non dovrebbe sottovalutare l’opinione di E.B.
A
proposito di etnie, una bella lezione ci viene dai Dalmati. Il Touring
Club d’Italia, che pure fa delle belle guide, è inguaribile nella sua sempiagine
antitaliana. Non si smentisce mai. In un bel capitolo dedicato
alla lingua greca moderna, fa degli esempi. Spiega come si dice in greco
“io parlo inglese, parlo francese, parlo tedesco”… Ma non “io
parlo italiano”. In una guida italiana! Roba da cadere indrio schena,
sul tipo del gorilla nella pubblicità dell’analcolico biondo che fa
impazzire il mondo.
E
lo stesso, tutta Ragusa (le case, i nomi, i santi, i monumenti, le pietre)
parla italiano - il mio professore di lettere era raguseo - ma il TCI
spara a palle incatenate. Londra e non London, Parigi e non Paris, Mosca e
non Moskvà, Dublino e non Baile Àtha Cliath, ma caparbiamente,
impunemente Dubrovnik e non Ragusa. Per fortuna, ci pensano gli stessi
ragusei a svergognarlo. In un manifesto in lingua croata si annuncia un
concerto rock per la domenica successiva, sulla “Stradona”, o nel
Palazzo della Dogana, non ricordo esattamente. Il nome della band? Si
chiama “Ragusa clapa”. non “Dubrovnik clapa”.
Gesù,
fate luce sul Touring, ne ha molto bisogno!
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