Gli itinerari

PADRE 
SERGIO SORGON

Uu figlio di questa terra, nel racconto di Giuseppe Toffolo, SanDonàdomani 2/1985 

Avevamo promesso di continuare questo nostro discorso sul Basso Piave, parlando e della gente. Ma, come dice il proverbio, non si può mai dire quattro... Il fatto è che, nel frattempo, è accaduto qualcosa che ci ha fatto cambiare idea e modificare un poco i nostri progetti. Non parleremo perciò gente in generale, ma di uno in particolare e, speriamo, il lettore non ce ne vorrà.
Parleremo di Sergio Sorgon, missionario carmelitano, nativo di qui, ucciso un mese fa in Madagascar.
Resteremo dunque, anche se parzialmente, in argomento.
Di lui, della sua famiglia, della tragica morte, ha già parlato ampiamente la stampa d'informazione. Noi, non potremmo aggiungere nulla: ricorderemo solo che egli veniva da un antico ceppo contadino di Fiorentina, di quelli che per generazioni hanno impastato la terra del loro sudore, cavandone non solo i frutti, ma le virtù umane e familiari, che rendono solido e sapiente lo spirito, ed eminente la condizione loro, di lavoro e fatica.
Sergio, dunque, dopo aver fatto da padre a numerosi fratelli, segue la propria vocazione, si fa carmelitano, parte missionario, e  finisce ucciso a quarantasei anni in una terra agli antipodi, tormentata dalle lotte civili. Quanto poco ci vuole a riassumere una vita! Ma non altrettanto poco occorre per esaminare i problemi che quella di padre Sergio pone, solo che vogliamo ragionarne.
Chi scrive, come la quasi totalità dei lettori, ha fatto altre scelte, meno totalizzanti (non vogliamo dire meno impegnative): il lavoro, il matrimonio, la famiglia. Che cosa dice alla nostra coscienza di gente comune, di non-eroi, la vita e la morte di chi ha sacrificato tutto all'amore per gli altri, che spesso è così mal ripagato in moneta umana? 
Quali sentimenti agita? Ci sgomenta il modo di quella morte, che s'inquadra nell'eterno mito di Caino e Abele: l'uomo che uccide il fratello. Ma lo sgomento lascia subito il posto alla speranza, perché padre Sergio è un testimone in più della fede nella Promessa che ci riguarda tutti. Riguarda noi e i nostri cari morti. Tutti soffriamo per qualche lutto.
Il martirio di padre Sergio, missionario in Madagascar, come quello di Popieluszko, missionario in patria, ci dice anche la pochezza delle ragioni del male. Non importa sapere di quale colore politico siano i guerriglieri assassini. 

Non ha senso sapere se siano rossi o neri, come ha poco senso il sapere per certo che quelli dell'abate polacco sono sicari d'un regime odioso. Le ideologie passano, l'uomo resta, conteso tra bene e male, tra amore ed odio. Importa però riflettere su questo pensiero: che valore avranno mai le utopie che armano mani criminali? Quale destino preparerebbero all’uomo se non ci fossero quelli che, come padre Sergio, con la morte, ne trionfano?
Miserabili anche le ragioni umane dei criminali.
Pensando all'attentato della vigilia di Natale sul treno, sgomentava, che ci fossero uomini (uomini?) capaci di recare, sicuri dell'impunità che viene dall'anonimato, tanto strazio. Quale mai verminaio avrà prodotto simili esseri? ci si chiedeva.
Che esistano uomini come Padre Sergio, ridà fiducia nell'umanità: l'esistenza di uomini-belva è cancellata dalla luce degli uomini-amore. Pietà per gli assassini, per tutti gli assassini.
Padre Sergio è un itinerario, un itinerario umano del Basso Piave; è un figlio di questa terra, che ora lo piange, con la madre ed i familiari. Sono tanti i missionari partiti di qui. Sono dappertutto nel mondo, dove si soffre e si lotta. Diversi itinerari umani e spirituali.
Questa terra piana ci sorprende. Qui, dove non il clima, non la natura, non la storia rende drammatico il carattere degli uomini, dove non c'è nulla che, apparentemente, spinga al misticismo; dove tutto, al contrario, suggerisce la calma, la tenacia, la prudenza, i tempi lunghi della moderazione, i figli e le figlie mollano tutto e partono, e ardono lontano lontano, in nome della fede e della verità, per gli altri.

Qui, dove non c'è nemmeno un santuario (l'avete notato?). Terra strana, valla a capire!

Ora, Padre Sergio riposa nella sua terra

Padre Sergio riposa nella sua terra.
La nostra gente si è raccolta numerosa attorno al suo povero corpo martoriato per un ultimo saluto, unità nei riti di una comune fede. Padre Sergio è dunque tornato. Quel viaggio d'amore e di sacrificio intrapreso tanti anni or sono si è concluso nel più tragico dei modi, quasi a significare l'estremo e urgente bisogno di una presenza cristiana in quella terra lontana.
Il suo sacrificio ha assunto un valore assoluto, come assoluto e universale è il messaggio del quale è stato coraggioso testimone. A questa universalità improntiamo dunque anche noi un po' della nostra vita. Tra l'altro noi non arrischiamo nulla; non ci serve certo il suo coraggio fisico. Basta solo un po' di volontà e improntare così la nostra vita, o magari qualche gesto più frequente del nostro vivere quotidiano, all'amore, alla solidarietà, alla carità, alla comprensione, a talune rinunce  significative.
In fondo padre Sergio era uno come noi.
Tocca perciò a noi fare ora della sua vita, del suo sacrificio, un esempio e uno stimolo per la nostra quotidiana presenza.

"Sandonàdomani", giugno 1985

gli itinerari di ieri / Padre Sergio Sorgon / 2/1985