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L’appuntamento con Giuseppe Spadotto è al Caffè
Letterario, in fondo alla galleria del Centro Culturale. Il locale
ospita, con altre due esposizioni, un’ottantina delle sue sculture.
Spadotto si guadagna così, con questo suo debutto pubblico, i galloni
di scultore. E che scultore. Ma prima, due parole sul caffè. In esso si
mescola felicemente l’arte con il quotidiano, con le cose senza pretese
che la gente fa ogni giorno. Spriz, espressi, prosecco,
brioches, tramezzini.
Non è contaminazione, la maestà dell’arte non ci soffre. Si ricupera
piuttosto un modo antico di goderne, mescolandola, appunto con il
quotidiano, con la vita, come nel Settecento. Grande secolo. Oggi, per
esempio, ci sono vari modi di ascoltare la musica dal vivo, alcuni un
po’ paranoici. Molti, specialmente i giovani, si ammassano a decine di
migliaia negli stadi, stanno in piedi per ore e ore senza poter
soddisfare né fame, né sete, né altre necessità corporali. E si sgolano
e spellano le mani per acclamare i loro idoli rock. Al polo
opposto, i benpensanti vanno a teatro tirati a lucido, seduti immobili
ore davanti ai musicanti. Se ti scappa un mezzo colpo di tosse, si leva
un coro di ssst! scandalizzati. Figurarsi sbadigliare o fumare.
Un Piazzale Loreto. A me non mi avranno mai, né gli uni né gli altri.
Giuseppe Spadotto, ingegnere, è la pacatezza in persona. La ragionante
calma del tecnico divenuta uomo. E invece. Un mese e mezzo fa m’aveva
accennato alla sua scultura, fatta con materiali poveri. Sorseggiando
l’aperitivo parliamo del più e del meno, tanto per riannodare i fili
d’una vecchia conoscenza. Un po’ alla volta il discorso si sposta sulla
sua passione, la scultura appunto, alla quale si dedica ormai dal 1999,
dopo molte esitazioni. La religione dell’arte gliel’aveva rivelata al
liceo scientifico il professor Romanelli. Erano gli anni sessanta.
Romanelli era uno scultore, ed aveva mani enormi, indurite dal lavoro.
- Si infervorava - racconta Spadotto – parlando di capolavori, ed
agitava le grandi mani, che però in quei momenti acquistavano la
leggerezza e l’eleganza di farfalle. È stato lui ad iniziarmi ai misteri
ed alla sacralità dell’arte. Non ho mai dimenticato. Quando gli
capitava di visitare un museo, Giuseppe Spadotto non ne usciva più.
Immagino che, entrando nella splendida gipsoteca di Copenhagen, o nel
vicino laboratorio di Berte Thorvaldsen, diciamo nel 2005, oggi sarebbe
ancora là. Da quanto mi racconta, durante una visita a Possagno, davanti
ai bozzetti del Canova, deve essere stato colto da un episodio acuto
della sindrome di Stendhal – cioè l’estasi che ti prende di
fronte ad un capolavoro e che ti catapulta, te ed i tuoi sensi, ad
altezze siderali. A Possagno sente infine di aver qualcosa dentro e di
volerlo – o doverlo -esprimere. La signora, che è psicologa, lo
incoraggia e lo aiuta amorevolmente a superare le difficoltà ed i dubbi
degli inizi. Il timore di non essere all’altezza lo paralizza. Ma quando
mostra alla moglie il primo lavoro, la signora si rende conto che si
tratta di qualcosa di veramente pregevole.
- Ho scoperto allora – dice Spadotto – quella che credo sia una verità
fondamentale nella scultura. Non sei tu che scegli la materia e la
plasmi come vuoi. Non funziona così. È lei, la materia, che sceglie te e
ti conduce per mano in quello che fai. Che ti costringe ad operare come
ha deciso, secondo arcane leggi sue proprie.
Aggiunge che, quando crea, deve abbandonarsi a quella malia della
materia. Se cerca di lavorare coordinando scienza coscienza e volontà,
non combina nulla. Mi accompagna alle bacheche e comincia a spiegare.
Come si può immaginare, è persona di grande cultura, sia in campo
tecnico, sia in campo umanistico. Comincia dall’aspetto operativo e,
perdendo un po’ della sua flemma, richiama con orgoglio la mia
attenzione sulla tecnica di argentatura e doratura che ha inventato.
Lucida la ceramica con polveri finissime di quei metalli, finché le
polveri non vi s’incorporano meccanicamente. La cosa è di grande
effetto. Le superfici splendono di mille atomi d’argento e d’oro.
Le sculture sono allineate su tre scaffali, uno dei quali è troppo alto
per permettere una buona osservazione delle opere esposte. Me ne tira
giù alcune, volta a volta. Non sono oggetti grandi – difatti Giuseppe
Spadotto ha preliminarmente tradito, come abbiamo visto, la sua
predilezione per i bozzetti del Canova, a Possagno. Probabilmente
le sue sculture devono restare nella mano che le ha create, in un
rapporto creatore e creazione che non potrà mai essere definitivamente
reciso. Quasi per mantenerli animati d’una propria forza vitale arcana
(il motivo ritorna spesso nell’opera di Spadotto).
Lo interrompo. Su uno dei ripiani è una bacheca di vetro piena di
gioielli dalle forme più disparate. Sono le sue creazioni con materiali
poveri, che a prima vista poveri non sono, di là dal valore
aggiunto dall’artista. Indico un pendentif rossastro, molto
grazioso, e chiedo di che materiale sia fatto.
- Pare ambra – dico.
Lui
sorride e spiega:
- È la rossa di Storo. Farina di mais,
che si produce solo a Storo e che dà la migliore polenta del mondo, come
diceva sempre mia mamma.
Da buon trevisano mangiatore di polenta bianca, alla proclamazione della
superiorità universale della polenta di Storo, mi sento un po’ umiliato
ed offeso nella mia educazione al gusto. Del resto, bisogna pure
ammetterlo, i trentini eccellono in molte produzioni, dalla frutta al
vino. Storo, caro lettore, è un paesino in riva al lago d’Idro, dove,
unico posto al mondo, si produce la farina di mais della varietà di
Marano. La rossa di Storo, appunto.
Entriamo così nel vivo della questione materiali poveri. Spadotto
ne fa uso per creare piccole sculture, che sono dei veri e propri
gioielli. Forme animali, testine, forme di fantasia. Mi indica una ad
una le sue creazioni ed elenca i materiali di cui s’è servito. L’elenco
è lungo: ghiande, ossicini, castagne, buccia di patata, ricci di
castagna, polpa di castagna (da quest’ultima trae la deliziosa figurina
di un militare russo), sedano, rapa, conchiglie, funghi (Achille e
Patroclo), sassi. Chi non sia preparato alla cosa, difficilmente
indovina di quale materiale si tratti. Si pensa a tutto, che so,
argento, ossidiana, avorio, pietre dure, materie plastiche. Spadotto
fissa, dopo averli fatti seccare, i suoi materiali poveri con una
speciale lacca giapponese. Potrebbero durare inalterati in saecula,
con gran gioia degli ecologisti, che già sono profondamente angosciati
dal problema dello smaltimento delle materie plastiche.
Celie a parte, e di là dal buon gusto delle creazioni, colpiscono la
varietà dei colori e delle forme, ed il simbolismo della bellezza creata
da materiali spregiati e rifiutati. Come ho detto, Spadotto è persona
assai colta e certamente intuisce il valore etico, oltre che estetico di
un tale simbolismo. Bellezza dal nulla. Egli compie anche un’operazione
vagamente magica, come la trasmutazione alchemica di materiali vili in
metalli e pietre pregiati. Mi è capitato anche con altri scultori di
scoprire nelle loro opere questa vena arcana di esoterismo.
Sono andato più volte a visitare la mostra, sia per il piacere di
rivederla, sia per correggere eventuali notazioni errate – come quella
del pendentif in polenta di Storo, che non è tale in effetti, ma
è un animaletto di pochi centimetri. Ricorda una piccola foca
giocherellona sulla pista d’un circo.
Le sculture più grandi, quelle non fatte di materiali poveri, per
intenderci, si ispirano spesso a personaggi della mitologia classica.
Sono ritratti, busti, ballerine, maternità, amanti abbracciati,
tavolette con rilievi – le cui figure stilisticamente si richiamano alle
celebri tavolette eburnee dell’evangelario di Onorio imperatore. Le
opere di Spadotto sono veramente a tutto tondo e richiedono di essere
apprezzate nei trecentosessanta gradi. Quasi sempre, rotandole, si
vedono altre figure fuse armoniosamente con quella anteriore. Se si
tratta di amanti - o sposi –l’idea è icasticamente quella che ci
facciamo delle anime di Paolo e Francesca unite per sempre nel vento
infernale che mai non posa. In realtà, se lo scultore riesce
egregiamente nel rendere la visione, l’intenzione, meglio la filosofia
sottesa mi pare un’altra. Precisamente l’unione intima di uomo e donna,
che, nella figura mistica dell’androgino, corona con successo la Grande
Opera, cioè la ricerca alchemica della Pietra Filosofale. Ancora…
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