Gli itinerari

La pensilina della Stazione e...

il cancello del Cimitero

di Giuseppe Toffolo

Nel 1938, a Monaco, le grandi potenze europee sacrificarono ad Hitler la povera Cecoslovacchia, sperando di evitare la guerra. Il Duce fece da mediatore tra Gran Bretagna e Francia da una parte e la Germania dall’altra, con il risultato di essere salutato dall’opinione pubblica mondiale come il salvatore della pace.
La cosa, pare, lo indispettì parecchio. L’impresa d’Etiopia e l’imminente vittoria a fianco dei franchisti nella guerra civile di Spagna, lo avevano indotto a credersi un fulmine di guerra, una specie di moderno Giulio Cesare. Il capo guerriero d’una nazione guerriera.
Il treno  che lo riportava a Roma fece sosta alla stazione di Verona, dove il popolo accorse ad acclamarlo. Ma il suo disappunto per la faccenda del salvatore della pace era tale che non volle nemmeno affacciarsi al finestrino.
La nostra stazione ferroviaria possiede una bella pensilina liberty d’epoca, un pezzo di modernariato che farebbe invidia al Métro di Parigi. In compenso, l’effetto d’insieme è rovinato da un eccesso di cartelli novissimi in italiano ed in inglese.
Non sono un esperto della lingua di Shakespeare, ma mi coglie ugualmente il dubbio che le traduzioni siano un po’ fatte in casa, del genere di quelle che apparvero, qualche anno fa, in un nostro sceneggiato televisivo ambientato in Inghilterra. La situazione era questa. Un albergo registrava il tutto esaurito. Il cartello che segnalava il fatto, recava la scritta casereccia complete in luogo di no vacancy. Ma sono pronto a ricredermi.
La vicenda mi ricorda tanto quella di un mio vecchio professore di francese che tradusse beatamente, in un libro di promozione turistica destinato alla Francia, la frasetta cupola del Duomo con coupole du dôme (cioè cupola della volta) invece di dôme de la Cathédrale. Si vantava di essere stato partigiano e di aver preso la laurea col mitra, subito dopo la guerra.
Non ho visto scritte simili alle nostre in altre stazioni ferroviarie. Lo zelo, quindi, deve essere tutto locale. Infatti anche le  scritte in italiano lasciano un po’ a desiderare. Mi riferisco a quella che esibisce un autoritario presenziamento – parola  molto  pomposa,  ma  affatto  inesistente nella nostra bella lingua – in luogo di una semplice e virginale presenza. Il tutto, in un cartello dedicato agli andicappati in carrozzella che fossero tentati di attraversare i binari senza assistenza dei ferrovieri. Del resto, un altro cartello vieta di oltrepassare la linea gialla. Se si rispettasse il divieto non si potrebbe salire in treno.
Gli altoparlanti fanno dell’umorismo involontario, annunciando che il treno delle XX,xx arriva e parte dal binario Y. Vi ricordate l’esilarante scena della stazione, con Jacques Tati in Mon Oncle?  Ci  sarebbe  mancato  solo  che in una stazione non terminale come la nostra, un  treno fosse  arrivato  in  un  binario  e  fosse   ripartito  da  un  altro. D’accordo, le comunicazioni sono centralizzate a livello nazionale ed elettroniche, ma il fatto non autorizza a corbellerie del genere.
Il massimo dello zelo maniacale si è però toccato quando un anonimo zelantemente omologato a Sirchia ha fatto affiggere un cartello Vietato fumare nel sottopassaggio Marcon, che potrebbe servire come manica a vento per il collaudo dei jet. Il comune senso del pudore ha fatto sì che qualcuno infine lo togliesse. Abolendo le carrozze dei fumatori, le Ferrovie hanno avuto perdite calcolate da uno dei loro direttori al 4%, buco che si deve colmare con l’aumento dei biglietti. Nei due anni dall’abolizione sarei dovuto andare a Roma e tornare almeno una decina di volte. Sto a casa o vado in auto. Dov’è il guadagno per le Ferrovie? L’orgoglio di essere le prime in fatto di lotta antifumo? Fossero le prime per puntualità, controlli e pulizia…
All’altezza della pensilina della stazione è il cancello del cimitero, che dovrebbe essere restaurato. Un’opera eccezionale (ideato dall'arch.Camillo Puglisi Allegra e dall'ing. Gianni Nardini, nel 1924, ndr), tutta in ferro battuto, che nessun fabbro oggi sarebbe in grado di rifare. Non deve andare in rovina, come la lingua nostra nelle mani delle ferrovie.