Lisi, Madieri, Segafreddo: tre forme di linguaggio 

1993 - Premio Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" 

Il 1993 è l'anno nel quale, con maggior evidenza, vengono alla ribalta, con i tre libri finalisti, tre diverse  forme di linguaggio, che ugualmente indagano l'ampio filone delle culture locali. 
Con Oggetti di pensiero, il saggio di antropologia culturale, nel quale Giuseppe Lisi si conferma maestro; con Gli italiani sulle vie del mondo l'inchiesta di taglio giornalistico, condotta da Luciano Segafreddo con ampio uso dell'intervista; infine La radura. Una favola, opera di narrativa pura, che Marisa Madieri ha intriso di profondi richiami morali. 
Sono tre forme di comunicazione che attingono, comunque, a quel grande  serbatoio che è la memoria collettiva,  senza il quale nessun mezzo espressivo può emergere.
La memoria, ha detto nell'occasione Raffaele Crovi, allora recente vincitore del premio Campiello, è una sorta:"... energia, visiva, linguistica e strumentale (gli oggetti dimenticati, gli oggetti usati) ma anche una energia etica, in quanto depositaria d i valori riconosciuti nel tempo e nelle coscienze ...".
(emmepi) 

Il contenuto di questa pagina è già apparso sul numero novembre 1993 di "Sandonàdomani",  a cura di Massimo Baldo

- Che accade, ragazze? Perché bisticciate? 
Era il vocione di Oscar, il vecchio giardiniere. 
- Suvvia, fate la pace da brave. Guardate che bella giornata è oggi. Non ce ne sono tante così.
Dafne fu contenta di sentirlo. Gli voleva bene. Era il più simpatico della radura. Corpulento e con la corolla già un po' gualcita, brontolava in continuazione contro il disordine generalizzato, il pattume portato dal vento, dagli insetti e dalla stessa malagrazia delle margherite che, allorché perdevano foglie o petali, non si facevano scrupolo di lasciarli cadere in terra, incuranti di ogni forma di educazione e sprezzanti della fatica di lui,
Oscar. Con i piccoli, invece, era indulgente e gentile. Quando poteva, interveniva in loro difesa e giustificava le loro marachelle.Era davvero instancabile, il primo ad alzarsi e l'ultimo a coricarsi. E nessuno che gli fosse riconoscente. Oltre ad essere giardiniere, era anche un poco medico. Conosceva il segreto di ogni erba, di ogni linfa, il benefico effetto di ogni alito di vento o goccia di rugiada. 
Le margherite anziane andavano da lui quando si accorgevano che nessun insetto veniva più a trovarle e le ligule cadevano lasciando dei vuoti attorno al bottone giallo, divenuto spesso e rugginoso. Oscar ordinava impiastri e tisane, ma sorrideva malizioso incoraggiando le ad accettare la realtà.. Anche le margherite invecchiavano.
- Oscar, perché i nonni stanno sempre così storti? - gli chiese un giorno Dafne.
- I nonni hanno il gambo malfermo e la schiena curva sotto il peso dei giorni vissuti e delle esperienze fatte.
Come dovevano essere brutte le esperienze se riducevano così le margherite. Ma i giorni no, non potevano produrre effetti così disastrosi. I giorni erano belli, almeno quelli che lei stéssa aveva finora conosciuto.
- Oscar, diventerai anche tu così? - A lei una cosa simile non poteva certo accadere.
- È probabile, bambina mia. Se no, vuoi dire che me ne sono andato prima.
- Andato dove?
- Ritornato alla terra, da dove sono venuto.
Dafne non capiva, ma Oscar si era incupito. Com' era possibile ritornare
alla terra, se su di essa già stava ogni cosa? La terra era una madre generosa che ospitava nel suo grembo e reggeva sulla sua superficie tutte le creature, dalle più piccole, come le erbe e i fiori, alle più monumentali, come gli alberi. Anche gli animali, tranne gli uccelli e gli insetti in volo, poggiavano su di lei e alcuni, per esempio i grilli, abitavano nelle sue profondità. No, da lei nessuno poteva allontanarsi e quindi non aveva senso parlare di un ritorno. Oscar doveva essersi sbagliato.

Marisa Madieri
La Radura.Una Favola
Torino, Einaudi, 1992

 

 

1993 - Premio Nazionale dei Giovani "Costantino Pavan" 

Il lavoro del rammendo è eminentemente speculativo. Tenute tese dalla mano sull'uovo sono le smagliature, i tagli, gli strappi, i vuoti provocati dall'usura in calze e calzini, di lana, refe e cotone. 
Su questa materia logorata opera la «rammendatora», o «rimendatora», che «rimenda» ovvero «rimedia» con paziente attenzione al danno quasi sempre procurato da altri. 
E come un lavoro fatto sulla pelle: le maglie sono riprese al pari di vene, i lembi delle ferite ricongiunti, le vaste assenze pianpiano riempite, finché la nuova crosta, ribattuta, torna pari al tessuto.
Uovo da calza

Nell' opera, i pensieri discendono dal volto reclino attraverso il filo passato nella cruna; ogni punto è un nesso che collega ricordi che parevano estranei; e da parentele e da rassomiglianze non solo di sangue, si traggono luminose astrazioni senza accorgersene o meravigliarsi.
Da ognuna delle operazioni l'uovo restava marcato: punture quasi invisibili che aggiunte alle precedenti diventano un solco continuo. Torno torno l'uovo di legno - ma puoi osservare le tracce anche in quello di calcare - c'è una concatenazione di crateri aperti inb anni di lavoro. Con la trafittura di quelle brevi, acute spade, ripetuta anche per generazioni sulla stesso uovo, l'interno solido, duro, apparentemente sordo veniva sollecitato a  muoversi, a mutare.
Dovrebbe essere noto il significato dell' uovo. L'uovo è la promessa rispetto all' esaudimento. Come simbolo è tutto prima che sia. Ma proprio perché raffigurazione della potenzialità del mondo, porta dentro, accanto al bene della luce, l'oscuro.
Noi siamo qui per vedere le implicazioni di questo concetto in un ambito ristretto: le forme assunte dall'uovo da calza, adoprato da tempo imprecisato come supporto per il rammendo.
Di tal uovo, che è di legno o di pietra, non furono fissate, in vista dell'estetica e dell' uso, le caratteristiche e le proporzioni.Nell' accezione di strumento per il rammendo, non è nemmeno accolto nei vocabolari.
Siamo dunque in presenza di un utensile che, per l'eccessiva semplicità della forma e l'umiltà della funzione, non è stato assoggettato ad una regola codificata da una tradizione scritta.
Quando l'artigiano intendeva fabbricare l'uovo da calza, faceva ricorso alla memoria della forma, usufruendo dell'immagine che egli personalmente ne aveva, e adattandola nel modo più idoneo alla funzione. Agiva dunque in assenza di motrivazioni che non fossero profonde.

Giuseppe Lisi
Oggetti di pensiero
Milano, Camunia Editrice, 1992

 

1993 - Premio Nazionale dei Giovani "Costantino Pavan" 

Con la fine della seconda guerra mondiale si apre il quarto periodo dell'emigrazione italiana in Europa. Se la nostra ripresa è molto rapida, tanto da far parlare di "miracolo economico", lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro non tende a diminuire. Anzi, si accentua marcatamente di anno in anno. 
Le capacità produttive del paese non riescono ad assorbire tutta la manodopera disponibile; anche perché essa è fortemente aumentata per il rientro dai territori africani di 237 mila coloni, cui si debbono aggiungere i 200 mila profughi dai territori dalmati e istriani. 
La disoccupazione inarrestabile, il disagio economico e,forse in misura ancora maggiore, il disagio morale spingono gli italiani a uscire dalla loro patria. È risaputo che nei paesi vicini vi è forte bisogno di manodopera. La Francia e la Svizzera, tradizionali riserve di emigrazione, richiedono braccia. Il Belgio attende migliaia di minatori dall' Europa occidentale, poiché non arrivano più quelli della Polonia e della Cecoslovacchia a seguito della instaurazione di una invalicabile "cortina di ferro". Anche la Germania, che si è ripresa rapidamente dalle immani distruzioni sofferte, chiede l'aiuto dei lavoratori stranieri. 
E così ha inizio il nuovo esodo in Europa, che di anno in anno si fa sempre più consistente: 638 mila emigrati dal 1946 al 1950; 663 mila dal 1951 al 1955; 600 mila dal 1956 al 1958. In quest' anno la disoccpazione in Italia è del 10 per cento; in Olanda dello 0,9; in Francia dello 0,5; in Svizzera dello 0,1. Il Veneto è sempre la regione che offre il maggior contributo, ma le regioni meridionali d'Italia forniscono ora i due terzi dell' esercito migrante; il terzo restante parte dalle regioni centrali e da quelle settentrionali.
Con gli anni Sessanta si realizza finalmente una inversione di tendenza. Le partenze diminuiscono, bloccandosi sulla quota di 70-80 mila annuali. Il numero dei rientri, invece, aumenta progressivamente. E questo induce osservatori superficiali, politici sprovveduti e sociologi dilettanti a considerare l'emigrazione conclusa. E invece non è affatto conclusa perché, se continuano a rimpatriare, gli italiani continuano anche a espatriare. E con margini notevoli se, per esempio, nel 1989 i rimpatriati dai paesi europei furono 39.171, mentre gli espatriati furono 51.074. 
Non può considerarsi conclusa soprattutto perché l'emigrazione è un fatto storico; e di emigrati, di loro figli e nipoti, nei cinque continenti se ne possono contare a milioni. Quanti? Difficile dirlo. Ma certamente tanti da consentirci di affermare che gli italiani all' estero sono molti di più di quelli che vivono in patria.

Luciano Segrafreddo
Gli italiani sulle vie del mondo.
Personaggi e storie di emigrazione
Padova, Edizioni Messaggero Padova, 1993

 

 

1993 - Premio Nazionale dei Giovani "Costantino Pavan"