Gli autori presentano le loro opere

1993 - Premio Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" 

Il momento più significativo del Premio Pavan era sicuramente la presentazione da parte degli autori delle loro opere. Dopo una breve prolusione, il batti ribatti di domanda e risposta permetteva, infatti, ai giurati di formulare definitivamente i propri giudizi, agli autori intervenuti di capire, restando talora sorpresi, della struttura del premio, al pubblico, sempre poco, ahimè, di apprezzare le personalità e le opere. 
Particolarmente interessante l'incontro con gli autori in occasione del premio del 1993, per le le diverse caratteristiche dei libri e degli autori.

Il contenuto di questa pagina è già apparso sul numero novembre 1993 di "Sandonàdomani",  a cura di Massimo Baldo

Marisa Madieri
La radura. Una Favola

La visione dal basso
" ...vi dirò la mia favola "come": la radura è la metafora della nostra vita, lo spazio in cui si consumano le nostre avventure terrene.
Naturalmente questa metafora è narrata attraverso l'attenzione a ciò che è marginale, appunto la visione dal basso.
Io racconto tutto attraverso ciò che è piccolo, marginale, periferico, attraverso quindi l'incanto, la sofferenza del mondo animale, vegetale e perfino minerale.
La favola si può definire una educazione sentimentale di un fiore, infatti il protagonista è la margherita Dafne insieme a tutta la sua numerosa famiglia: perché una margherita? Probabilmente risponde a una esigenza di semplicità.
La margherita è il primo fiore che un bambino disegna, è il fiore, il sole con tanti raggi ... e probabilmente la scelta vegetale è stata quella di scegliere il più basso possibile: il mondo vegetale è doppiamente emarginato, nella letteratura e nella vita.
Educazione sentimentale di un fiore, 

dunque, ma anche di una bambina: mi sono accorta, forse a posteriori che, come nel mio primo libro, ho narrato la storia di una infanzia e di una adolescenza e, in particolare, il mio interesse è andato al passaggio da una fase all'altra, quel passaggio delicatissimo e fragile, un percorso difficile, doloroso che porta l'innocenza, la certezza dell' infanzia, a scoprire l'esistenza del dolore, dell'ombra e della morte che invece è tipico della presa di coscienza dell' adolescenza.
La stesura di queste pagine è stata una scuola di attenzione, un esercizio di percezione, anche se fin da principio sapevo come sarebbe andato a finire: ho cercato di raccontare il modo di vedere le cose proprio dall' altezza di una margherita, quindi è stato un esercizio di umiltà proprio nel senso etimologico del termine.
La radura è un microcosmo che contiene in sè tutta la varietà della vita, ci sono gli accenni a fatti quotidiani, ma tutto viene visto nella prospettiva doppiamente bassa: quella del mondo vegetale e del mondo dell'infanzia."

*

Giuseppe Lisi
Oggetti di Pensiero

Gli oggetti  come indizi per il pensiero
Gli oggetti del libro appartengono a una civiltà esistita fino a pochi anni fa e oggi scomparsa: scomparsa come produttrice di cultura, ma non di comprensione, altrimenti avremmo perduto la possibilità di comprendere, perduto il modo di comprendere il senso di queste pagine. 
Dentro di noi, invece, si mantengono i contatti con il passato. Possiamo anche dire che i sentimenti percettivi siano più forti e vigili che un tempo...
Perché tanta attenzione nei confronti di oggetti che, in parte, ancora si usano? 
Che cosa sarebbe cambiato in essi per far differente quelli di un tempo, rispetto ai simili che esistono oggi? 
Gli oggetti di cui parlo erano costruiti per trasmettere, erano costruiti anche per ospitare pensieri: degli oggetti avevano la materia, attraverso la forma e il significato della decorazione erano messaggio, comunicazione di sensazione, di emozioni, di considerazioni sulla vita e sulla morte.
Il titolo Oggetti di pensiero dice anche che sono importuni, non stanno alloro posto, sfuggono alla asetticità assegnata agli oggetti. 
Gli oggetti del libro provengono da una


 società che chiamiamo contadina, perché in essa la società contadina era egemone come fondo comune di cultura, ma che, propriamente, dovremmo dire antica, erede dei lasciti dell'antichità. La società era di cultura verbale, nella quale anche le parole erano segnali in codice, come i graffi negli oggetti servivano per comunicare attraverso l'astrazione e il simbolo. Di questa cultura contadina, conserviamo le raccolte nei musei, le sillogi; meno ci resta del connettivo dei costumi e delle usanze.
Per richiamare questo fondo, devo introdurre forzatamente la difficile dominante del silenzio, del silenzio carico, somma delle conoscenze ottenute fino al momento, nel quale entrava l'aggiunta di una parola significativa, di un segno nuovo.
In quella società, la cultura era nell' aria, nella vita, la si aveva senza scuola (anzi, la scuola la escluse): gli oggetti di cui parlo nel libro, che conservano lo spazio insieme al segno, microcosmi carichi di indizi sono tra i più utili
per risalire al sopraddetto silenzio, che contiene la mentalità del nostro passato (...) Entrare negli oggetti segnati dai pensieri è come penetrare nei meandri della mente, ma con il controllo e la riprova degli oggetti.

*

Luciano Segafreddo
Gli italiani sulle vie del mondo

L'attualità della migrazione
L'immigrazione in Italia e l'emigrazione partita dall'Italia sono dunque due storie, due realtà che ci coinvolgono: ma mentre per la prima tante sono le istituzioni e le persone che oggi si preoccupano, si danno da fare, esiste il dovere di una memoria di un riconoscimento ed oggi, di valorizzare la nostra emigrazione. Questa emigrazione che consentì maggior spazio a chi rimaneva, dopo la prima guerra mondiale e la seconda; che portò con onore il nome Italia nel mondo; che mandò in Italia e continua a mandare i propri risparmi, le cosidette rimesse, che hanno notevolmente contribuito allo sviluppo economico dei nostri territori; e infine perché sono i più efficaci promotori di un made in ltaly.
L'Italia ha con i suoi emigrati un grande debito di riconoscenza, ecco la mia tesi: non l' ha mai pagato questo debito e ancor oggi è riluttante a pagarlo, nonostante sia finalmente instaurata
una politica diversa, dopo la seconda conferenza nazionale dell'emigrazione. Ma come sempre è una politica incerta, dilatoria, contrastata (.. .)

Ho affidato a questo libro parte di queste mie esperienze e ho voluto che quanti lo leggono potessero conoscere, capire questa realtà che mi sembra oggi non sia conosciuta, non sia apprezzata. Delle 56 interviste, 23 sono trivenete, dal Friuli e dal nostro Veneto. E si avverte questa matrice regionale, attraverso una memoria delle nostre caratteristiçhe più belle, delle nostre tradizioni più tenaci. Si avverte la matrice, che è espressione di cultura tipicamente locale, una cultura che è rapporto, che è legame, che è continuità di una vita, cioè storia.Ed è bello che in questo nostro pianeta questa storia sia costruita insieme, ognuno con la sua identità: siamo veramente questo mosaico in cui ognuno è una tessera inconfondibile, irrinunciabile (...)
Questo è la multiculturalità: vivere all'interno dello stesso stato; il diritto alla propria identità
linguistica e culturale; rispetto delle proprie radici e delle proprie capacità, possibilità di donare agli altri ciò che è mia radice, ciò che
mio patrimonio. Questo è il futuro del nostro pianeta, questo è il messaggio che i nostri emigrati oggi ci donano.

1993 / Premio Nazionale dei Giovani "Costantino Pavan"