Il sostegno delle culture locali al futuro delle
generazioni
di Ulderico Bernardi (*)

1986 - Premio Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" 







(*)
Prestigioso Presidente del
“Comitato degli Amici di 
Costantino Pavan”.

Il presente articolo venne pubblicato sul numero di marzo 1986 di Sandonàdomani.

Si potrebbero allineare sfilze di prove statistiche, ma non farebbero che ribadire cose ormai note ai più. Gli adulti e i vecchi per esperienza diretta, i giovani per informazioni ricevute da giornali, films e libri, sanno bene come in un tempo relativamente breve si sia compiuta anche nel nostro paese una formidabile trasformazione: quella della industrializzazione diffusa, della motorizzazione di massa, dell'abbandono delle campagne.
Tutto questo complicato insieme di processi di modernizzazione accelerata è potuto sembrare all'inizio come l'alba di un progresso senza ombre né pentimenti. I guasti, le crepe, le smagliature, sono affiorati dopo la fase entusiasta del mutamento sociale: quando si è dovuto capire che la tecnologia è una cosa e la cultura qualcosa di assai più ampio. L'una può cambiare con estrema facilità, l'altra invece si evolve in un presupposto di continuità.
Le macchine superate si possono buttar via, diventano ferraglia inutile. Gli elementi culturali nel loro complesso sono invece necessari, tutti, per dare sostegno alla evoluzione. Si tratta degli orientamenti fondamentali di una comunità, dei cosiddetti valori, cioè dei metri di giudizio su cui misurare le azioni quotidiane di un popolo che nei secoli ha condiviso un ambiente e una storia.
Per stare insieme, per funzionare, questo popolo ha un bisogno indispensabile: quello di mantenere un consenso, cioè di condividere un senso dell'esistenza. Se questo con-senso viene meno, non solo perisce la comunità culturale, ma diventa insostenibile la vita della stessa società storica. E allora tutta una serie di malattie sociali si rendono evidenti sia nei comportamenti individuali che collettivi: il disagio dell'anima e il conflitto dei gruppi, annunciano la disgregazione di tutto e di tutti.
Ne patiscono gli anziani, abbandonati alla solitudine dall'allentamento dei legami fra le generazioni che non riconoscono più un precetto di base per ogni morale, laica o religiosa: onora il padre e la madre. Ne patiscono i giovani, che non avvertono più sotto i loro passi nel cammino di crescita il compatto suolo della tradizione come esperienza e sapienza accumulata da chi è venuto prima di loro.
Si chiami sradicamento o con qualche altro nome, questa non soddisfatta esigenza di comunità spinge ciascuna generazione a cercare un qualche modo, anche disperatamente alternativo, per ricomporre il mosaico frantumato del disegno esistenziale. Magari nella morte, e sono i meno, anche se il suicidio cercato nella droga e la criminale utopia del terrore fanno più notizia in questa società dello spettacolo.
I giovani più sani, gli adulti più consapevoli, in una parola le persone nutrite di speranza, laica e cristiana, comprendono invece la necessità di ritrovare la fonte del patto collettivo alle origini, là dove il "consenso secolare" si è formato e consolidato nella tradizione di ciascuna cultura locale.
Per questo oggi il fenomeno della cosiddetta ricerca delle radici non è una moda ma una esigenza reale e duratura. Certo ogni bisogno può degenerare nell'equivoco, bloccarsi come succede a chi non riesce a svincolarsi dalla mentalità infantile nette forme più superficiali: l'ansia di radicamento diventa allora furore localistico, magari piccolo e patetico nazionalismo di contrada, oppure folklorismo festaiolo e non riaggancio ai valori specifici della comunità originaria.
Ma lo sforzo di tanti giovani e l'azione concreta di molti adulti animati da una comune volontà, nata dalla comprensione che nessuna storia, nessun mutamento, nessuna trasformazione può reggere se manca la solida base della tradizione, nella continuità fra passato, presente e futuro, ci dicono che gli elementi per una positiva ricomposizione comunitaria e sociale sono in movimento. E dove cercare sbocco a questa paziente ricerca collettiva e individuale di senso (e con-senso) se non nei luoghi dove ciascuna persona e ciascuna generazione riceve dalle precedenti quell'accumulo secolare di conoscenza e sapienza, tribolata e sofferta ma autonoma, diretta, che chiamiamo antropologicamente cultura?
Ecco perché una iniziativa come il Premio "Costantino Pavan". Nella memoria di un giovane ma a sostegno di tutti i giovani di questo nostro tempo appena uscito da una enorme e frastornante trasformazione e già alle soglie di un'altra, forse ancora più dirompente e certo più rapida della precedente.
Davanti all'avvento della società telematica, dove la cultura è tutto, dove l'indispensabilità di governare il futuro si fa pressante e speriamo non drammatica, si deve poter contare su solidi e profondi riferimenti radicali, che solo il fertile, secolare, humus delle culture locali è in grado di nutrire. Dunque, non una effimera manifestazione spettacolare ma una umile seppur ferma azione per dare un futuro al futuro delle generazioni.














- Finalmente un aiuto ...
- ...  per capire il nostro futuro!

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