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Si
potrebbero allineare sfilze di prove statistiche, ma non farebbero che
ribadire cose ormai note ai più. Gli adulti e i vecchi per esperienza
diretta, i giovani per informazioni ricevute da giornali, films e libri,
sanno bene come in un tempo relativamente breve si sia compiuta anche nel
nostro paese una formidabile trasformazione: quella della
industrializzazione diffusa, della motorizzazione di massa, dell'abbandono
delle campagne.
Tutto questo complicato insieme di processi di modernizzazione accelerata
è potuto sembrare all'inizio come l'alba di un progresso senza ombre né
pentimenti. I guasti, le crepe, le smagliature, sono affiorati dopo la
fase entusiasta del mutamento sociale: quando si è dovuto capire che la
tecnologia è una cosa e la cultura qualcosa di assai più ampio. L'una può
cambiare con estrema facilità, l'altra invece si evolve in un presupposto
di continuità.
Le macchine superate si possono buttar via, diventano ferraglia inutile.
Gli elementi culturali nel loro complesso sono invece necessari, tutti,
per dare sostegno alla evoluzione. Si tratta degli orientamenti
fondamentali di una comunità, dei cosiddetti valori, cioè dei
metri di giudizio su cui misurare le azioni quotidiane di un popolo che
nei secoli ha condiviso un ambiente e una storia.
Per stare insieme, per funzionare, questo popolo ha un bisogno
indispensabile: quello di mantenere un consenso, cioè di condividere
un senso dell'esistenza. Se questo con-senso viene meno, non solo
perisce la comunità culturale, ma diventa insostenibile la vita della
stessa società storica. E allora tutta una serie di malattie sociali si
rendono evidenti sia nei comportamenti individuali che collettivi: il
disagio dell'anima e il conflitto dei gruppi, annunciano la disgregazione
di tutto e di tutti.
Ne patiscono gli anziani, abbandonati alla solitudine dall'allentamento
dei legami fra le generazioni che non riconoscono più un precetto di base
per ogni morale, laica o religiosa: onora il padre e la madre. Ne
patiscono i giovani, che non avvertono più sotto i loro passi nel cammino
di crescita il compatto suolo della tradizione come esperienza e sapienza
accumulata da chi è venuto prima di loro.
Si chiami sradicamento o con qualche altro nome, questa non
soddisfatta esigenza di comunità spinge ciascuna generazione a cercare un
qualche modo, anche disperatamente alternativo, per ricomporre il mosaico
frantumato del disegno esistenziale. Magari nella morte, e sono i meno,
anche se il suicidio cercato nella droga e la criminale utopia del terrore
fanno più notizia in questa società dello spettacolo.
I giovani più sani, gli adulti più consapevoli, in una parola le persone
nutrite di speranza, laica e cristiana, comprendono invece la necessità
di ritrovare la fonte del patto collettivo alle origini, là dove
il "consenso secolare" si è formato e consolidato nella
tradizione di ciascuna cultura locale.
Per questo oggi il fenomeno della cosiddetta ricerca delle radici non
è una moda ma una esigenza reale e duratura. Certo ogni bisogno può
degenerare nell'equivoco, bloccarsi come succede a chi non riesce a
svincolarsi dalla mentalità infantile nette forme più superficiali:
l'ansia di radicamento diventa allora furore localistico, magari piccolo e
patetico nazionalismo di contrada, oppure folklorismo festaiolo e non
riaggancio ai valori specifici della comunità originaria.
Ma lo sforzo di tanti giovani e l'azione concreta di molti adulti animati
da una comune volontà, nata dalla comprensione che nessuna storia, nessun
mutamento, nessuna trasformazione può reggere se manca la solida base
della tradizione, nella continuità fra passato, presente e futuro, ci
dicono che gli elementi per una positiva ricomposizione comunitaria e
sociale sono in movimento. E dove cercare sbocco a questa paziente ricerca
collettiva e individuale di senso (e con-senso) se non nei
luoghi dove ciascuna persona e ciascuna generazione riceve dalle
precedenti quell'accumulo secolare di conoscenza e sapienza, tribolata e
sofferta ma autonoma, diretta, che chiamiamo antropologicamente cultura?
Ecco perché una iniziativa come il Premio "Costantino Pavan".
Nella memoria di un giovane ma a sostegno di tutti i giovani di questo
nostro tempo appena uscito da una enorme e frastornante trasformazione e
già alle soglie di un'altra, forse ancora più dirompente e certo più
rapida della precedente.
Davanti all'avvento della società telematica, dove la cultura è tutto,
dove l'indispensabilità di governare il futuro si fa pressante e speriamo
non drammatica, si deve poter contare su solidi e profondi riferimenti
radicali, che solo il fertile, secolare, humus delle culture locali è in
grado di nutrire. Dunque, non una effimera manifestazione spettacolare ma
una umile seppur ferma azione per dare un futuro al futuro delle
generazioni. |