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Inizialmente questo lavoro
aveva un canovaccio del tutto diverso: pensavo infatti di utilizzare solo il
materiale d'archivio riguardante i villaggi di S. Angelo e Canizzano, raccolto
nel corso di due anni.
Poi, cercando fra le carte
del Comune di Canizzano (1815-1866) documenti riguardanti i mulini di Mure, mi
sono imbattuto in una testimonianza di "storia orale" di oltre 120
anni fa.
1126 luglio 1863 gli
ingegneri trevigiani Giuseppe Santalena e Luigi Monterumici, cui i
"deputati" Valerio Michieletto e Luigi Postpischel avevano affidato
“il difficile e delicato incarico” di ricostruire la storia della strada che
“dai mulini di Mure mette alla Monchia”, considerarono come fonte
inoppugnabile quanto “i testimoni Carniato Girolamo e Tronchin Vincenzo,
vecchi del luogo” avevano dichiarato il 5 giugno 1857 alla Deputazione
Comunale, circa il guado del Sile a Mure fino al 1803.
Mi sono deciso allora di
andare anch'io a sentire gli abitanti "drio el Sil", lungo il Sile,
"vecchi del luogo". Ne sono uscite testimonianze significative su come
realmente si viveva in riva al fiume, fino a circa trent'anni fa, fino a quando
cioè i nostri due villaggi erano prettamente agricoli. (In parte lo sono anche
adesso: ma è tutta un'altra cosa).
In fin dei conti le macine
dei mulini di Canizzano avevano girato per almeno mille anni, prima di
arrendersi all'avanzata dei "cilindri" della molitura industriale.
Ora, a Mure, “nel prato, come una enorme vertebra, affiora una macina
abbandonata”.
* * *
Fino a un quarto di secolo fa
"el paeù" (la palude) veniva regolarmente tagliata: era ottimo come
"strame" in stalla,e per tante altre cose. Ora "el paeù" è
progressivamente interrato e quello che sopravvive è lasciato in balia di sé
stesso, ricettacolo di immondizie, zanzare e topi.
Nel Sile, da sempre, i ragazzi del "borgo" di S. Angelo e di tutte
le case rivierasche, trascorrevano interminabili ore nuotando e giocando. Nel
Sile Gènio Artuso si riforniva dell'acqua da bere per la famiglia. E chi andava
a tagliare "el paeù" beveva direttamente dai fontanazzi. Se non le
avessi sentite dalla viva voce degli interessati mi guarderei bene dal credere a
tali affermazioni, abituato come sono a vedere il Sile - pattumiera dei nostri
giorni.
E ancora, le attività di
pesca e di caccia, nel fiume e in palude per secoli hanno rappresentato un
valido supplemento alimentare per gli abitanti dei due villaggi.
E le nostre donne, quanti
panni hanno risciacquato in Sile?
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Se avesse vinto un altro autore,
ora starei trascrivendo con facilità una biografia, magari dal risvolto interno
della copertina. Invece ha vinto Camillo Pavan ed è proprio un guaio.
L'opera è inedita e quindi non ha
nessun risvolto di copertina e Pavan grandi notizie non ne fornisce proprio.
Ivo Prandin, nell'intervista di
rito in occasione della premiazione, sabato 12 aprile, gli ha strappato solo
qualche faticosa ammissione (vedremo poi perché) e allora non mi resta che fare
mente a un paio di incontri, a pranzo, e a qualche frase scambiata in dialetto.
Camillo Pavan ha 39 anni, sposato,
laureato in pedagogia (ma dice che è una laurea che conta poco),
è stato insegnante ed ora, beneficiando di quanto consente la legge, è
in pensione (ecco l'imbarazzo) seppure ci tiene a precisare che è andato in
pensione utilizzando 10 anni di agricoltore.
La sua però è stata una scelta di
vita: dedicarsi alla ricerca su temi, cose, persone, storie, vicende legate alla
"cultura locale". Una scelta importante e difficile, ma non ha paura:
“ … ho buone mani, e se servono le uso ancora come una volta”. La passione
lo porta alla ricerca, a scrivere sui giornali, anche questo libro, scritto in
poco tempo, impegnato come era a curare alcune mostre nei quartieri di Treviso:
“ … però dietro c'erano due anni di lavoro”, precisa subito.
Quando è salito sul palco era
molto commosso: “Non mi aspettavo di essere selezionato, quando ho visto i
nomi degli altri selezionati poi... Non pensavo certo di vincere”.
Magari sono parole che dicono
tutti, ma in Pavan fanno trasparire una sincerità e una semplicità che possono
maturare solo in certa gente, nata Drio el Sii, o magari lungo il Piave. Gente
che sa guardare il mondo, le cose e gli uomini, come si guardavano un tempo e
magari, volendo, si potrebbero guardare pure oggi.
Quando ha aperto la busta, con
l'assegno di cinque milioni (il premio) ero vicino e ho sentito la frase che si
è lasciato sfuggire: “E adesso cosa ne faccio di questo?”.
Poi silenzio, forse pensa alla
macchina, mi sono detto, ad un viaggio, alla casa. Invece pensava ad altro:
“Pubblico il libro... peccato che non bastino”.
Camillo Pavan, mi sembra sia fatto
proprio così.

I
mulini di Canizzano
nel 1714
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