LEGGIAMO OGGI I LIBRI CHE IERI HANNO VINTO

1987 - Premio Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" 

GIUSEPPE TOFFOLO HA LETTO IL LIBRO PER  "Sandonàdomani - on line"

La motivazione della Giuria: 
"E' l’esemplare analisi delle vicende di una piccola comunità ebraica, emarginata e spesso perseguitata, dalla sua formazione ad oggi attraverso la storia della città ospitante: Venezia; e la storia minuta, non conosciuta, ma altrettanto importante di un piccolo mondo di personaggi e di vicende, sempre in bilico tra l’incertezza angosciosa di una condizione precaria e solo tollerata, e la crescente importanza delle attività finanziarie praticate,
Giuseppe Toffolo ha letto il libro per "Sandonàdomani - on line" ma comunque sempre tenacemente impegnato nella disperata difesa delle proprie tradizioni civili, familiari, religiose e della propria identità culturale."

L’opera premiata non è né l’opera di un giovane, né un’opera sulle culture locali, dato che, da un lato,  Riccardo Calimani ha circa quarant’anni al momento della compilazione, dall’altro, la storia del Ghetto di Venezia non rientra in un ambito culturale locale, ma appartiene ad una cultura nazionale, quella veneta della Serenissima, allora stato sovrano e grande potenza europea. 
La Storia del Ghetto di Venezia ci appare tuttavia meritevole del Premio Costantino Pavan – ci riserviamo edizione del premio che, a nostro avviso, sarebbero la possibilità di segnalare altre opere della stessa  potute risultare più meritevoli - poiché implicitamente rivolta alle nuove generazioni, come ogni approfondimento della conoscenza storica. E tanto più meritevole in quanto si propone di rafforzare la tolleranza nei confronti degli altri, e la loro accettazione, anche se diversi per usi, costumi e religione. La motivazione della Giuria non le rende però giustizia, a nostro sommesso parere.  
La comunità ebraica di Venezia non era affatto piccola, almeno in senso relativo. Era anzi, una delle più numerose d’Italia. Il Ghetto richiamava immigrati da tutto il Mediterraneo, data la relativa tranquillità e sicurezza di cui gli Ebrei vi godevano. Accorrevano soprattutto Portoghesi, Spagnoli, e Marrani (Marrani: maiali, cioè  Ebrei convertiti al cattolicesimo e sospettati di essere rimasti fedeli, in privato, alla loro antica religione. Calimani riporta l’ammissione ingenua di un bambino – citiamo a memoria: “In casa mi chiamo Abramo, in calle Francesco”). I Marrani erano considerati eretici, e quindi fieramente perseguitati dall’Inquisizione.
Calimani affronta le storie minute – in uno dei luoghi meno brillanti dell’opera, per la verità - solo di squincio. Si occupa invece, principalmente, della grande storia e dei grandi personaggi, come quando analizza l’impulso innovativo dato dagli Ebrei nel XVII secolo al commercio della Serenissima, con l’accordo delle istituzioni.
La comunità ebraica del Ghetto, costituito nel 1516 e chiuso nel 1797, era composta da tre “nazioni”, la Todesca (veneziana, nonostante il nome), la Levantina (composta da Ebrei immigrati dall’Impero Ottomano) e la Ponentina (composta da Ebrei cacciati dalla Spagna e dal Portogallo), sempre in contesa fra loro per i più diversi motivi.
L’”incertezza angosciosa di una condizione precaria e solo tollerata” fu in definitiva un gioco delle parti. Gli Ebrei potevano rimanere nel Ghetto in base a particolari accordi, chiamati “condotte”, rinegoziati ogni dieci anni. Il gioco delle parti consisteva pressappoco in questo: “Alla scadenza della condotta, io ti caccio se tu non paghi questo e quest’altro” - diceva il Senato. Gli Ebrei si lagnavano, si stracciavano le vesti, chiedevano sconti, ma poi pagavano. E restavano. Contenti tutti. Venezia era importante per loro quanto loro per Venezia. Oltre e non essere piccola, la comunità ebraica del Ghetto non fu nemmeno mai perseguitata fisicamente (forse angariata, dal punto di vista economico, questo sì). La Serenissima fu pronta, nell’unica occasione di violenze fisiche verificatesi nei suoi stati contro gli Ebrei – in Terraferma, però, mai nel Ghetto -  a stroncarle sul nascere; ed implacabile nel punire severamente le autorità locali che non avevano impedito tali violenze. Difese sempre gli Ebrei anche dalla terribile Inquisizione romana, lasciando liberi i Marrani di riconvertirsi all’ebraismo, senza dover temere molestia alcuna. Era sufficiente che andassero a vivere nel Ghetto e portassero la berretta gialla.   Quindi, nessuna “disperata difesa ecc. ecc.” come dice la motivazione. Era il Ghetto di Venezia, cioè un rifugio sicuro, non quello di Varsavia durante l’occupazione nazista. 
Calimani ricorda che, sotto la Serenissima, a Padova, gli studenti ebrei provenienti da tutta l’Europa non subivano discriminazione alcuna, neanche dalla goliardia, e di ciò essi stessi molto si meravigliavano. Né erano costretti alla professione di fede (cattolica), come aveva ordinato papa Paolo IV, per ottenere la laurea. 
A riprova del fatto che non alimentava solo una cultura “locale”, la comunità ebraica del Ghetto divenne guida spirituale, per un lungo periodo, di tutte le comunità ebraiche d’Europa. 
Ciò che costituisce motivo conduttore del libro, e che la Giuria non ha proprio colto, è invece lo struggente amore che gli Ebrei del Ghetto hanno sempre nutrito per Venezia, la “loro” città, e per la Serenissima, il cui mito, asserisce Calimani, nacque dalle riflessioni dell’ebreo del Ghetto Isaac Abranabel, e proseguì con David De Pomis. Questi arrivò a scrivere che la costituzione data da Mosé al Popolo Ebraico era la forma di governo repubblicana, e che essa prefigurava lo Stato Veneto – esagerazioni, certo, ma indici d’uno stato d’animo assai diffuso.
Venezia, pur tosando con la “tansa” gli Ebrei nelle più diverse occasioni, in qualche burbero modo corrispose a questo amore. La chiesa marciana è ancora oggi, per significativa coincidenza, l’unica chiesa cattolica, insieme con quella Irlandese, che onori come santi personaggi dell’Antico Testamento, anche intitolando loro edifici di culto: San Moisé, San Zaccaria, San Samuele. (Quest’ultima osservazione è una nota di Sandonàdomani non attribuibile a Calimani).
Dopo l’abolizione dell’obbligo di dimora nel Ghetto, gli Ebrei veneziani si integrarono facilmente nel resto  della popolazione. Il loro amore per Venezia ebbe ancora modo di esprimersi concretamente  nel 1848-49, quando, cacciati gli Austriaci, venne proclamata la Repubblica di cui Daniele Manin (di famiglia ebrea) fu eletto dittatore.
Non solo gli Ebrei veneziani prestarono soldi al Governo Veneto (alcuni, facendolo, si rovinarono finanziariamente), ma assunsero importanti incarichi (Pincherle, fu Ministro dell’Agricoltura) e si batterono fianco a fianco con gli altri patrioti (“Il morbo infuria, il pan ci manca…”).     
Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, nei giorni di festa nazionale, una gentildonna ebrea esporrà, finché visse, la bandiera da lei cucita clandestinamente sotto la dominazione straniera e sforacchiata dalle pallottole austriache durante l’assedio.     
Un capitolo tragico fu invece quello della persecuzione nazifascista del ’43-45. La banalità del male, come dicono i Francesi, si dispiegò allora in tutta la sua miserevole e sordida potenza, coinvolgendo l’amministrazione e le forze di polizia repubblichine, ma non la popolazione. Duecento ebrei veneziani furono arrestati e deportati a Trieste ed in Germania. Solo quattro o cinque di loro fecero ritorno. 
La Storia del ghetto di Venezia, che ha avuto un meritato successo commerciale, colma un vuoto della memoria storica. Il prezioso lavoro di Calimani ristabilisce alcune verità dimenticate, che tornano ad onore sia degli Ebrei del Ghetto (la “e” di Ghetto deve essere pronunciata aperta, non chiusa), sia di Venezia, sia della Serenissima.
È un buon libro, che parla alle coscienze col linguaggio della ragione e della comprensione reciproca. Merita certamente un posto d’onore nella nostra biblioteca.    
Ha tuttavia alcuni difetti - assai marginali, per la verità.  È l’opera di un giornalista, non di uno storico, motivo per cui diventa un po’ noiosa a leggersi quando i dati storici sopravanzano la capacità – o la voglia - di gestione dell’autore, generando lungaggini ed oscurità. 
Inoltre Calimani, da buon veneziano, ha dei problemi con l’italiano – ma, forse, più che un difetto è un pregio. Non che commetta errori, per carità, né che pensi in veneto e, per scrivere, traduca in lingua. Come molti dei nostri Autori (penso agli anonimi estensori degli Atti della Serenissima, a Pompeo Molmenti, ad Alvise Zorzi), e come tutti noi Veneti del resto, ha in sé qualcosa di misterioso e possente che lo costringe qualche volta a sottrarsi all’intima, ferrea e strutturale logica interna della lingua nazionale. Sembra quasi che noi Veneti, esprimendoci, rifuggiamo dalle astrazioni e preferiamo affidare il nostro fraseggio al buon senso, quello che – speriamo - ci guida in privato ed in pubblico

La Storia del ghetto di Venezia, di Riccardo Calimani, Rusconi Milano, 1985