L’opera premiata non è né l’opera di un giovane, né un’opera
sulle culture locali, dato che, da un lato,
Riccardo Calimani ha circa quarant’anni al momento della compilazione,
dall’altro, la storia del Ghetto di Venezia non rientra in un ambito culturale
locale, ma appartiene ad una cultura nazionale, quella veneta della Serenissima,
allora stato sovrano e grande potenza europea.
La Storia del Ghetto di Venezia ci appare tuttavia meritevole del
Premio Costantino Pavan – ci riserviamo edizione del premio che, a nostro avviso, sarebbero la possibilità di segnalare altre
opere della stessa potute
risultare più meritevoli - poiché implicitamente rivolta alle nuove
generazioni, come ogni approfondimento della conoscenza storica. E tanto più
meritevole in quanto si propone di rafforzare la tolleranza nei confronti degli
altri, e la loro accettazione, anche se diversi per usi, costumi e religione.
La motivazione della Giuria non le rende però giustizia, a nostro
sommesso parere.
La
comunità ebraica di Venezia non era affatto piccola, almeno in senso relativo.
Era anzi, una delle più numerose d’Italia. Il Ghetto richiamava immigrati da
tutto il Mediterraneo, data la relativa tranquillità e sicurezza di cui gli
Ebrei vi godevano. Accorrevano soprattutto Portoghesi, Spagnoli, e Marrani
(Marrani: maiali, cioè Ebrei
convertiti al cattolicesimo e sospettati di essere rimasti fedeli, in privato,
alla loro antica religione. Calimani riporta l’ammissione ingenua di un
bambino – citiamo a memoria: “In casa mi chiamo Abramo, in calle
Francesco”). I Marrani erano considerati eretici, e quindi fieramente
perseguitati dall’Inquisizione.
Calimani
affronta le storie minute – in uno dei luoghi meno brillanti dell’opera, per
la verità - solo di squincio. Si occupa invece, principalmente, della grande
storia e dei grandi personaggi, come quando analizza l’impulso innovativo dato
dagli Ebrei nel XVII secolo al commercio della Serenissima, con l’accordo
delle istituzioni.
La
comunità ebraica del Ghetto, costituito nel 1516 e chiuso nel 1797, era
composta da tre “nazioni”, la Todesca (veneziana, nonostante il nome), la
Levantina (composta da Ebrei immigrati dall’Impero Ottomano) e la Ponentina
(composta da Ebrei cacciati dalla Spagna e dal Portogallo), sempre in contesa
fra loro per i più diversi motivi.
L’”incertezza
angosciosa di una condizione precaria e solo tollerata” fu in definitiva un
gioco delle parti. Gli Ebrei potevano rimanere nel Ghetto in base a particolari
accordi, chiamati “condotte”, rinegoziati ogni dieci anni. Il gioco delle
parti consisteva pressappoco in questo: “Alla scadenza della condotta, io ti
caccio se tu non paghi questo e quest’altro” - diceva il Senato. Gli Ebrei
si lagnavano, si stracciavano le vesti, chiedevano sconti, ma poi pagavano. E
restavano. Contenti tutti. Venezia era importante per loro quanto loro per
Venezia. Oltre
e non essere piccola, la comunità ebraica del Ghetto non fu nemmeno mai
perseguitata fisicamente (forse angariata, dal punto di vista economico, questo
sì). La Serenissima fu pronta, nell’unica occasione di violenze fisiche
verificatesi nei suoi stati contro gli Ebrei – in Terraferma, però, mai nel
Ghetto - a stroncarle sul nascere;
ed implacabile nel punire severamente le autorità locali che non avevano
impedito tali violenze. Difese sempre gli Ebrei anche dalla terribile
Inquisizione romana, lasciando liberi i Marrani di riconvertirsi all’ebraismo,
senza dover temere molestia alcuna. Era sufficiente che andassero a vivere nel
Ghetto e portassero la berretta gialla.
Quindi,
nessuna “disperata difesa ecc. ecc.” come dice la motivazione. Era il Ghetto
di Venezia, cioè un rifugio sicuro, non quello di Varsavia durante
l’occupazione nazista.
Calimani
ricorda che, sotto la Serenissima, a Padova, gli studenti ebrei provenienti da
tutta l’Europa non subivano discriminazione alcuna, neanche dalla goliardia, e
di ciò essi stessi molto si meravigliavano. Né erano costretti alla
professione di fede (cattolica), come aveva ordinato papa Paolo IV, per ottenere
la laurea.
A
riprova del fatto che non alimentava solo una cultura “locale”, la comunità
ebraica del Ghetto divenne guida spirituale, per un lungo periodo, di tutte le
comunità ebraiche d’Europa.
Ciò
che costituisce motivo conduttore del libro, e che la Giuria non ha proprio
colto, è invece lo struggente amore che gli Ebrei del Ghetto hanno sempre
nutrito per Venezia, la “loro” città, e per la Serenissima, il cui mito,
asserisce Calimani, nacque dalle riflessioni dell’ebreo del Ghetto Isaac
Abranabel, e proseguì con David De Pomis. Questi arrivò a scrivere che la
costituzione data da Mosé al Popolo Ebraico era la forma di governo
repubblicana, e che essa prefigurava lo Stato Veneto – esagerazioni, certo, ma
indici d’uno stato d’animo assai diffuso.
Venezia,
pur tosando con la “tansa” gli Ebrei nelle più diverse occasioni, in
qualche burbero modo corrispose a questo amore. La chiesa marciana è ancora
oggi, per significativa coincidenza, l’unica chiesa cattolica, insieme con
quella Irlandese, che onori come santi personaggi dell’Antico Testamento,
anche intitolando loro edifici di culto: San Moisé, San Zaccaria, San Samuele.
(Quest’ultima osservazione è una nota di Sandonàdomani non attribuibile a
Calimani).
Dopo
l’abolizione dell’obbligo di dimora nel Ghetto, gli Ebrei veneziani si
integrarono facilmente nel resto della popolazione. Il loro amore per Venezia
ebbe ancora modo di esprimersi concretamente
nel 1848-49, quando, cacciati gli Austriaci, venne proclamata la
Repubblica di cui Daniele Manin (di famiglia ebrea) fu eletto dittatore.
Non
solo gli Ebrei veneziani prestarono soldi al Governo Veneto (alcuni, facendolo,
si rovinarono finanziariamente), ma assunsero importanti incarichi (Pincherle,
fu Ministro dell’Agricoltura) e si batterono fianco a fianco con gli altri
patrioti (“Il morbo infuria, il pan ci manca…”).
Dopo
l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, nei giorni di festa nazionale,
una gentildonna ebrea esporrà, finché visse, la bandiera da lei cucita
clandestinamente sotto la dominazione straniera e sforacchiata dalle pallottole
austriache durante l’assedio.
Un
capitolo tragico fu invece quello della persecuzione nazifascista del ’43-45.
La banalità del male, come dicono i Francesi, si dispiegò allora in tutta la
sua miserevole e sordida potenza, coinvolgendo l’amministrazione e le forze di
polizia repubblichine, ma non la popolazione. Duecento ebrei veneziani furono
arrestati e deportati a Trieste ed in Germania. Solo quattro o cinque di loro
fecero ritorno.
La
Storia del ghetto di Venezia, che ha avuto un meritato successo
commerciale, colma un vuoto della memoria storica. Il prezioso lavoro di
Calimani ristabilisce alcune verità dimenticate, che tornano ad onore sia degli
Ebrei del Ghetto (la “e” di Ghetto deve essere pronunciata aperta, non
chiusa), sia di Venezia, sia della Serenissima.
È un
buon libro, che parla alle coscienze col linguaggio della ragione e della
comprensione reciproca. Merita certamente un posto d’onore nella nostra
biblioteca.
Ha
tuttavia alcuni difetti - assai marginali, per la verità. È l’opera di un giornalista, non di uno storico, motivo
per cui diventa un po’ noiosa a leggersi quando i dati storici sopravanzano la
capacità – o la voglia - di gestione dell’autore, generando lungaggini ed
oscurità.
Inoltre
Calimani, da buon veneziano, ha dei problemi con l’italiano – ma, forse, più
che un difetto è un pregio. Non che commetta errori, per carità, né che pensi
in veneto e, per scrivere, traduca in lingua. Come molti dei nostri Autori
(penso agli anonimi estensori degli Atti della Serenissima, a Pompeo Molmenti,
ad Alvise Zorzi), e come tutti noi Veneti del resto, ha in sé qualcosa di
misterioso e possente che lo costringe qualche volta a sottrarsi all’intima,
ferrea e strutturale logica interna della lingua nazionale. Sembra quasi che noi
Veneti, esprimendoci, rifuggiamo dalle astrazioni e preferiamo affidare il
nostro fraseggio al buon senso, quello che – speriamo - ci guida in privato ed
in pubblico
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