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La
Prolusione di
FULVIO TOMIZZA |
1990 - Premio
Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" |
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Lo scrittore FulvioTomizza ha iniziato il suo
intervento con un richiamo alla esistenza di una "letteratura di frontiera", evocata in occasione
del suo esordio artistico dal critico letterario Paolo Milano.
Era il 1961 e Tomizza pubblicava con "Materada" il racconto della realtà che muoveva l'umile
gente di una borgata istriana dell'interno, che viveva una permanente condizione
d'instabilità, di
sopraffazioni esterne e di rancori intestini, che si concludeva con l'abbandono del luogo di origine.
Il contadino di Materada: ecco come Tomizza lo descrive nell'atto di varcare il confine che lo
esclude per sempre dai suoi campi e dalle sue stalle; egli si volta indietro e prova "un certo
scherzo":
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"... per lui quella sbarra solleva
ta, che chiude su un territorio e ne
spalanca un altro, è un limite estre
mo che soltanto un'imposizione. sia
pure interiore, può rendere valica
bile. Tutto (e sembrerebbe niente se
a seguirlo sono la moglie e i figli, il
vecchio padre, il mobilio, l'ultimo
raccolto, il bestiame). tutto è ugual
mente rimasto alle sue spalle. Oltre,
al di là, sarà fondata un' altra vita,
ma come presa in prestito, che pote
va essere assegnata al suo vicino e
che pertanto non lo coinvolgerà mai
interamente. Egli pagherà la sua
estraneità ricevendo meno agevola
zioni di ogni altro profugo e tuttavia
si sentirà immeritevole di quelle
ottenute; per la qual cosa sarà co
stretto a dire cose che non sente, che
non sono sue, si sforzerà anc he lui di
essere il profugo che non è, e ciò
contribuirà a renderlo quello che
invece è: nessuno, salvo a riemerge
re quando s'incontrerà coi paesani,
cosa che ormai avviene solamente
ai funerali..."
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Ma chi era il contadino di Ma
terada, sorta di filo conduttore che
aiuta a comprendere la poetica di
Tomizza e che Tomizza, sabato 27
ottobre, ha voluto evocare per farci
capire il legame profondo che esi
ste tra ciascun uomo e quella cultura che, nel luogo della "acquisita stabilità", ne forgia
consuetudi
ni e comportamenti?
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Il contadino di Materada.
"... prima della partenza snatu
rante... nel suo àmbito nativo, il mio
uomo di Materada era tutto. Libero
di programmarsi la giornata di lavoro, di soppiantarlo, il lavoro, per
recarsi a una fiera, in visita a lonta
ni parenti, di disporre le coltivazio
ni, di scegliersi le amicizie. Sulle
zolle del suo campo, a capotavola
della sua cucina, egli era sovrano.
Non solo, ma nessuno meglio di lui
rifletteva e assumeva, ignorandolo,
cosi tante componenti di quella ter
ra istriana di confine. Tale traguar
do, insospettato, aveva preteso quat
trocento anni di passività e poi dieci
di convulsa rimonta.
Non poteva non nascere fuggia
sco chi era destinato a divenire stan
ziale per sempre. Negandosi ai Tur
chi, alle loro violenze assolte da una
religione sotto o sopra-umana, dal
villaggio interamente di pietra della
Dalmazia interna era salito con tutti
i suoi su un bragozzo veneziano e ne
era sceso, mettendo piede su un lito
rale meno accidentato, il cui lembo
roccioso si alternava a distese pia
neggianti d'identica terra rossa, qui
già solcata dall' aratro. Un funzio
nario della repubblica di San Marco
lo guiderà più addentro, dove la
strada si snoda a fatica tra fusti di
quercia, grovigli di rovo, cumuli di
pietre spaccate dal sole. Parte dei terreni sono stati dissodati, tralci di
viti delineano un filare, ulivi stenti si
distanziano regolari in un campo
cinto da muretti a secco, il tetto di
una casa spicca tra le acacie e i
dei belati, degli abbai, introduce in
un villaggio nel quale non si
distingue le casupole dalle stalle,
né il fango dallo sterco, ma al
centro vi si erge una chiesetta: la
campana nella bifora che la sovra
sta ha cambiato suono, stanca an
ch' essa dei rintocchi cadenza ti che
per un anno intero hanno accompa
gnato il seppellimento di un altro
appestato.
Al nuovo colono vengono asse
gnati gli appezzamenti da disboscare, distribuite le sementi, i vitigni,
le
piantine di ulivo; ceduta a riscatto
ventennale anche una coppia di buoi;
probabilmente gli viene tolta o ad
dolcita una consonante in più che
reca il suo cognome. In un altro
villaggio c'è chi si è improvvisato
muratore e se la cava benissimo per
le pretese di una famiglia trasfor
mata in altrettanti suoi manovali.
Con nuovi arrivi e nuove fonda
zioni private l'orizzonte via via si
spiana. Sorgono altre frazioni, s'in
grossano quelle preesistenti, strade
in terra battuta corrono a collegar
le, i viottoli avviati dalle mandrie
s'insinuano anche tra la campagna
che ormai ha ridotto il bosco ai ter
reni magri o impervi."
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Sorge una parrocchia."... Si è costituita la parrocchia. Essa
ha il suo piccolo consiglio di rap
presentanti che si riunisce all' aper
to, sotto un lodogno, nomina il capovilla, elette il parroco che sappia of
ficiare in illirico, amministra la chie
sa, decide di recintare il cimitero
tutt' intorno. La parrocchia è deli
mitata da altre parrocchie presso
ché identiche nei loro margini (là si
festeggiano due patroni), ma via via
con varietà di usi e di parlata sem
pre più netta, dissonante..." |
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E, ancora, in una rapida sintesi
di un narrare che ha avvinto la
platea del teatro Astra, ecco nelle
parole di Tomizza la descrizione
di un quotidiano ripetersi che me
scola sul piano sociale situazioni e
culture diverse. |
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"... proprio da quelle piaghe ste
rili, gravate inoltre dal regime feu
dale di estrema provincia arciduca
le d'Austria, inizia un flusso inav
vertibile ma continuo di poveridia
voli attratti dalla più prospera e franca Repubblica marinara ma più ancora da quel suo lembo
improvvisato dove ci si capisce, ci si riconosce, si può intanto vivere alla
giornata. Nel contempo un' immigrazione pressoché analoga dentro la terraferma veneta favorisce l'arrivo e
l'insediamento di piccoli artigiani della Carnia, delle zone montuose di Vicenza e di
Bassano, di agricoltori specializzati in altre colture dell' entroterra di
Chioggia. La comunità si arricchisce di sangui, di idiomi, di mestieri e usanze
varie; si rifonda all' insegna di un inconsapevole cosmopolitismo rurale
..."
"... matrimoni sbagliati, malattie. indebitamenti, abulia, vizio, fanno decadere qualche
famiglia facoltosa a vantaggio di un fresco ceppo in crescita, alcuni proprietari
scadono a mezzadri o a servi, parecchi giornalieri calati dai monti interni ce la fanno ad assicurarsi un
podere, altri passano dalla bottega artigiana alla dura confidenza con la zappa e
viceversa ..." |
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Due dialetti. ".,. non si parla più una lingua,
ma due dialetti interscambiabili tra loro e che per forza di cose tutti
conoscono: in uno prevale il veneto, nell' altro lo sloveno-croato; ma esistono oggetti, animali,piante, atti,
sensazioni, comandi. esortazioni, che impongono quel solo vocabolo e non un altro, sia esso italiano, croato.
sloveno e perfino tedesco.
Per una frugalità avveduta e dignitosa, il mio uomo di Materada la domenica mangia
all' austriaca, sui bordi del campo all' italiana, nelle sere d'inverno alla
slovena. Le origini sono da tempo dimenticate. A rivangarle si proveranno i primi
parroci non più eletti dalla comunità ma inviati dalla curia:figli istruiti
del loro tempo e perciò accesi del sentimento patriottico che sta forzando il cemento statale su cui si
regge l impero austriaco sovranazionale. Ai richiami di questi servi di Dio e per
intanto fautori della nascita di una grande nazione slava dagli Uràli all'Adriatico, o di un
ricongiungimento di quelle medesime terre alla madrepatria italiana, la gente di Malerada quando risponde
non lo fa per onorare l'antica provenienza dalle alture morlacche o da quelle prealpine, bensì a seconda
della sua attuale condizione economica. che la vuole unicamente attaccata all' amalgama della
evitata parrocchia, o che coltiva interessi protesi fuori di essa. Sorgono
anche due associazioni, un Dustvo e una Lega nazionale, due luoghi d'intrattenimento e finalmente, ciò che
più urgeva, una scuola, e meglio ancora se presto le scuole diventano due...".
"... i bambini che escono dalla elementare italiana o da quella croata, se il pascolo prestasse loro
maggior tempo, continuerebbero per tutto il pomeriggio a spellarsi le
ginocchia nei medesimi giochi incitandosi e deprezzandosi nella parlata di
sempre. E i loro genitori, nel litigare astratto, usano ancora non la lingua
del si, né del da, né del ja, né dello sta, né del
cà, ma dell' esclusivo materadese zza., che, va un po' a pensarlo, si accosta al boemo e al
polacco zzo. Ciò, ossia lo zza perdurerà addirittura durante il
fascismo, perfino tra le nostre quattro camicie nere, che io feci in tempo a vedere
anche perché tra esse figurava il mio spauritissimo padre, commerciante in dettaglio e all'ingrosso...". |
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Ma arriva la guerra; la guerra
finisce e una comunità di mille anime si trova a fronteggiare il primo urto con il nuovo e ultimo
regime: l'euforia postbellica si mescola con l'illusione di una convivenza ritrovata. |
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La nuova autorità.
"... il regime titoista non tardò a mostrare il suo volto poliedrico né a
/ manifestare di poter rinunciare, in una regione contesa, a uno solo dei propri aspetti. Era comunista e
perciò contrario a ogni forma di proprietà e di religione; sciovinista e
dunque lanciato contro l'etnia più odiosa, che per secoli aveva umiliato la sua, durante il ventennio
fascista la aveva calpestata, nel recente conflitto combattuta invano, ora pur
nel terrore della sconfitta continuava a demolirla.
Rispetto alle cittadine della costa in cui questo regime si vedeva temuto e avversato, in un angolo di terra
dove si era da sempre parlato il vecchio idioma slavo e dove l'esistenza era stata anche gaia ma mai
spensierata, i partigiani di Tito si sentivano di casa. Dimenticavano però che quella gelosa
sopravvivenza linguistica aveva saputo resistere grazie a uno spontaneo incrocio con
un' altra parlata. quella oggi non tollerata; che il modesto reddito di quelle famiglie non ripudiava la
mentalità del proprietario terriero, semmai la stimolava; che se una
forma di cultura, un modello di comportamento, un fermento spirituale o solo civile si erano sviluppati
in quegli animi e dentro quel perimetro, essi trovavano il loro primo punto di riferimento nello spiazzo su
cui si affacciavano la canonica, la chiesa, il campanile e il camposanto, come a dire il luogo dei vincoli
essenziali e non limitati a questa vita. Se quella piega di mondo, attraversata piratescamente dalla
storia, ignorata dalla cultura, impenetrabile alle ideologie, schernita dai disinvolti centri urbani, si
prestava a campo di prova di una riscossa generale partita dal basso, di un radicale rovesciamento dei
valori tradizionali, non si tollerava dentro di essa né prudenze né reticenze,
così congeniali al comportamento di una gente schiva e indifesa.
Fu questa la principale violenza esercitata su un piccolo popolo forzato a scoprirsi e a differenziarsi
non solo per il terrore ma anche in cambio dei benefici ricevuti, i quali potevano andare dalla restituzione
dei campi caduti sotto ipoteca alla rivalsa per una lontana offesa subìta,
per un saluto negato...". |
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Una lacerazione violenta. "... all'età di dodici anni, io che
appena ero riuscito a vederla unita, solidale, a illudermi che ogni coetaneo fosse
un fratello meno benvoluto dalla madre, un uomo uno zio, un vecchio un nonno, una casa povera
la mia casa quale desideravo lo fosse e forse lo era in antico, venivo già
collocato tra i nemici del popolo, gli arricchiti con lo sfruttamento, i venduti all'Italia di cui aspettavano
il ritorno, i servi dei preti che pure non attendevano altro. E quando venne lo strappo per proseguire gli
studi, una lacerazione violenta nonostante il quadro deprimente, al seminario di
Capodistria mi sceglievo per compagni i dimessi ragazzi dichiaratamente croati delle
zone montuose dei nostri primi immigrati, al convitto salesiano di Gorizia i condiscepoli
sloveni di Salcano; se il cielo si rabbuiava pregavo Iddio che facesse piovere
anche su tutti i nostri campi (i miei confiscati): di nuovo a Capodistria nella Casa dello studente
approntata dal regime per i ragazzi di campagna senza l'obbligo della vocazione
sacerdotale, le mie uscite mi portavano alla stazione delle corriere, dove ero sicuro d'incontrare
almeno un viaggiatore di Materada: e quello restava per me qualcosa di più di un paesano, fosse per la
"slobòda" (la libertà imposta con donazioni e schiaffi) o vi si
pronunciasse contro.
Agli occhi dei miei compagni di classe e dei nostri professori del ginnasio-liceo "Carlo Combi", per
la mia origine e l'attuale convivere con gli alunni dell' opposto ginnasio
sloveno, venivo un' altra volta e diversamente discriminato, malgrado avessi il padre rinchiuso nel carcere
allestito dietro il palazzo dell' antico rettore veneto, salissi all' ultimo
piano del tribunale del popolo per scorgerlo all' ora di uscita nel cortile, mi trattenessi più del necessario
nel pisciatoio di una viuzza parallela per udirlo tossire. Avrei potuto ridurre lo svantaggio coi
condiscepoli gareggiando con loro in sorda protesta, in avversione senza fine.
Certo che lo feci, ai danni dell'inammissibile insegnante di lingua slovena, il mite triestino T avcàr, il quale
era in facoltà di denunciarci e invece ci lasciava schiamazzare durante tutta la sua ora. M a di nulla mi sarei
vergognato come di quella simulazione servile. No, il regime che incarcerava ancora mio padre e lo
privava di ogni voglia di vivere, lasciando che i genitori dei miei compagni facessero pure le vittime,
aveva in me un piccolo, combattuto assertore, il quale da un lato si riprometteva di punire chissà come
gli abusi, dall' altro gioiva nel vedere la propria gente circolare per Buje e Umago senza alcun senso
d'inferiorità, offrirsi al lavoro volontario, chi a raccoglier pietre,
chi a scavar sabbia, per dotare la parrocchia di un edificio destinato a ospitare tutti i tipi di negozio, la
cooperativa con le sue macchine agricole a servizio di ognuno, col suo magazzino per l'acquisto dei
prodotti..." . |
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L'impossibile riconciliazione.
"... aprendo un romanzo palesemente autobiografico, L'albero dei
sogni, ecco come qualche anno prima del passaggio definitivo del mio protagonista di Materada, io, alla
vigilia degli esami di maturità, attraversavo la frontiera in senso opposto, dentro un' autoambulanza
che da Trieste portava mio padre a morire nel proprio letto:
"Giungemmo al confine e l aria rimaneva fuori a sventagliare le cravatte delle
guardie popolari. Il padre boccheggiante non nascondeva il proprio sdegno; diceva "muoio" e io gridavo
"hitro", "presto" nell'inavveduto e risibile tentativo, diventato vizio mentale, di promuovere in extremis
l'impossibile riconciliazione...".
"... da quel 10 giugno 1953 a oggi la mia vita per forza di cose è
diventata anche fatto pubblico, per cui credo o m'illudo che in quanto tale
essa sia almeno in parte conosciuta. In sostanza, per il padre e contro il
padre, forzando comunque la sua ultima aspirazione, che era soprattutto brama di morte, io non avrei
fatto altro che cercare di sciogliere quel " contrasto irriducibile".
rendere attuabile l' impossibile riconciliazione". Prima di tutto dentro me stesso, per non dover più
scegliere tra le diverse e magari opposte componenti di sangue, di cultura. di
mentalità, ma tentando piuttosto di accordarle, riconoscendole proprie di un uomo di frontiera. sentendo le
stimolanti anziché gravose...". |
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Alla fine del suo lungo narrare,
che è anche il percorso di una esperienza vissuta, sabato 27 ottobre Tomizza ha voluto lasciarci
un segno di speranza e indicare, nella universalità di antiche convinzioni, il luogo dove coltivare il
futuro.
Perché il culto della propria identità conviva con il rispetto dell'altrui appartenenza. |
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"... nel panorama di un mondo
forzatamente o disinvoltamente incline al possibilismo e al trasformismo,
la mia scelta aveva ed ha carattere prevalentemente morale e riparatore. sul piano soprattutto
individuale. Se intendo almeno in parte attingere all' eternità della
natura, la quale può benissimo permettersi di essere per la gioia di noi tutti
anche mutevole, ebbene devo saldare la mia necessaria molteplicità col cemento della coerenza, costi pure
essa solitudine, silenzio, rinuncia, sorpasso, dimenticanza.
Soltanto così da luogo di congeniti attriti, la frontiera può rovesciarsi in oasi di
pace, in una piega di territorio non omologato, dove accanto alle reliquie di antichi idiomi persistano la
lealtà e il rispetto dell' altro".
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questa
pagina è stata ripresa dal numero di novembre 1990 di Sandonàdomani |