L'alluvione del 1966

"Alluvione 1966", 
un dramma collettivo nelle parole di Egidio Bergamo, 
dal libro di Angelino e Filiberto Battistella 

Era venerdì 4 novembre 1966: il Piave in piena ruppe l'argine di sinistra a Negrisia, località di Ponte di Piave; di destra a Sant'Andrea di Barbarana, località di San Biagio di Callalta e a Zenson di Piave. Travolse campagne e paesi trascinandosi morte e distruzione. Mise in ginocchio un'economia appena sbocciata, stroncò l'agricoltura con cui s'identifica la storia di questa gente.
Fu per l'Italia la più disastrosa alluvione del secolo, con Firenze e Venezia assurte a città simbolo del disastro e della tragedia. Il Veneto, il Friùli e il Trentino, le regioni più penalizzate. In questo quadro catastrofico, anche San Donà di Piave fu travolta dalle acque del suo fiume con l'allagamento del 90 per cento del territorio comunale.
Alluvionati furono anche i Comuni vicini, Noventa di Piave e Musile di Piave il più colpito, sott'acqua anche di tre metri. Il fenomeno ebbe origine da condizioni meteorologiche diverse e contrastanti tra loro, di una eccezionalità estrema, al limite della catastrofe.
Da una parte, le piogge persistenti dei giorni 2 e 3 novembre, precipitate sul Nordest, dalle Alpi al mare, ingrossarono i fiumi a livelli di sei-sette metri sopra il livello di guardia. È il caso del Piave a Negrisia e a San Donà.
Dall'altra, uno sciroccale di forza altrettanto rovinosa, durato 12 ore, rigonfiò il mare a quota +1.92 sul suo livello medio, così da impedire il deflusso delle acque dei fiumi in piena. Ma il mare ruppe anche battigie secolari, inondando le terre basse, all'interno dei litorali: Iesolo, il centro storico, le Marine Alta e Bassa e i Salsi. Quindi Musile a Sud di Piave Vecchia ed Eraclea. Il mare risalì i corsi dei fiumi, per alcune ore. È il caso del Piave ad Eraclea. 
Di rigore scientifico è l'analisi, al riguardo, di Luigi Fassetta, emerito e dotto direttore del Consorzio di Bonifica del Basso Piave per numerosi anni, compreso il '66.
Alle concause dell'evento calamitoso, per quanto riguarda il sandonatese, c'è da osservare che, mentre gli impianti della Bonifica furono tutti attivati al sollevamento, i collettori delle acque alte, su cui si sarebbe dovuto pompare l'acqua dell'esondazione, erano già in piena per l'effetto delle straordinarie precipitazioni a monte.
Così, le torbide del Piave e del Livenza, già nelle prime ore del giorno 4, raggiunsero la pianura.
Infine, la violenta mareggiata e la conseguente "colma" eccezionale, impedirono ai due fiumi e ai canali emissari delle Bonifiche il deflusso a mare, determinando ritardi che aggravarono la pericolosità delle piene in formazione.

Segnali 
premonitori 
della catastrofe
Paura e veglia

Venerdì 4 novembre. Gli abitanti di San Donà si destarono di mattino presto, colti da un frastuono premonitore, inquietante, irreale. Il cielo apparve subito grigio-scuro, colore che rimarrà inalterato per tutta la giornata, carico di nubi, basse e veloci spinte da Sud Est, da uno scirocco eccezionalmente tiepido, ecezionalmene impetuoso. Le raffiche fischiarono come lamenti agli angoli delle case, le imposte chiuse si scossero insistentemente, gli alberi del parco fluviale si agitarono forsennati, piegandosi e raddrizzandosi roteando repentinamente, cambiando posizione e figure in un balletto surreale, in un rito sinistro. Anche gli uccelli scomparvero. Gli ultimi furono i gabbiani venuti dal mare. Si udì per la prima volta a San Donà il frastuono cupo del mare in burrasca.
Verso le nove la situazione iniziò a impensierire la gente. Il Piave continuò a rimontare nei vortici.
Nella notte incombente, le acque raggiungeranno i 7 metri e 33 centimetri sopra il livello di guardia. Nel primo pomeriggio le torbide raggiunsero e invasero le golene, si allargarono a vista d'occhio, raggiunsero gli argini maestri e lambirono il ponte viario della Vittoria, simbolo della città. "Il fiume impazzì", scriverà allora Goffredo Parise che sulla golena del Piave ritrovò la serenità e scrisse pagine ispirate nei suoi ultimi anni.
Divenne subito buio. Ora la paura della catastrofe si legge nei volti tirati, negli sguardi spaventati, nelleparole e nei preparativi inconsueti. Si veglia nella notte in cui dovrebbe succedere qualcosa. Gli altoparlanti dalle strade arginali avvisano ripetutamente gli abitanti di non dormire, di tenersi pronti all'evacuazione e di stare calmi in attesa di ordini.

L'efficienza di una organizzazione improvvisata.
Migliaia di sacchetti si sabbia sugli argini delle anse di Romanziol e della Ferrovia salvarono il centro della Città

"Sandonatesi razza Piave", ovvero gente determinata e corretta, schietta e concreta, formatasi nell'organizzazione del lavoro come cultura, come dovere primario. Così si confermò nelle  vicissitudini della grande alluvione.
Nelle prime ore del mattino, già si era costituito il comitato d'emergenza e di pronto intervento, diretto dal sindaco dottor Franco Pilla che assunse i pieni poteri. Centinaia di uomini muniti di indumenti e di mezzi di fortuna propri, riempirono di sabbia migliaia di sacchi con i quali si provvide ad innalzare gli argini della vecchia ansa a semicerchio, nei pressi del ponte della ferrovia e l'ansa di Romanziol. Risulteranno gli unici a resistere e a trattenere l'avanzata delle acque che sicuramente sarebbero tracimate e avrebbero allagato il centro di San Donà, entrandovi da Sud-Ovest.
Preziosi si rivelarono gli automezzi militari. Intanto, nell'avanzare della notte, mentre il vento e la
pioggia si quietarono, le acque proseguirono a crescere. Verso le 22 è thrilling.
Le speranze di evitare la spaccatura degli argini sono al lumicino. Eppure con l'innalzamento dell'argine delle due anse, una sorta di miracolo c'è stato.

La rotta di Negrisia
L'esondazione nella Sinistra Piave, 
sino a Palazzetto 

Verso le 23 è allarme: alle 22 il Piave aveva rotto a Negrisia, dopo aver premuto e tracimato l'argine delle "Grave di Sotto" alto otto metri sul piano golena. Bepi Lorenzon, agricoltore del luogo, ne fu testimone. Gli rintrona ancora negli orecchi il boato di quando l'argine cedette di colpo, in due punti vicini, a pochi passi dalla sua abitazione, travolgendo capanni ed attrezzi agricoli come fuscelli. "Un'onda alta due-tre metri si riversò sulla campagna aperta con velocità e potenza spaventose. C'era buio. L'enorme paura fu pari al coraggio".
L'acqua travolse Ponte di Piave, dove un bersagliere in servizio di emergenza, Eros Perinotto, di San Biagio di Callalta, perse la vita. 
Le torbide proseguirono la loro corsa devastante, allagando le terre basse, quelle al di sotto del livello medio del mare, appartenenti ai terreni dei Consorzi di Bonifica Bidoggia-Grassaga, Cirgogno e Bella Madonna, in buona parte nel Comune di San Donà. L'ondata ebbe i suoi bacini di trasmissione nei grandi collettori Grassaga e Bidoggia, già ricolmi da prima. Quindi, confluÌ nel "Navigabile", canale che allagò le parti esterne Nord-Est della città, come i seminterrati dell'ospedale civile.
Centinaia di migliaia di ettari, appartenenti a Comuni diversi, Noventa di Piave (escluso il centro) e Cessalto compresi, si trasformarono in un unico, immenso lago.
A San Donà di Piave è toccata l'esondazione maggiore. Voci nel buio, richiami, invocazioni di aiuto e il muggire prolungato e tetro delle bestie prima di affogare. Alla frne si contarono 160 capi morti. Si portarono in salvo maiali e vitellini nei granai e nei fienili.
Le prime luci del secondo giorno dell'inondazione, sabato 5, mostrano una scena allucinante: bovini affogati, animali da cortile appollaiati ovunque su posti rialzati, quando non fossero affogati nei pollai. Sui tetti delle case ad un piano o delle baracche residue, furono aperti degli squarci da dove gli abitanti, raggiunti dall'acqua alta a livello di soffitto, poterono mettersi in salvo. Vennero usate le barche di salvataggio dell' Azienda Turismo di Jesolo, esempio di capacità organizzativa e di collaborazione.

Momenti drammatici nelle campagne
Bovini rifugiati nella Chiesa di Grassaga
 Seppellite le bestie affogate

In tempi ravvicinati di alcune ore, San Donà fu allagata due volte: prima invasa nella parte nord- orientale dalle acque di tracimazione dei canali di Bonifica, specie dai collettori Grassaga, Bidoggia e dal Navigabile. Successivamente le acque completarono l'opera devastante dall'altra parte.
La maggioranza dei cittadini non subì i disagi dell'alluvione in quanto concentrata nel centro urbano rimasto salvo perché rialzato, ma soprattutto grazie alla sopraelevazione delle anse della ferrovia e di Romanziol.
I maggiori problemi si ebbero nelle campagne, alcuni drammatici, conclusisi senza vittime umane, grazie all'opera di salvataggio di volontari e di militari solerti, oltre al fatto che l'acqua pur crescendo rapidamente, non arrivò a valanga travolgente.
Nella frazione di Grassaga, si riscontrò l'acqua più alta in assoluto provocandovi episodi che rasentarono la tragedia. Più di qualche persona trascorse diverse ore, se non l'intera notte, sopra il tetto di casa, unica parte emersa. Qui la perdita di bovini fu rilevante, la maggiore rispetto ad altre zone, come Calvecchia, Fossà, Cittanova dove pure fu ingente. Parte dei bovini sopravvissuti furono ricoverati nella Chiesa parrocchiale di Grassaga per ordine del sindaco Pilla, contro il parere del parroco, ma poi d'accordo col vescovo di Vittorio Veneto, mons. A1hino Luciani. Altro problema fu il sostentamento di migliaia di bovini essendo rimasti senza foraggio, portato via dall'acqua o resosi immangiabile. Allora il sindaco provvide a requisire le sanse delle barbabietole nello zuccherificio di Ceggia. In seguito fu prelevato foraggio dal Friùli.
Destò impressione il seppellimento delle carcasse dei bovini. Per il trasporto si usarono gru e carri in un andirivieni triste durato alcuni giorni. Vi si procedette senza indugi in fosse profonde, per evitare epidemie, per ricominciare daccapo con la dignità di sempre.
Alcune centinaia di alluvionati furono alloggiati in ospedale, in scuole, in alberghi e in abitazioni di amici e parenti.

La rotta del Piave a 
Sant'Andrea di Barbarana
Una strana storia di austro ungarici

Per la gente del Piave, fu una notte lunga quella fra il 4 e il 5 novembre, a vegliare inerme la furia del fiume che, da un attimo all'altro, avrebbe potuto provocare la tragedia.
Dopo circa due ore dalla rotta di Negrisia sull'argine sinistro, il Piave sfondò tre volte l'argine destro. Due a Sant' Andrea di Barbarana, poco prima di mezzanotte, a pochi minuti e a un centinaio di metri l'una dall'altra. La terza a Zenson di Piave, poco dopo.
Fu l'ora più drammatica in cui la piena travolgente del Piave si scatenò contro la furia di un' alta
marea che, a memoria d'uomo, raggiunse il suo massimo livello.
A Sant' Andrea, la gente era all'erta fin dal giorno prima. Si cercò di raggiungere i piani superiori delle case lontane dalle rive, mettendo in salvo bambini e anziani. Gli uomini aiutarono i militari, giunti nel frattempo a riempire e a posizionare sacchi di sabbia sui punti dell'argine ritenuti maggiormente a rischio.
Ma alle 23.30, l'argine cedette a Sud del cimitero con un boato terrificante di cascata in piena. L'ondata ne lambì le mura, travolse le vie e le case del centro. Di lì a pochi minuti, il secondo tuono sinistro e prolungato. Questa volta, l'argine si squarciò davanti al campanile. Spazzò via la casa del sacrestano Piero Andreuzza. L'onda d'urto investì la piazza, s'infranse sulla casa ad archi di Franco Loschi. Il fragore delle acque impazzite sovrastò le urla di terrore della gente.
I vecchi del paese raccontano che agli inizi del 1919, all'indomani della fine della Grande guerra, venne ordinato a militari italiani e ai prigionieri austro-ungarici, di aggiustare le buche negli argini del Piave prodotte dalle granate. Ebbene, si dice che proprio i due tratti che cedettero nel '66, fossero stati riparati da squadre di prigionieri, non nascondendo il riferimento ad un boicottaggio in piena regola, per rancori comprensibili. Vero o no che sia, il fatto è che a Sant' Andrea lo si sapeva da sempre.

La rotta di Zenson di Piave
Sommerso
  il Comune di Musile di Piave

La notizia dello squarcio dell' argine non era ancora uscita da Sant' Andrea, quando, attorno a mezzanotte, il fiume ruppe per la terza volta a Zenson di Piave, in località Tressa, vicino a villa Sernaggiotto.
Un'onda inesauribile, alta due-tre metri, travolse parte del cimitero e le vie del centro, si espanse
furiosa, raggiunse Fossalta, si accumulò sulle campagne dell'intero Consorzio di Bonifica Caposile, nel comune di Musile di Piave, trasformatosi in bacino della fiumana. La torbida, pur perdendo d'impeto, continuò a salire inesauribilmente per l'intera giornata successiva, sabato 5. Ad essere letteralmente inghiottite, furono le frazioni di Caposile e di Millepertiche.

Il dramma delle popolazioni di 
Millepertiche e Caposile 
Il racconto del Parroco, Don Armando Durighetto

"Verso sera, qualcuno mi telefonò dal municipio - racconta con dovizia di particolari, don Armando Durighetto, parroco di Caposile -.Mi pregò di suonare le campane e di avvertire la popolazione di portarsi ai piani superiori delle abitazioni. Donne e bambini, vennero ricoverati provvisoriamente in asilo e nella cantina sociale. Di lì condotti a ]esolo, a sera inoltrata, con camion di fortuna, e alloggiati all'hotel Aquileia. Furono i primi sfollati. Circa trecento. Il giorno dopo ne seguiranno altri, alloggiati al Villaggio Marzotto, per un totale di millecinquecento persone provenienti da Caposile e Millepertiche.
Gli uomini rimasero a custodire le case, ad accudire gli animali. Ma contro ogni previsione, l'acqua continuò a crescere in accelerazione impressionante. Raggiunse i due, i tre metri e più, fino ai secondi piani.
Allora, uscii in barca con Gigio Perissotto a mettere in salvo gli uomini intrappolati nelle case. Era mezzanotte, navigavamo sopra i vigneti col "ciaro a carburo". Impressionanti, ci giunsero i lamenti lugubri, i mugghii disperati delle bestie morenti legate alla greppia. Ne morirono 450. Un epilogo drammatico.
Nell'avvicinarsi alle abitazioni, chiamavamo per nome le persone prigioniere: Ettoreee, Nanooo ... semo qua". "Eo lu don Armando? Geassie".. Uno sguardo, una stretta di mano. Poi il silenzio e una gran voglia di ritornare per ricostruire".

All'indomani, domenica 6, in Chiesa ci fu poca gente a Messa. Don Armando pianse, lui il prete del coraggio.
Le ultime acque stagnarono fino al febbraio successivo. Il prosciugamento avvenne lentamente
mediante idrovore mobili giunte dal Polesine, in quanto il manufatto di Caposile, sommerso dall'acqua, andò subito fuori uso.
I profughi fecero ritorno a casa in marzo.

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