Giuseppe Toffolo

gli inediti /2

LA GRAN PUTTANA VENEXIANA

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inediti / 1

L’antico saggiatore – ma non quello appartenuto a Galileo – se ne sta silenzioso vicino alla lampada da tavolo, sullo scrittoio del mio studio. Decido di farlo parlare, ed ecco il suo racconto.
   I Capello, originariamente banchieri, erano una delle più cospicue famiglie veneziane. Non giunsero mai al dogado, ma diedero alla Repubblica un gran numero di politici e condottieri – ed anche qualche inetto, come il capitano generale Giovanni Capello, deposto per imperizia nel 1646.

   Succede, anche nelle migliori famiglie.

   La famiglia Capello si divise in molti rami, alcuni dei quali sparsi nella Marca, a Treviso, ad Oderzo e Meolo. A Meolo, ora in provincia di Venezia, nel quattrocentesco Palazzo Capello ha sede il Comune.    Bianca, nata nel 1543, era rimasta orfana in tenerissima età. Apparteneva ad uno dei rami decaduti e fu allevata da una zia Contarini, in casa del cardinal Grimani. All’inizio di questa storia, era una fanciulla bionda di straordinaria bellezza, ma senza alcuna dote né beni parafernali, quindi, il matrimonio all’altezza dei suoi quarti di nobiltà, le era inevitabilmente precluso.
    Di lei s’invaghì un giovane di nome Roberto Benvenuti, impiegato nella filiale veneziana della banca fiorentina dei Salviati. Più che l’amore, Bianca trovò in lui l’occasione di sfuggire al destino che l’attendeva, quello di novizia in uno sperduto convento lagunare, appena avesse avuto l’età da marito.
    Nell’austera Ca’ Grimani giravano allora fra la servitù storie mirabolanti sulla splendida vita delle cortigiane più celebri di Venezia, che la quattordicenne Bianca ascoltava avidamente quando la vecchia nutrice la portava con sé nelle cucine. In quel momento, sulla cresta dell’onda era Aglaia Anassillide, al secolo Mariangela Pantalon. Di lei si favoleggiavano le cose più eccentriche. La voce pubblica ne faceva una donna raffinata e coltissima.
     I suoi spasimanti la ricoprivano di doni d’ogni sorta, soprattutto di costosi gioielli e di certificati al portatore del debito pubblico. La sua casa si apriva a pochi e selezionati amici, che vi trovavano eleganza, riserbo, grazia, non che buona musica ed incantevole conversazione. Si sussurrava che sapesse parlare latino e greco, e discorrere di filosofia.
    I pochi privilegiati ammessi alla casa di Aglaia e delle sue damigelle potevano constatare de visu come i loro doni venissero egregiamente impiegati, almeno in parte, sia in opere di carità nella vicina parrocchia di S.Zane Degolà ed in favore dell’Ospedale degli Incurabili, sia nella cura riservata alla cucina, alla cantina, al servizio ed al gioco d’azzardo. Nessun luogo in Venezia superava la prelibatezza dei pranzi che vi si imbandivano, la qualità dei vini e la forza delle passioni che ogni sera si scatenavano nella sala da gioco. Somme enormi vi passavano di mano. Per non parlare delle feste, che si susseguivano a ritmo febbrile da un carnevale all’altro. 
   
Bianca aveva maturato, sulla base di quei racconti, le grandi decisioni circa il suo futuro. Aglaia sarebbe stata il suo modello, e lei l’avrebbe senza alcun dubbio superato. Partiva avvantaggiata, poiché in casa Grimani le veniva impartita un’ottima educazione, che comprendeva lo studio del latino, della fisica e della matematica. Un’istruzione che lei poteva arricchire a piacere grazie alla cospicua biblioteca del cardinale, la quale comprendeva, fra l’altro, tutte le opere a stampa di Aldo Manuzio, fra le quali Bianca prediligeva l’Hypnerotomchia Polophili del trevisano Francesco Colonna.
   Quanto a grazia ed eleganza di modi, virtù respirate in famiglia, Bianca le affinava esercitandosi nei giochi con le sue bambole. Non lasciò nulla al caso. Di nascosto imparò da sola l’arte del trucco, con materiali che le fabbricava il fratello Vittorio, appassionato alchimista dilettante. A palazzo Grimani, in quel periodo, veniva spesso in visita Alvise Capello, membro del Consiglio dei X.
    Bianca e Roberto si sposarono in segreto e fuggirono a Firenze. A prescindere dal fatto che a Venezia, in quei tempi, non si poteva fare nulla segretamente.
    Nel Consiglio dei X che si tenne una settimana dopo,  Alvise Capello, un lontano cugino della sposa clandestina e fuggitiva, si alzò dal suo scanno ed andò a sistemare la cortina nera che lasciava entrare uno spiraglio di luce dall’alta vetrata gotica. Con voce neutra annunciò:
    -
La nostra putta, quela che savé, la xe rivada a Firenze tre giorni fa.
    Un severo silenzio si protrasse per alcuni minuti. Poi:
    - Sarà ben che la abia ogni assistensa possibile – disse laconicamente Marco Foscari, il presidente.

   
I Consiglieri, vestiti interamente di nero, annuirono con aria grave. Con codesto scambio di frasi apparentemente insignificanti, avevano messo in moto il potente apparato spionistico veneziano nel Granducato di Toscana, ed anche fuori.
     - E sarà anca ben che i rapporti del nostro Orator a Firense i sia più frequenti e fati co’ gran cura e precision de particolari – precisò Baldassarre Pisani.

   
  - Le sarà gran spese, immagino. Ma quelo che se avarà da sborsar, se sborsi, vista l’importansa de l’impresa. Ma che no se buta via gnanca un besso del Erario. E che i conti i corrisponda! ammonì Nicolò Querini.
   
 Il Consiglio dei X contava anche sul fatto che, se la cosa fosse andata a buon fine, si sarebbe conseguentemente risolta la faccenda dell’Ordine di Santo Stefano, creato dai granduchi toscani. Non quanto i pirati Uscocchi, protetti dall’Austria, ma, nel suo piccolo, anche l’Ordine, con la sua guerra di corsa contro Venezia, costituiva per la Repubblica una fastidiosa spina nel fianco.      
    Firenze ed il granducato erano ormai entrati in un circolo vizioso. La perdita della libertà, già ai tempi di Cosimo il Vecchio, a causa del litigioso temperamento dei Toscani, aveva prodotto la perdita dell’indipendenza, e la perdita dell’indipendenza s’intrecciava con la decadenza economica, in una perversa spirale di decadimento. Il potere assoluto, come spesso accade in simili situazioni, divenne a portata di mano per chiunque fosse tanto ardito e privo di scrupoli da afferrarlo. 
  
Vedremo che quella mano apparterrà al cardinale Ferdinando, fratello minore del regnante granduca Francesco.
   Bianca si fece ben presto notare da questi, durante una festa di carnevale, e  divenne la sua amante. La relazione adulterina l’arricchì. Il marito Roberto si montò la testa e fece il prepotente in giro. Parlò troppo, anche, vantandosi di poter contare su protezioni altolocate. Naturalmente, finì a faccia in giù in un rigagnolo di strada, pugnalato nottetempo da sicari prezzolati che sarebbero rimasti sconosciuti e conseguentemente impuniti.
     Nel dispaccio cifrato del nobil huomo Cristoforo Venier, orator veneziano presso la corte granducale, si può leggere: “…
nella passata notte de Capo D’Anno[1], ser Roberto Benvenuti, ben noto a Codesto illustrissimo Consiglio, marito della nobildonna Bianca Capello, fue aggredito da sicari rimasti ignoti, mentre provvedea alle cose sue corporali in un vicolo presso a S.Trinita in Firenze, et lo medesimo fue  morto con più di venti cortellate di pugnale. Herano, a detta delli testimoni accorsi alle sue grida, le tre ore circa de notte. I sopra detti asseriscono inoltre d’haver veduto quattro huomini intabarrati lasciar de corsa il luogo del delitto. Eglino testimoni erano li compagni istessi del Benvenuti, li quali ne attendevano il ritorno, dopo fatte le sue bisogna, alla propinqua taverna “Graticola dell’Oca”. Il procurator di sua signoria el Granduca Francesco, che dirige le indagini, he dell’oppinion che trattasi de rappina o de vendeta. Ma in Firenze corre voce che el mandante sia lo stesso Francesco, stanco de sentirsi tirato in causa dalle vanterie del Benvenuti circa la protezion che el medesimo granduca avrebbe concessa al marito della nobildonna Capello. Posso invece assicurar che niuna voce circola sulla possibilità che li assassini sieno stati assoldati da codesto ill.imo Consiglio…”
  
  L’imprudente, anche se preciso, orator fu richiamato sui due piedi a Venezia ed imbarcato sulla prima galera in partenza per Suda.      
  
L’antico saggiatore – ma non quello appartenuto a Galileo – se ne sta silenzioso vicino alla lampada da tavolo, sullo scrittoio del mio studio. Decido di farlo parlare, ed ecco il suo racconto.
   I Capello, originariamente banchieri, erano una delle più cospicue famiglie veneziane. Non giunsero mai al dogado, ma diedero alla Repubblica un gran numero di politici e condottieri – ed anche qualche inetto, come il capitano generale Giovanni Capello, deposto per imperizia nel 1646. 
  
Succede, anche nelle migliori famiglie. 
  
La famiglia Capello si divise in molti rami, alcuni dei quali sparsi nella Marca, a Treviso, ad Oderzo e Meolo. A Meolo, ora in provincia di Venezia, nel quattrocentesco Palazzo Capello ha sede il Comune.    Bianca, nata nel 1543, era rimasta orfana in tenerissima età. Apparteneva ad uno dei rami decaduti e fu allevata da una zia Contarini, in casa del cardinal Grimani. All’inizio di questa storia, era una fanciulla bionda di straordinaria bellezza, ma senza alcuna dote né beni parafernali, quindi, il matrimonio all’altezza dei suoi quarti di nobiltà, le era inevitabilmente precluso.
    Di lei s’invaghì un giovane di nome Roberto Benvenuti, impiegato nella filiale veneziana della banca fiorentina dei Salviati. Più che l’amore, Bianca trovò in lui l’occasione di sfuggire al destino che l’attendeva, quello di novizia in uno sperduto convento lagunare, appena avesse avuto l’età da marito.
    Nell’austera Ca’ Grimani giravano allora fra la servitù storie mirabolanti sulla splendida vita delle cortigiane più celebri di Venezia, che la quattordicenne Bianca ascoltava avidamente quando la vecchia nutrice la portava con sé nelle cucine. In quel momento, sulla cresta dell’onda era Aglaia Anassillide, al secolo Mariangela Pantalon. Di lei si favoleggiavano le cose più eccentriche. La voce pubblica ne faceva una donna raffinata e coltissima. 
    
I suoi spasimanti la ricoprivano di doni d’ogni sorta, soprattutto di costosi gioielli e di certificati al portatore del debito pubblico. La sua casa si apriva a pochi e selezionati amici, che vi trovavano eleganza, riserbo, grazia, non che buona musica ed incantevole conversazione. Si sussurrava che sapesse parlare latino e greco, e discorrere di filosofia. 
   
I pochi privilegiati ammessi alla casa di Aglaia e delle sue damigelle potevano constatare de visu come i loro doni venissero egregiamente impiegati, almeno in parte, sia in opere di carità nella vicina parrocchia di S.Zane Degolà ed in favore dell’Ospedale degli Incurabili, sia nella cura riservata alla cucina, alla cantina, al servizio ed al gioco d’azzardo. Nessun luogo in Venezia superava la prelibatezza dei pranzi che vi si imbandivano, la qualità dei vini e la forza delle passioni che ogni sera si scatenavano nella sala da gioco. Somme enormi vi passavano di mano. Per non parlare delle feste, che si susseguivano a ritmo febbrile da un carnevale all’altro.  
   
Bianca aveva maturato, sulla base di quei racconti, le grandi decisioni circa il suo futuro. Aglaia sarebbe stata il suo modello, e lei l’avrebbe senza alcun dubbio superato. Partiva avvantaggiata, poiché in casa Grimani le veniva impartita un’ottima educazione, che comprendeva lo studio del latino, della fisica e della matematica. Un’istruzione che lei poteva arricchire a piacere grazie alla cospicua biblioteca del cardinale, la quale comprendeva, fra l’altro, tutte le opere a stampa di Aldo Manuzio, fra le quali Bianca prediligeva l’Hypnerotomchia Polophili del trevisano Francesco Colonna. 
  
Quanto a grazia ed eleganza di modi, virtù respirate in famiglia, Bianca le affinava esercitandosi nei giochi con le sue bambole. Non lasciò nulla al caso. Di nascosto imparò da sola l’arte del trucco, con materiali che le fabbricava il fratello Vittorio, appassionato alchimista dilettante. A palazzo Grimani, in quel periodo, veniva spesso in visita Alvise Capello, membro del Consiglio dei X. 
   
Bianca e Roberto si sposarono in segreto e fuggirono a Firenze. A prescindere dal fatto che a Venezia, in quei tempi, non si poteva fare nulla segretamente. 
   
Nel Consiglio dei X che si tenne una settimana dopo,  Alvise Capello, un lontano cugino della sposa clandestina e fuggitiva, si alzò dal suo scanno ed andò a sistemare la cortina nera che lasciava entrare uno spiraglio di luce dall’alta vetrata gotica. Con voce neutra annunciò: 

   
-
La nostra putta, quela che savé, la xe rivada a Firenze tre giorni fa. 
   
Un severo silenzio si protrasse per alcuni minuti. Poi: 
   
- Sarà ben che la abia ogni assistensa possibile – disse laconicamente Marco Foscari, il presidente. 

   
I Consiglieri, vestiti interamente di nero, annuirono con aria grave. Con codesto scambio di frasi apparentemente insignificanti, avevano messo in moto il potente apparato spionistico veneziano nel Granducato di Toscana, ed anche fuori. 
    
- E sarà anca ben che i rapporti del nostro Orator a Firense i sia più frequenti e fati co’ gran cura e precision de particolari – precisò Baldassarre Pisani. 

   
  - Le sarà gran spese, immagino. Ma quelo che se avarà da sborsar, se sborsi, vista l’importansa de l’impresa. Ma che no se buta via gnanca un besso del Erario. E che i conti i corrisponda! ammonì Nicolò Querini. 
   
 Il Consiglio dei X contava anche sul fatto che, se la cosa fosse andata a buon fine, si sarebbe conseguentemente risolta la faccenda dell’Ordine di Santo Stefano, creato dai granduchi toscani. Non quanto i pirati Uscocchi, protetti dall’Austria, ma, nel suo piccolo, anche l’Ordine, con la sua guerra di corsa contro Venezia, costituiva per la Repubblica una fastidiosa spina nel fianco.        
   
Firenze ed il granducato erano ormai entrati in un circolo vizioso. La perdita della libertà, già ai tempi di Cosimo il Vecchio, a causa del litigioso temperamento dei Toscani, aveva prodotto la perdita dell’indipendenza, e la perdita dell’indipendenza s’intrecciava con la decadenza economica, in una perversa spirale di decadimento. Il potere assoluto, come spesso accade in simili situazioni, divenne a portata di mano per chiunque fosse tanto ardito e privo di scrupoli da afferrarlo.  
  
Vedremo che quella mano apparterrà al cardinale Ferdinando, fratello minore del regnante granduca Francesco. 
  
Bianca si fece ben presto notare da questi, durante una festa di carnevale, e  divenne la sua amante. La relazione adulterina l’arricchì. Il marito Roberto si montò la testa e fece il prepotente in giro. Parlò troppo, anche, vantandosi di poter contare su protezioni altolocate. Naturalmente, finì a faccia in giù in un rigagnolo di strada, pugnalato nottetempo da sicari prezzolati che sarebbero rimasti sconosciuti e conseguentemente impuniti. 

    
Nel dispaccio cifrato del nobil huomo Cristoforo Venier, orator veneziano presso la corte granducale, si può leggere: “…
nella passata notte de Capo D’Anno[1], ser Roberto Benvenuti, ben noto a Codesto illustrissimo Consiglio, marito della nobildonna Bianca Capello, fue aggredito da sicari rimasti ignoti, mentre provvedea alle cose sue corporali in un vicolo presso a S.Trinita in Firenze, et lo medesimo fue  morto con più di venti cortellate di pugnale. Herano, a detta delli testimoni accorsi alle sue grida, le tre ore circa de notte. I sopra detti asseriscono inoltre d’haver veduto quattro huomini intabarrati lasciar de corsa il luogo del delitto. Eglino testimoni erano li compagni istessi del Benvenuti, li quali ne attendevano il ritorno, dopo fatte le sue bisogna, alla propinqua taverna “Graticola dell’Oca”. Il procurator di sua signoria el Granduca Francesco, che dirige le indagini, he dell’oppinion che trattasi de rappina o de vendeta. Ma in Firenze corre voce che el mandante sia lo stesso Francesco, stanco de sentirsi tirato in causa dalle vanterie del Benvenuti circa la protezion che el medesimo granduca avrebbe concessa al marito della nobildonna Capello. Posso invece assicurar che niuna voce circola sulla possibilità che li assassini sieno stati assoldati da codesto ill.imo Consiglio…” 
  
  L’imprudente, anche se preciso, orator fu richiamato sui due piedi a Venezia ed imbarcato sulla prima galera in partenza per Suda. 
   
Quando la nobile Giovanna d’Austria, la legittima, malferma in salute e noiosa consorte del Granduca venne a morte senza aver partorito nemmeno un erede, Francesco sposò segretamente Bianca. Era il 5 giugno 1578. Esattamente un anno dopo, il Veneto Senato, con un abile colpo di teatro, forzò la situazione e, dinanzi a tutto il mondo cristiano e non cristiano, proclamò Bianca diletta figlia della Repubblica. Il matrimonio fu giocoforza reso pubblico. La Capello divenne granduchessa, ma i Fiorentini, che l’amavano come il fumo negli occhi, le affibbiarono subito il titolo di gran puttana veneziana.
  
Dal loro punto di vista non avevano tutti i torti. 
  
Attraverso Bianca ed il favorito di lei, il fratello Vittorio, il tradizionale nemico di Firenze, Venezia, aveva posto una pesante ipoteca sul futuro del granducato. Si formò allora  un forte partito ferdinandeo, pronto a tutto, pur di far fallire il complotto veneziano.
  
Il cardinal Ferdinando, non solo era un toscanaccio d’origine controllata, ma godeva anche di ottima salute e, a giudicare dai salaci aneddoti che circolavano a corte, sarebbe stato in grado di assicurare la successione. Data la sua forte complessione fisica, avrebbe sicuramente generato un battaglione di piccoli Medici, sani e robusti, cosa che invece non riusciva al fratello Francesco.
  
Questi si curava assai poco degli affari di stato. Trascorreva tutto il suo tempo a compiere esperimenti d’alchimia, chiuso nel suo studio-laboratorio con l’amata Bianca. Francesco e Bianca morirono a poche ore di distanza uno dall’altra, colti, subito dopo cena nella villa di Poggio a Caiano, da atroci dolori addominali. Era il 1587. Cercavano la pietra filosofale capace di trasmutare il piombo in oro. Cercavano la suprema Filosofia – da cui Pietra filosofale – di ciascuna delle tre parti della Terra. Cercavano l’elisir dell’eterna giovinezza. Non sappiamo se avrebbero trovato tutto ciò, ma di sicuro trovarono insieme la morte per veneficio. Ci fu gran festa in Firenze, con balli di popolo in piazza.
  
L’autopsia, addomesticata, rivelò che la Granputtana era morta di febbre tifoidea, mentre il granduca s’era probabilmente avvelenato da solo, provando su se stesso uno dei suoi misteriosi distillati.

   
I maligni dicono che siano stati avvelenati per ordine del cardinal Ferdinando, che subito dopo gettò il galero alle ortiche, col beneplacito del Papa, ed ebbe in eredità il Granducato.

  
Nel 1590, egli assicurò la successione granducale, generando Cosimo. Assicurò indirettamente anche quella di S.Luigi, dando in sposa la figlia Maria al re Enrico IV di Francia.
   
Nel Consiglio dei X  che si tenne il 21 novembre di quell’anno 1587, fu ascoltata con la massima attenzione la lettura del dispaccio cifrato inviato dal nuovo orator veneziano presso il nuovo granduca, sulla morte dei due augusti sposi. Il doge Pasquale Cicogna guardò il soffitto mirabilmente dipinto dal Tiziano ed esclamò:
   
- Man de fradelo…ah, cosa no pol man de fradelo! Ma insomma…el  fato che Francesco nol fosse bon a procrear, no saria sta un sì gran  problema. Ocore dir però, che gavemo spetà massa a metere insinta la putta…a Roma i xe stai più svelti de noialtri, a operar. Ricordèvelo, se mai dovesse capitar un altro fato simile.
   
Poi il doge se ne andò, perché in Senato cominciava la discussione sulle trattative con Filippo II di Spagna per la questione del pepe portoghese. Il Consiglio dei X  passò invece ad esaminare la denuncia di tale Antonio Provera di Sesto al Reghena. Il furlano, di condizione sartor e maestro di scuola, accusava il nobil huomo Ottaviano Colloredo di aver sequestrato e stuprato la sua figliola sedicenne, Giovanna.
  
Visti i rapporti sul caso, fatti dal Provveditor di Udine, dopo un’ora se ne concluse che il Colloredo era colpevole di là da ogni dubbio.
  
- Bisogna dar un esempio – disse il vecchio Contarini. – Una multa de quaranta lire venete al Colloredo par accommodar la povera putta, la bastarà.[2]Così ela podarà farse la dote.
   
Ferdinando, con le sue riforme, sollevò un poco le sorti economiche del granducato. Ma i suoi successori non furono all’altezza, ed i Medici si estinsero nel 1723, con la morte, steso fra le proprie feci, del pazzo – e ruspante – Gian Gastone.
   
Quasi sicuramente, Bianca Capello fu una 007 agli ordini di S.Marco, fin dai tempi del suo matrimonio col Benvenuti. Venezia sapeva sfruttare politicamente il fascino e l’avvenenza delle sue figlie dilette – come Caterina Corner, regina di Cipro. All’epoca, la Serenissima conduceva una serie infinita di guerre calde col Turco, ed una guerra fredda senza esclusione  di  colpi  col  resto  del  mondo  cristiano,  che tentava di distruggerla.
  
La vicenda di Bianca si inserisce benissimo in questo scenario. Per mezzo suo, Venezia avrebbe potuto sottrarre il granducato di Toscana alla sfera d’influenza della Spagna ed attrarlo nella propria, assumendo la tutela di principini tosco-veneti.
   
La granduchessa-granputtana aveva sicuramente fatto dono all’amato Francesco dell’ Allegoria della Fontana dell’adepto Bernardino da Treviso, detto anche, dagli alchimisti francesi, le bon Trévisan, vissuto nel XV secolo.
   
Bernardino, secondo i bene informati, aveva scoperto il modo di fabbricare la pietra filosofale, quattro anni prima di morire in Rodi, alla veneranda età di ottantasette anni. Nell’Allegoria della Fontana, questo celebre alchimista, uno dei più grandi di tutti i tempi, spiega come fabbricare la magica pietra [3]. Ma gli adepti scompaiono, non muoiono. Ancora oggi capita di vedere un vecchio signore canuto ed elegante, passeggiare a Treviso in Piazza Pola e dintorni, con un fascio di giornali sottobraccio. Si sussurra che sia lui l’adepto Bernardino, perché tutti si ricordano di averlo visto sempre uguale, da una vita. 
    
Il saggiatore che conserviamo in casa appartenne a Bianca e Francesco. Si salvò in qualche modo dalla dispersione degli oggetti del loro laboratorio. E’ passato di generazione in generazione nelle mani dei Capello e poi in quelle di loro discendenti in linea femminile, fino a mia moglie. Ha detto tutto ciò che sapeva, dei fatti. Quanto all’amore di Francesco e Bianca, chissà mai? Sarebbe riuscito il Consiglio dei X a far rimanere incinta la putta grazie qualcuno che non fosse stato Francesco? Forse no. Probabilmente lei lo amava veramente, e non l’avrebbe ingannato, in barba a qualsivoglia ragion di stato. 
  
Nella famiglia di mia moglie continuano a ripetersi i nomi di Bianca, di Vittorio e di Francesco. Ma non c’è un Ferdinando neanche a cercarlo col lanternino…  

 

[1] Il capodanno cadeva, secondo il calendario veneziano, il 25 di marzo.  
[2]
Quaranta lire venete erano una somma considerevole, maggiore dello stipendio d’un mese del doge.  
[3]
Altre opere di Bernardino da Treviso: Trattato della filosofia naturale dei metalli e La parola perduta.